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Michela Murgia

Cara Michela e care Tutte,

in tempi bui come questi, rilevare ancora una volta l’atteggiamento paternalistico e ormonalmente interrotto è cosa scontata e pur sempre dolorosa.

Mi riferisco alla sortita di BV durante la premiazione del Campiello (non cito neppure il nome per intero, visto che ritengo che la sovrapposizione del suo nome a quello di scrittrici di valore come te e come tante altre sia stata mediaticamente sufficiente); il figuro in questione, dicevamo, esortava la telecamera a riprendere il décolleté di una giovane scrittrice esordiente. In quella stessa serata anche tu Michela sei stata premiata per il tuo magnifico “Accabadora” e hai vinto il Campiello. Ho molto apprezzato la tua dedica a Sakineh Mohammadi Ashtiani, vittima (mediatica ma pur sempre in carne e ossa) della repressione e dell’idiozia del potere integralista. Ho molto apprezzato perché ritengo che la sorellanza si avverta simbolicamente anche nel pensiero – seppure in  occasioni di forte risonanza spettacolare. Poi la questione si è conclusa così come da copione, nella più becera e noiosa litania maschilista e sessista. Il solo nominare una parte erotizzante  del corpo femminile ha giustamente provocato reazioni a catena; la prima è stata la tua che con l’autorevolezza che ti si confà hai tuonato contro il conduttore segnando il triste stereotipo di donna = corpo sessuale. Ho letto il seguito delle polemiche, ciò che è stato per esempio scritto da VS (altro di cui non scriverò il nome per intero, ma facilmente individuabile per la sua posa da manzo-critico d’arte) che fa una specie di apologia della bellezza e ti invita a tornare a scuola. Devo confessarti che non ho potuto leggere per intero le sue farneticazioni, la rabbia per il potere mistificatorio era troppa.

Ora è tempo che io e te parliamo, Michela. Che io ti dica in effetti cosa penso, e voglio farlo riferendomi a te e alle giovani scrittrici. È tempo innanzitutto, Michela, che cominciamo a nominare la nostra autorevolezza, a farlo reciprocamente cassando e ignorando completamente quei vecchi bavosi incartapecoriti che non possono più riguardarci.  Non li dobbiamo più chiamare con il loro nome e cognome, chiamiamoli invece soggetti interrotti, diciamo di loro qualcosa che non ci faccia perdere tempo e che li definisca per ciò che sono: servi del patriarcato e del loro narcisismo.

L’Italia non è nuova a questo genere di imbarazzanti “scivoloni” che si tentano poi di aggiustare dando  la colpa all’ormone in agguato o all’incomprensione di noi donne, fin troppo suscettibili per evidenti ragioni fisiologiche che tendono ad agitarci e a renderci aggressive È ora di dire basta e per farlo si devono decostruire le immagini sessiste  – è vero – ma soprattutto ricominciare da noi.

A molti darà fastidio ciò che scriverò (così come ciò che ho già scritto, del resto), proprio perché lo stesso ormone che guizza impertinente in una serata dove si parla di scrittura è lo stesso che si attiva – nevrotizzato – quando si traccia l’analisi di ciò che è oggi la scrittura delle donne in un mondo a misura d’uomo.

Sarò breve … un semplice auspicio dove desidererei sentirvi tutte vicine.

La scrittura femminile è (dovrebbe essere) consolidazione di autorevolezza e faticoso studio; l’autorizzazione al dire parte prima di tutto da noi, senza gerarchie e senza scuse autoritarie che dovrebbero servire a confortarci e a spronarci. Non abbiamo bisogno di mentori, di custodi e maestri che possano traghettarci verso rive sicure: siamo noi e il mare aperto in cui sprofondare ogni volta per riemergere. Siamo sempre noi, Michela cara, insieme alle altre madri che teniamo nel cuore, a partorire il senso di quella stessa scrittura. Non abbiamo bisogno di caporali, di gendarmi e finti imbonitori che ci ispezionino il ventre. L’elemento generativo che si confonde con l’atto sessuale – riferibile al corpo della donna da parte di molti uomini e legato ad una sessualità irrisolta –  fa credere legittima e divertente qualunque battuta denunci l’inadeguatezza e la poca dimistichezza. Fa credere dunque divertente degradare la donna a quella famosa forma corporea non normata produttrice di sentimenti inespressi mercificatori e violenti. La donna è solo carne? No, la donna – per certi individui – è merce in scadenza così come l’oggetto erotico deviante che in questi anni ha alimentato l’immaginario spettacolare misogino. Non  stupisce dunque che anche in momenti di riconoscimento intellettuale si assista a simili dichiarazioni, non stupisce perché si è intrisi fino al midollo di immagini svilenti, umilianti e schifose del corpo femminile. E quelle stesse immagini istituzionalizzate e rese di pubblico dileggio sono il nutrimento di una cultura patriarcale e razzista che non sono poi così sicura stia tramontando.

Raccontiamo alle nostre figlie e ai nostri figli cosa significa cominciare a riconoscerci tra noi, doniamo il disconoscimento a chi ancora confessa le proprie turbe; doniamo loro la giusta negazione del nome proprio e cominciamo a pronunciare i nostri di nomi – facciamolo per intero e ad alta voce. E diciamo ai nostri figli che ci sono mostri generati dalla notte della ragione e che lì vogliamo confinarli perché noi raccontiamo senza di loro: noi scriviamo coraggiosamente per la luce.

A te Michela – e alle giovani scrittrici tutte – vorrei augurare ancora mani germoglianti, quelle stesse mani che pensano e che così tanta paura fanno al Potere. Auguro mani che scardinano e che gettano nell’immedicabile disorientamento i bavosi e gli irrisolti. Siamo noi quelle donne liberate e indipendenti da qualsiasi commistione con la cultura mimetica. Siamo noi la fonte, chi si vuole avvicinare lo faccia non  prima di aver imparato cosa significa la differenza.

Abbraccio te e le donne scrttrici e – come si dice nella nostra terra – a chent’annos!

Alessandra Pigliaru

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