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Jennifer Anderson

Poco più di un mese fa è scomparsa Isabelle Caro. Era malata, Isabelle. Da anni conviveva con l’anoressia che sbrana proprio come la mancanza di desiderio. Ci sono vissuti incandescenti, ferite che non si ricuciono, segni e conti che non tornano. Ci sono fragilità indicibili che a malapena possono essere toccate. Tutto vetriolo e sangue che non cola. Tutto sovrabbondante. Di amore reclamato e mai ricevuto e che morde. E si resta lì, con occhi divisi e stretti a cercare scuse per dirsi vive. Tuttavia quel che si ricorda di lei è il corpo scavato dalla sofferenza nella campagna del noto fotografo O.T. (che qui non cito perché merita che il suo nome venga dimenticato). Va invece ricordata Isabelle Caro e va detto, a voce alta, che l’anoressia è una malattia che ti spezza dentro e fuori con possibilità di guarigione difficili e faticosissime ma non impossibili. Va anche detto che l’anoressia non è l’ingenuo desiderio di dimagrire per somigliare ai modelli proposti dai media (tutte stronzate che hanno a che fare con la sottocultura alla quale ci vogliono fare abituare per non andare alla radice); è invece un disturbo estremamente pericoloso che, come tutti i disagi (che dall’anima tagliano il corpo), fa talmente paura che viene mascherato e chiamato con altri nomi. Poi, all’occorrenza, dell’anoressia si può addirittura scrivere romanticamente ma si sa che non si sta dicendo la verità. Oggi dunque leggo della notizia, in vari giornali e siti. E leggo le dichiarazioni inutili e volgari di quello che due anni fa si è per bene ingrassato sulle ossa di Isabelle definendola al pari di un’opera d’arte. Sembra l’urlo di Munch – disse lui. C’è una ragione per cui alcune morti fanno notizia, mi dico; e anche in questo specifico caso non se ne fa una questione di semplice informazione e di solidarietà con chi attraversa hic et nunc lo stesso calvario di cui è morta Isabelle ma ci si serve di quel che resta di una persona per dare visibilità alle parole di O.T. che, siccome l’ha fotografata per una delle sue insulse campagne di denuncia, pare sia l’unico autorizzato a parlarne. E ciò che esce dalla bocca di questo essere è offensivo ma nessuno lo dice e mi domando perché.
“Purtroppo non ho un bel ricordo di Isabelle Caro, era una ragazza molto malata, prima nella testa che nel corpo, perché aveva una mente da anoressica, come tutte le persone che soffrono di questo disturbo era anoressica nel cervello”.
Ci si potrebbe interrogare sul perché di queste parole e invece vorrei soffermarmi sul tono che O.T. utilizza; ne parla come si trattasse di un’untrice, una persona malata nel cervello; è per questo che il nostro glorioso anticonformista non ha un bel ricordo di lei, poveretto – ci dispiace. Tanto è vero che, precisa, non ha più avuto contatti con lei dopo la campagna. Allora ripercorriamo un momento la parabola: prima Isabelle era un’icona e dopo essergli servita viene ribattezzata come una ammalata grave e fine della storia. Prima Isabelle viene dipinta come una specie di coraggiosa eroina della lotta contro l’anoressia e poi svelata e rigettata in tutta la sua fragilità. Cosa c’è tra le due posizioni? Cosa è accaduto nel frattempo? Assolutamente nulla. Decisamente nulla, nella sua esistenza. Solo un po’ di spazzatura pubblicitaria che è servita a O.T. per balzare agli onori della cronaca l’ennesima volta come un insolito provocatore. (Chi di voi non ricorderà le sue encomiabili ed edificanti campagne che hanno cambiato le sorti del mondo? Quelle sui jeans Jesus, per esempio, con un fondoschiena femminile in primo piano che reclamava un mistico “Chi mi ama mi segua”, oppure l’immagine di Anna e Mario, due bimbi nudi etichettati come carnefice lui e vittima lei che volevano significare una denuncia contro la violenza sulle donne; il picco creativo però in O.T. è interminabile e torturante; così si passa dall’oca/vacca et similia in pelliccia all’immagine di un uomo che muore di aids davanti alla sua famiglia inerme. Livelli poetici di impareggiabile spessore, ammettiamolo. Poi c’è la sua ultima in cui si rivolge caramente a tutte le donne – abbagliante).
Dunque, come spesso succede a chi viene traghettato nella necrofilia spettacolare, non si può morire una volta sola e magari in silenzio; sarebbe troppo semplice; bisogna rendere un evento naturale una specie di macabro e reiterato tentativo di seppellire un’altra volta. Per rinnovarne la colpa e per dirsi vivi ma soprattutto sani e salvi. Isabelle muore e a nessuno in fondo gliene importa granché se non per dire: – Ma guarda un po’ come si era ridotta. Il punto è che Isabelle muore e la malattia sembra ancora una colpa, quella che l’ha piegata per sua stessa volontà. Isabelle è morta a Tokio in seguito ad una polmonite, in novembre, e dopo che O.T. ha banchettato spavaldo sulle sue ossa (che non ci hanno raccontato nulla se non che chi soffre pretende pudore), scompare ancora e ancora per mano di chi continua a farne un’immagine vana e inaridita. Un corpo muto che non urla proprio nulla se non che da dispositivo inservibile in quella campagna pubblicitaria è passato, oggi, all’apologia della merce. Una merce-spettacolo che prevede lo scambio: io ti baratto, per quel niente che sei, con la mia gloria, io ti uccido perché della tua pelle ne ho fatto già il mio vessillo. Tu continua a non saperlo, continua a morire.

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Riposa in pace,  Isabelle.

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[Alessandra Pigliaru (30 dicembre, ore 2:45)]

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