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tramite collettiva_femminista

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documento politico a cura di collettiva_femminista Sassari (agosto 2010)

1. Delle donne nella politica partitica

Sulla quasi assenza delle donne elette nel Comune e nella Provincia di Sassari, nelle ultime settimane, molte e molti sono intervenute/i nel dibattito suscitato da Antonietta Mazzette (Nuova Sardegna del 6 luglio e del 12 luglio 2010). Noi di collettiva_femminista con questo documento intendiamo contribuire alla discussione per tentare di realizzare uno spostamento rispetto a molte questioni e soluzioni fin qui proposte.

Siamo passate dalla domanda del neo assessore ginecologo Scanu «Quante sono oggi le donne che vogliono impegnarsi in politica?» (Nuova Sardegna del 13 luglio 2010), all’affermazione della Presidente Giudici secondo la quale «i partiti decidono chi ci deve rappresentare» (Nuova Sardegna del 4 agosto 2010) e di conseguenza: «occorre che le donne si dotino di quell’istinto di solidarietà che gli uomini hanno sviluppato nell’arco di decenni, in cui hanno gestito i partiti e la politica […] sarebbe più giusto fare quadrato, organizzarsi, contarsi» (Nuova Sardegna del 4 agosto 2010). Ciò significa ridurre la politica delle donne ad una mera questione di rappresentanza, tanto che le fanno eco le proposte di «[…]una scuola di partito, come si faceva prima» (G. T., lettera), oppure di un «[…] impegno politico all’interno dei partiti per chiedere con forza la democrazia paritaria» (M. A. S., lettera). Questo modo di pensare sta ad indicare una pericolosa analogia con il metodo usato dal sistema patriarcale e sessista, con l’idea di un potere da conquistare, di una spartizione alla quale si vuole partecipare senza interrogarsi sulla sua sensatezza. Insomma che le donne finalmente facciano propri i modi e le pratiche maschili, che da sempre le hanno discriminate, volgendole a loro favore. Significa imparare dagli uomini come si gestisce il potere ed i partiti, e diventare come loro.

No grazie.

La presidente Giudici avrebbe potuto spiegare il perché lei, donna, non ha avuto il coraggio di valorizzare altre donne nell’assegnazione delle deleghe, piuttosto che piegarsi alle mere logiche partitiche. Non bisogna però scordare che molte hanno provato a porre il problema della rappresentanza e pure a risolverlo, proprio con i metodi degli articoli sopra citati, ma ad oggi, possiamo dircelo, quei metodi hanno fallito. Facciamo un po’ di storia. Una trasmissione politica curata da Rossana Rossanda nel 1986 ed un inserto uscito sul Manifesto “1946-1986. Donne il voto ingrato” (26 luglio 1986), sollevarono il problema della (non) presenza delle donne nelle liste per le elezioni politiche: scandalizzava il 7% di donne elette. Pochi mesi dopo, nel 1987 la Sezione femminile dell’allora Partito Comunista Italiano presentò il documento Dalle donne la forza delle donne. Carta itinerante delle donne comuniste. Nel 1998 nasceva la sezione italiana della Emily List promossa da Giovanna Melandri che aveva come obiettivo la formazione di “quadri” per la politica. Da allora è cambiato qualcosa? No. Basta guardare gli appena insediati in Consiglio Comunale: su 40 consiglieri eletti, 3 sono consigliere; su 10 assessori, 2 sono assessore; e Consiglio Provinciale di Sassari: su 30 consiglieri, 2 sono donne; su 9 assessori, 0 donne.

Noi di collettiva_femminista, partendo da noi (e qui la prima distinzione), rifiutiamo la prospettiva emancipazionista che ci vorrebbe uguali agli uomini. Noi siamo donne che vogliono valorizzare le donne, senza voler per questo discriminare gli uomini. Non si tratta di ambire al posto degli uomini, di impostare la nostra politica nei termini di una presa del potere secondo la dialettica servo/padrone. Come donne, soggetti imprevisti nello schema maschile, non ci poniamo su questo piano, che non è e non può essere nostro e che rifiutiamo, ma intendiamo spostare la questione, affermando che può esistere un’altra politica che non coincide affatto con il potere. Noi rivendichiamo il riconoscimento fra donne e la capacità di sapersi autorizzare partendo da noi stesse, primo passo per poter realmente agire un cambiamento.

