Alison Scarpulla

Un pensiero sedizioso avverte alla soglia della fronte che è tempo di fermarsi a riflettere. Che il tempo obbedisca alla pazienza non lo si deve credere. Mal si sopporta tutto ciò che necessita di tregue troppo lunghe, si preferisce il fuoco e poi il vento che – lentissimo – lo tiene sempre vivo. Come a guardare da una finestra in trepidante attesa di chi si è dimenticato di un appuntamento importante, quello della cura – forse. Ci sono pensieri talmente ingombranti da soffocarsi l’un l’altro; si affastellano veloci e le dita scivolano i significanti senza accorgersi del loro stesso movimento. Eppure ci si deve fermare. Comprendere il caos e la vita che sembrava piena di sollievo – finalmente. Un sollievo piccolo come la porta del cuore dopo tante lacrime.  Capire il doppio – sempre. Nella mia vita il capire è  stato uno squarcio, un’epifania di indicibile stupore. La parola mi ha salvata in più di un’occasione e così spero faccia anche ora, che si levi alta la parola dunque. Sul nonsenso che si è cicatrizzato in ricordi troppo lontani e che ha preso forme inumane. Che si lavi la parola. È una preghiera di resistenza questa mia. Perché voglio continuare a tenerle dentro le mie spille da balia. In questa traversata che si impone come un destino appeso sopra il sopracciglio sinistro, spero si apra un varco di comprensione. Che si stagli in miriadi di stelle e che – aprendosi – mi racconti di quello che mi è stato taciuto. Quale stoffa ha dunque questo segreto? Quanto è mai pericoloso crescere senza essere stati desiderati? La parola, solo quella mi resta – fuori dall’attesa. E questo accadere ancora una volta. Ancora una infinita, immedicabile e incomprensibile volta che sa rigirarsi ma che resta muta.

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