Sarah Moon

L’altro giorno erano i topi. Piuttosto insistenti, tentavano di rodermi la cucina; mia madre mi dice che li ha debellati e me li lascia in giro per casa. Rifugiarsi in bagno non ha molto senso; i topi rodono senza permesso. Stanotte però non mi aspettavo un’invasione del genere. Nella casa della mia anima che si trasforma solitamente in mille e una notte, c’era una vasca d’acqua al suo interno. La luce era bassa nel salone centrale e da quello specchio liquido non potevo spostarmi. Non potevo neppure immergermi però. C’era un pesce che volevo proteggere ma che ogni volta avvicinavo la mano mi mordeva. Pensavo fosse per la mia presa ma non vi era nessuna responsabilità da parte mia; era invece nella sua natura attaccare a tradimento. Aveva occhi chiari e una voce minacciosa che tornava dalla stanza accanto. In fondo non c’era fretta di stare nella vasca, non sarei riuscita a fare neppure una bracciata, potevo però guardare l’acqua in tutto il suo disordine. Da fuori. C’era posto solo per un intruso, il mio di posto – al contrario – era da un’altra parte. È sempre stato da un’altra parte. Corro fuori, c’è il solito pavimento cotto dal sole che mi rassicura. Di chi morde non mi curo più, penso che forse nel frattempo sia riuscito a stancarsi e finalmente a morire. Bisogna avere il coraggio di scegliere la luce e lasciare che i mostri spariscano nel proprio destino. Ché è tetro e indistinto quel potere vuoto di proteggerli. Non si possono più stringere patti.

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