2. Assenza ed esclusione

Riteniamo che per realizzare un cambiamento sia necessario capire quali siano le ragioni culturali che portano all’autoconservazione del potere maschile ed alla sistematica esclusione del genere femminile nella vita pubblica. Analizzare dunque i meccanismi che portano al misconoscimento, o meglio, alla marginalizzazione delle donne nelle Istituzioni e ai vertici dei poteri decisionali.

Se guardiamo a uno dei padri del pensiero occidentale moderno Friedrich Hegel (Lineamenti di filosofia del diritto, 1820) quando parla di una separazione tra la «sfera pubblica dello Stato e della cittadinanza» e la «sfera privata della famiglia» il pubblico viene assegnato all’uomo e il privato alla donna: «l’uomo ha perciò la sua reale vita sostanziale nello stato, nella scienza e simili» mentre «nella famiglia […] la donna ha la sua destinazione sostanziale».

Non stupisce quindi che Carla Lonzi, massima esponente del femminismo radicale italiano, confutando il pensiero di Hegel, di Marx, di Lenin e di Freud, abbia titolato il suo libro più celebre Sputiamo su Hegel (Carla Lonzi, 1974).

Hegel è giusto l’esempio tra i più noti secondo cui la donna, evidentemente, non potendo abitare le regioni della razionalità, non può assumere su di sé alcuna pretesa speculativa e dunque nessuna autonomia. La donna è da sempre (nello stereotipo patriarcale) uterina, umorale e in effetti manchevole di qualcosa o di qualcuno che possa riabilitarla per avere dignità di parola e canalizzarne la cifra emotiva e intimistica. Non sconcerta un esito simile se si guarda alla storia del pensiero da Platone in poi: esistono ricorrenze piuttosto perniciose secondo cui vi è un unico principio dal quale tutto scaturisce per emanazione o per negazione e/o contrapposizione. La donna è dunque relegata ad un ruolo di subalternità. La relazione fra donna e uomo e fra donna e mondo, che resta asimmetrica, è governata unicamente dal principio maschile.

Il condizionamento nei confronti delle donne esiste fin dall’infanzia: le bambine e le ragazze vengono cresciute nell’idea che esista una sola cultura che è quella del neutro maschile; per dirla con Carla Lonzi «l’uomo ha sempre parlato a nome del genere umano» (1974).

Certo, alle donne ora non si chiede più (non esplicitamente almeno) di pensare solo alla famiglia, agli affetti e alla casa, ma si propone loro un modello culturale emancipato, con un’uguaglianza formale con l’uomo. Si tratta però di una parità smentita dai fatti, inesistente e fallace nella sostanza; una parità di legge – sorta di foglia di fico che finisce per evidenziare ciò che vorrebbe nascondere – che sottolinea ancor di più la posizione subalterna delle donne, alle quali si riconoscono solo teoricamente gli stessi diritti e possibilità dei maschi. In realtà, nel mondo pensato e costruito a misura degli uomini gli spazi consentiti alle donne risultano del tutto marginali e inerti. Le leggi sono le stesse per uomini e per donne, l’accesso alle professioni è libero ed uguale per entrambi i generi, però, e qui ci sostiene ancora la riflessione femminista che elabora e studia da decenni quest’asimmetria, quelle leggi, di fatto, le hanno stabilite gli uomini, questa cultura (e società) è tuttora gestita quasi esclusivamente dal genere maschile.

Così nel lavoro, così nella politica, le donne sono presenti in gran numero nella base e tuttavia scompaiono man mano che si raggiungono i vertici decisionali. Noi ci chiediamo se possa una società, vista anche la sua crisi politica e morale, fare a meno di questo capitale umano. Noi crediamo di no, così come vorremmo sfatare le idee misogine che le donne stesse hanno introiettato e che a volte ascoltiamo: “le donne non votano le donne” o “la peggior nemica di una donna è un’altra donna”. No, la colpa dell’assenza è imputabile al sistema patriarcale che si autoalimenta ed esclude per sua natura le donne.

Bisogna infatti mettersi d’accordo su un altro fraintendimento culturale e distinguere finalmente fra inesistenza e esclusione. Le donne ci sono, partecipano fattivamente alla vita sociale, mandano avanti l’economia, la scuola, la famiglia, l’università. Molte donne immaginano e praticano, inoltre, un’altra politica, un’altra cultura, un altro modo di stare nel mondo. L’assenza delle donne dalla politica maschile – un’assenza peraltro puntualmente rimproverata e superficialmente stigmatizzata come forma di pigrizia o ripiegamento nel privato – è l’assenza dell’escluso «al quale è stato impedito di venire all’appuntamento della dimostrazione della sua esistenza» (L. Muraro, 2002).

