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Jenny Holzer

 

 

La famiglia è – spesso e volentieri – un coacervo di mondezza. Non si differenzia, in famiglia. E tutto resta lì, maleodorante, insulso, vischioso e tremendamente incandescente fino a quando non si decide che con quella melma si devono fare i conti. Quei conti necessari, appunto, per evitare di essere sempre in perdita. O comprendi o muori: una cosa simile, ecco.

Oggi apprendo dell’ennesima uccisione, per mano di un familiare stretto, di una giovane donna. Il suo nome è Sarah e aveva quindici anni. Anche lei ora può essere iscritta al penoso elenco di femminicidi che da tempo imperversa nel nostro amorevole ed evoluto belpaese. L’ha strangolata lo zio, dopo che lei per l’ennesima volta si era rifiutata di cedere alle sue attenzioni morbose. Ma lui no, mica poteva accettarlo. L’ha uccisa per poi poterle mettere le mani addosso. Difficile leggere qualcosa di più orribile. La prima cosa è dunque lo sconcerto e il dichiarare la mancanza di parole sufficienti a disegnare il proprio stato d’animo. Anche perché una può tentare di dare corpo a pensieri e azioni criminali ed erotomani ma, francamente, non posso farne io l’anamnesi. L’istinto è quello dunque della maledizione e della sete di vendetta nei confronti dell’assassino. Tanto Sarah non c’è più e dunque è giusto punire chi l’ha uccisa. Di pene esemplari si sa parlare benissimo, anzi ci si spertica per vomitare tutto l’odio nei confronti di chi ha potuto fare i propri comodi per diverso tempo senza che a nessuno venisse il minimo dubbio. A cose fatte, sempre sulla pelle delle donne, i maschi violenti e le famiglie patogene si schierano dalla stessa parte: quella dell’occhio per occhio, a tutti i costi. E Sarah? Lei non abitava più su questa terra da diverso tempo. Sarah era una giovane donna in preda al panico; non sapeva come liberarsi delle attenzioni maniacali del proprio zio e ne ha confessato il turbamento alla cugina, figlia dell’uomo che di lì a poco l’avrebbe uccisa. Ed era sola. Certo perché si prova sempre vergogna e un senso di inadeguatezza dinanzi a qualcuno che invece di proteggerti approfitta di te. Non è un estraneo ma qualcuno che un giorno ti mostra il lato oscuro della sua sessualità e ti costringe a fartene carico. Così viene anche il dubbio che dietro a quelle strane e indistinguibili proposte ci sia dell’altro. Qualcosa di indistinguibile perché appunto si mischia, si impasta con tante altre cose, rendendo tutto vischioso e indivisibile. Di tutte quelle “cose” – prima fra tutte forse – c’è la forza desiderante e profonda che qualcun altro riesca a darti davvero attenzioni, ma quelle sane finalmente, quelle della protezione affettiva e della rassicurazione entro un cerchio della fiducia che dovrebbe essere la famiglia. Si ha la speranza che qualcuno si accorga. Ha ragione Fulvia Bandoli quando in un suo bel saggio dice che dovrebbero essere finalmente gli uomini a discutere della propria sessualità, riguardo la violenza sulle donne per esempio. Credo sia importante e credo che ancora non ci sia stata un’analisi seria da parte del mondo maschile. Oggi leggo anche l’articolo di Marina Terragni e lo condivido isoprattutto nel punto in cui invita gli uomini, nel dibattito relativo ai commenti, a cominciare percorsi di autocoscienza; la penso esattamente come lei e non solo: credo sia l’unica strada. E’ pur vero che madri, sorelle e figlie sono state private barbaramente della cara Sarah. Ma queste stesse persone che conoscevano, subodoravano la verità o il pericolo da tempo, insieme ai padri, ai fratelli e ai mariti…dico queste persone dove si trovavano? Mettiamo il caso che non si siano accorte/i della situazione precedentemente alla morte (un’ipotesi ridicola, ovviamente), nonostante le preoccupazioni esternate da Sarah, ma dopo che è scomparsa nessuna/o si è premurata/o di dire che forse la giovane donna poteva essere in pericolo? Che c’erano delle forti perplessità rispetto alla sua sorte? Neppure questo. E’ vero dunque: sono gli uomini che dovrebbero cominciare a parlare della propria sessualità interrotta perché sono loro che uccidono le donne. L’abuso però non è una violenza episodica, non è un evento, ma è una “storia” che si protrae nel tempo, spesso in anni di silenzi assordanti e familiari conniventi che non vogliono sapere. Spesso dopo che si è lasciata la precedente vittima perché annoiati,  si decide di passare ad un’ulteriore donna della propria famiglia da umiliare. Ecco la ragione forse:  nel momento in cui si ha il coraggio di confessare ciò che si è subito, molte famiglie decidono di non appoggiare l’abusata ma di seppellire tutto sotto al tappeto per il quieto vivere. Ancora mondezza dunque e l’invito amorevole di procedere nell’ipocrisia. Abusata infinte volte. Dunque  servirebbe un segnale forte che chiamasse le cose col giusto nome: femminicidio costante per mano di uomini prevalentemente prossimi per legami di sangue e parentela. Dispiace che gli uomini abbiano questo triste primato? Eh, dispiacerà ma ce l’hanno e allora se ne devono fare carico. Femminicidio che va interrotto fermamente  – perché il patriarcato non è morto – soprattutto attraverso la forza di soggette e soggetti risolte e risolti che siano in grado di indagare (non in senso poliziesco) ciò che accade. Eppure manca un passaggio. Mi rendo conto che sia scomodo a dirsi e che la naturale tenerezza e solidarietà nei confronti della famiglia di Sarah sia fortissima ma… care tutte e cari tutti: la famiglia va ripensata in chiave di viatico della cultura patriarcale, come tassello primo. Va ripensata come trappola pericolosa e mortale di una cultura indotta che dovrebbe essere spazzata via cominciando dalla cellula prima che ha preso sembianze pervertite; così come si fa per le malattie degenerative: inutile dare soluzioni per le metastasi avanzate se non si può attaccare il nucleo primitivo da cui tutto parte. La famiglia pensata così assume dunque un ruolo e un valore fondamentale: il primo luogo che ti insegna la menzogna potrebbe diventare finalmente un elemento principale di protezione reale e autentica presa di coscienza? Forse è tutto sbagliato all’origine, forse non ce la si può fare ma secondo me, cominciando da noi, cominciando a discuterne e a togliere il velo di maya che aleggia intorno a questo strano ricettacolo di violenze fisiche e psicologiche si potrebbe cominciare a parlare apertamente. Liberamente. Per Sarah, come per centinaia di altre donne, non c’è stata pietà, ha giaciuto nel cunicolo di un pozzo, seviziata oscenamente dopo essere stata uccisa e denudata. Chiudo con le parole di Concita De Gregorio che faccio mie:

“Le famiglie possono essere luoghi orribili. Solo questo vorrei dire del delitto di Sarah, sul quale veramente non ci sono parole che bastino. Una storia di famiglia. Una famiglia italiana. Tutti sposati in chiesa, nessuna coppia di fatto, nessun legame omosessuale, nessun figlio in provetta, nessuno ‘straniero’ acquisito. Tutto secondo natura”.

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[Alessandra Pigliaru]

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