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Trovo davvero incredibile rilevare come ci si possa schierare sempre e comunque dalla parte della volgarità, per poi arrivare perfino a canzonare una pratica violenta come il “bunga bunga“. Mi rendo conto che il suono onomatopeico faccia ridacchiare quanti credono ancora che dietro certi incontri ci sia l’accondiscendenza delle donne che non vedono l’ora di schiantarsi sul letto di qualche vecchio depravato per un tozzo di pane ma purtroppo non è così. Sono storie squallide  e dolorose fatte di ricatto e schiavismo; la ragazza salita ai clamori della cronaca si chiama Karima ed è vittima di una vicenda biografica atroce (simile a quella di molte altre). Il fatto di averla appellata, tradotta e spezzettata in più di una salsa non fa di lei una star né la persona che avrebbe desiderato di essere, probabilmente. La rende invece una donna distante da ciò che può dirsi una vita dotata di senso e che è messa a tacere da chi (come si è preso cura di lei) le darebbe tranquillamente il colpo di grazia facendola sparire magari dietro a un cespuglio o in circostanze misteriose (siamo pieni di episodi in cui chi sapeva e ha parlato ha pagato con la propria vita). Come dire, non so se sia più osceno tutto il tam tam che ho visto in questi giorni o il fatto che c’è chi tiene sotto ricatto minorenni per abusare di loro e allietare il proprio tedio serale. E non so nemmeno se mi faccia più orrore leggere le solite moralistiche filippiche sulla perdita dei valori delle giovani donne che scelgono di propria sponte di mettersi in mano ai propri benefattori o del fatto che siccome siamo in presenza della solita cultura erotomane sarà bene che certa gente si dimetta dalle cariche politiche. Trovo certamente che questo sia uno dei governi più indecenti che ci è stato dato in sorte negli ultimi decenni. Ma non perché Karima, fotografata in abiti di pelle, sembra una navigata quarantenne, piuttosto perché delle donne si pensa ancora di poterne disporre fin dove arriva il portafogli che mantiene in vita certi cadaveri che continuano a governarci e ad alimentare le nostre morbose analisi politiche. Karima è una schiava, e in quanto non-libera è vittima, non ce lo dimentichiamo. E non m’interessa giudicare se ha guadagnato dei soldi lei, o se altre come lei fanno quello che fanno nei salotti bene con pizzi e merletti pregiati quando dietro c’è uno sfruttamento di cui nessuno parla. Come non mi interessa che ora tutti l’accusino di voler pubblicare un libro di memorie per spiegare cosa sia realmente accaduto; la si vorrebbe dunque far passare per una donna astuta e fortunata? A nessuno viene in mente che, seppur mediatica e luccicante, si tratta comunque di una forma di schiavismo che non lascia libertà di scelta ? In altre parole: si continua a guardare sempre il dito per non vedere la luna. E sia dunque, continuate pure a dare spazio alla lode del tritacarne, ma non in mio nome. E non in nome delle donne che ogni giorno costruiscono la propria dignità liberamente e che hanno ben presente la distinzione tra libertà e schiavitù. Ci sono altre donne che questa possibilità non ce l’hanno e non ho alcuna intenzione di vederle rubricate come oggetti sessuali che sanno bene ciò che vogliono perché tutto questo, soprattutto quando è rivolto ad una giovane ragazza, non lo accetto; apriamo prima i vasi di Pandora e raccontimao cosa è lo sfruttamento invece che colpevolizzare, al solito, le donne insistendo sulla loro complicità senza scelta. Non in mio nome.

[Alessandra Pigliaru]

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Vi invito a leggere il bel post di Marina Terragni sull’argomento. Ma soprattutto vi inviterei a leggere i commenti; tra questi troverete  quei soliti provocatori che sono un interessante  e rappresentativo spaccato della mentalità retrograda qualunquista e becera che in Italia si scambia per illuminata.

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Aggiornamenti del 10 novembre —–> Vi invito a leggere il post delle compagne di FemminilePlurale (a firma di isaroseisarose). Analisi lucida e consapevole della situazione, che mi trova perfettamente d’accordo. A loro va il mio personale ringraziamento.

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