E, come abbiamo letto e ascoltato in questi giorni, a contestare alle donne il loro non essere là, a palazzo, nei partiti, nei luoghi del potere, sono sovente altre donne. Tuttavia, non ci si interroga sulle ragioni di quella assenza, sui motivi che allontano ed escludono le donne dalla politica maschile, considerata politica tout court; motivi e ragioni, sia detto per inciso, che giustificano l’esistenza delle politiche pari opportunità. Non soltanto non si riflette su questa assenza, che è una immane perdita di saperi, di intelligenze, di talenti per la società tutta, ma si individuano le donne come responsabili, colpevoli addirittura del loro non esserci. Il cerchio si chiude nel segno dell’assurdo: una politica che esclude di fatto le donne e che poi le accusa della loro esclusione. Ed è significativo che a puntare il dito contro le donne che stanno altrove, lontane e tenute fuori dai palazzi e dalla gestione del potere, siano soprattutto quelli e quelle che per primi hanno aderito alle logiche dei partiti, e sono loro, di fatto, i responsabili dell’esclusione delle donne dalla politica (partitica). Lo spostamento che proponiamo ci porta altrove: occorre approfittare della differenza delle donne, una differenza che nasce da secoli di esclusione e che mostra oggi interamente la sua forza, il suo carattere spiazzante, capace forse, ce lo auguriamo, di porre rimedio alla crisi della politica maschile.

3. Pari Opportunità e costruzione dell’autorevolezza femminile

Torniamo alla domanda iniziale dell’assessore Scanu: «Quante sono oggi le donne che vogliono impegnarsi in politica?». Noi di collettiva_femminista vogliamo invece domandarci: è desiderabile da parte delle donne quel tipo di potere, che di fatto è diventato una mera politica dello scambio? È desiderabile per le donne che vincono i concorsi di medicina, magistratura, che sono le più brave a scuola, impegnarsi nella politica dello scambio? Sono coscienti o no i politici in generale, e quelli sassaresi in particolare, che laddove non esiste la cooptazione, perché esiste l’accesso in base al “titolo e merito”, le donne partecipano, eccellono negli esami e vincono i concorsi?

Innanzi tutto, segnalare considerevole il traguardo della composizione interamente femminile nelle commissioni Pari Opportunità in Comune e Provincia, come è accaduto a Sassari (da parte dell’assessore Scanu o da chi per lui), è fuorviante. Il problema su cui ci si vuole ingannare (scientemente) è infatti quello del ruolo decisionale e simbolico che un Assessore ha in merito a diverse questioni che sono quelle della valorizzazione della differenza. Le Pari Opportunità rappresentano simbolicamente un terreno in cui si sono sempre confrontate le donne e diventano dunque uno spazio necessario, seppure abitato da presupposti emancipazionisti e di parità che non condividiamo, per cominciare a parlare e discutere tra donne e scambiare esperienze e punti di vista.

Alle Pari Opportunità deve essere riconosciuta più autorevolezza evitando di cadere nel pericolo dell’esercizio di un potere vuoto e inefficace. Dal momento che le Pari Opportunità nascono come laboratori di relazioni femminili, possono essere spazi di inedite possibilità di pensiero, riflessione e pratiche politiche, proprio per la loro natura di luogo di confronto e addirittura di “sperimentazione politica”.

A Sassari invece, per le deleghe alle Pari Opportunità, sono stati scelti degli uomini: in Comune un ginecologo, che si auto-legittima in forza della sua professione, e in Provincia unesponente dell’Arma, che si schernisce e non affronta le riflessioni succitate dalla precedente delega comunale.

Non possiamo che rimarcare con energia la superficialità e la mancanza di attenzione delle amministrazioni locali rispetto alle donne di Sassari, che in questi ultimi anni hanno realizzato, come Rete delle donne e come singole associazioni, momenti di confronto e di riflessione, manifestazioni che hanno coinvolto numerose/i cittadine/i, iniziative dedicate alla violenza e alla politica. Le relazioni personali e politiche che abbiamo intessuto ci hanno consentito di realizzare un lavoro prezioso, anche con l’appoggio di alcune donne delle Istituzioni, che si sono rivelate infine sensibili, quando chiamate a collaborare, alle tematiche delle donne. Il territorio, la città intera ha mostrato un interesse e un’apertura verso la politica delle donne che, evidentemente, il Palazzo non è capace di riconoscere né, tanto meno, di intercettare e valorizzare. Di questo non solo ci rammarichiamo, ma chiediamo conto a quante/i ci amministrano senza riconoscerci come soggetti politici degni di ascolto.

