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Cos’è quell’arrovellio che provo nel gruppo,quel non sentirmi mai all’altezza? Perché questo tormento visto che solo in esso posso manifestare me stessa,quindi essere autentica? Cosa significa quell’estraneamento con le persone che incontro nella vita quotidiana, nonostante la disponibilità che so di avere nei loro confronti? È possibile l’autenticità? Se autenticità è sconvolgimento globale di regole acquisite, se è possibilità di dare via libera ai sentimenti, se è vivere fino in fondo il proprio credo senza confrontarlo con la realtà, allora l’autenticità non è possibile. Tutte noi teniamo conto di certe regole; via via che premono i sentimenti, li smorziamo per risultare attendibili; per essere accettate all’esterno bisogna stare ai patti; una certa vigilanza occorre anche per essere accolte all’interno. Autenticità è qualcosa di più modesto: è rischio non suicidio. Essere autentiche è anche vivere autenticamente la propria scelta. Ma è possibile vivere autenticamente la propria scelta? Molte di noi devono condividerla con il lavoro e condurre un’esistenza scissa, con brusche alternanze di benessere e di malessere, di libertà e di costrizione;la famiglia svolge la sua parte col coinvolgimento affettivo e col meccanismo fuorviante dei sensi di colpa;i rapporti con l’esterno nella vita quotidiana sono necessariamente più frequenti di quanto non si voglia. L’autenticità ha bisogno di un terreno sgombro da pregiudizi, non la si può offrire a piene mani in tutte le occasioni di incontro, si può solo renderla palese a chi la sa apprezzare per averne sentito altrettanto fortemente l’esigenza. Che tentazione di lasciare andare i freni, di ignorare prudenza, tatto, remore, di sfiorare l’incoerenza, di sconfinare abbattendo di colpo i tabù, senza che tutto questo mi si ritorca contro. L’autenticità toglie le difese e rende più vulnerabili,perciò in situazioni poco chiare, viene scambiata per sprovvedutezza. Le persone più legate alla cultura e che ad essa restano attaccate come a una conquista irrinunciabile, considerano questa qualità con bonomia o con fastidio,sempre con la presunzione di avere fatto più strada, di essere più a posto. Sono proprio loro che etichettano sbrigativamente come “istintiva”, “naive” (con evidente significato restrittivo) colei che, per voler essere se stessa, si apre presentandosi nuda e priva di impalcature. Ci vuole più coraggio a mostrarsi spogliate che a barricarsi dietro la parola consacrata; ci vuole forza ad avere il coraggio della semplicità. Io so che si può essere autentiche solo smantellando i miti e trovando dentro di sé la propria integrità, ma so anche quanto tutto questo renda complicati i rapporti perché li cambia, mettendoli continuamente in discussione. Il momento più difficile per me è stato accettare il ridimensionamento, allontanando la tendenza alle alternative irrevocabili: “o tutto o niente”, attenuando la mia propensione all’assoluto, non irrigidendomi in questioni di principio nei momenti delle scelte importanti. Ho capito che anche all’interno del gruppo autenticità non è vivere un rapporto rilassato, che gratifica al momento ma non arricchisce: è vivere un rapporto impegnato sul filo precario dell’armonia, filo che enfasi di autenticità o vuoto di autenticità possono spezzare. L’enfasi,per attagliarsi meglio alle singolarità,in uno slancio cieco di adesione,scade nel trasformismo; il vuoto, paludato dietro snobistica riserva, stabilisce le distanze da un chiarimento rinviato “sine die”. Il senso di esclusione avrebbe facile gioco a insinuarsi e a confluire nell’atavica assenza di certezze.

 

[Maria Grazia Chinese – È già politica (Scritti di Rivolta Femminile)]

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