Siamo stanche inoltre di vedere rubricare la “questione femminile” sotto la paternalistica voce di “tutela” e problema sociale, considerando la donna una sorta di minus habens cui non solo si manca di riconoscere la forza della differenza, ma addirittura se ne sancisce la intrinseca fragilità e debolezza; oppure, alternativamente, sotto la voce “ordine pubblico”, equiparando la “questione femminile” alla odiosa questione della violenza.

Le donne non sono un problema sociale né una questione di ordine pubblico. Siamo stanche di questi triti luoghi comuni della politica maschile, e tuttavia non ci stanchiamo di ribattere e ribadire la forza e le potenzialità delle donne, la ricchezza di un esser state altrove e di un essere diverse, non interessate ed estranee agli scambi e ai piccoli cabotaggi del potere. Una differenza che è, può e deve essere riconosciuta come una risorsa, forse l’unica ormai possibile, per compiere uno spostamento, per mutare radicalmente di segno la miseria culturale e sociale nella quale ci ha precipitate/i la politica maschile. Le donne che, come scriveva Lonzi, sono il passato oscuro del mondo (Sputiamo su Hegel, 1974), possono forse, ed è una speranza e un convincimento, contribuire nel presente, giorno per giorno, a costruire un futuro diverso e vivibile.

4. La differenza come risorsa

Come possono fare quindi le donne che si vogliono impegnare nella politica a cambiare le cose senza utilizzare i metodi della politica dello scambio?

Innanzi tutto dobbiamo imparare «[…] a non considerarci donne soltanto come corpi e relativi ruoli sessuali, e invece individui neutri nel lavoro, nello studio, nella politica. In breve a non essere donne nel privato, ed individui senza sesso nella sfera pubblica» (M. L. Boccia, Presenti, differenti. Donne nell’università e nella sfera pubblica, 2008). Per cambiare questo modo di pensare, per cambiare il mondo, occorre partire dal linguaggio, dalle parole che usiamo e che costruiscono l’impalcatura dei nostri ragionamenti. Il mondo è il linguaggio, e per agire il cambiamento si può partire da qui, dalle parole, appunto. Quindi usare il Linguaggio di genere (prezioso il lavoro svolto dalla Commissione per le Pari Opportunità del Comune di Sassari nelle scuole cittadine), perché continuare a declinare al maschile un ruolo o una professione svolti da una donna, di fatto, significa cancellare la differenza di genere. Significa negare che le donne possano svolgere ruoli o professioni tradizionalmente considerati di esclusiva pertinenza degli uomini, come per la politica. Il nominarsi come donne è fondamentale per non ricadere nel neutro universale che di fatto elimina le differenze fra i sessi e appiattisce le donne sul significante maschile.

Il linguaggio, dunque, come motore invisibile ma potentissimo di un mutamento possibile e praticabile, tutto da costruire, immaginare, pensare. Ma torniamo alla questione che ha primariamente suscitato questa nostra riflessione, vale a dire, dal punto di vista quantitativo, la scarsa presenza delle donne nelle Istituzioni e, dal punto di vista qualitativo, gli esiti piuttosto deludenti delle esperienze di queste pochissime donne dentro le Istituzioni. Crediamo fermamente che «un corpo di donna non garantisce un pensiero di donna» (Alessandra Bocchetti, Sottosopra, 1987), come afferma una voce della Libreria delle donne di Milano, che così continua «un pensiero di donna può nascere solo dalla coscienza della necessità delle altre donne. Questo pensiero è un prodotto di relazione. Se si riesce a comprendere questo tutto il resto è strategia, anche l’appartenenza ad un partito politico».

Una interessante testimonianza ce la offre una donna di partito, Fulvia Bandoli, cresciuta nella genealogia femminile di Nilde Iotti e Giglia Tedesco, nel suo Partiti, potere e impermeabilità in Potere e Politica non sono la stessa cosa (2009) un libro che, sia detto di passaggio, è stato donato dal Comitato Pari Opportunità dell’Ateneo di Sassari alle varie Istituzioni cittadine, come gesto simbolico per suscitare una riflessione in merito al potere e alla politica. Bandoli rivendica di essere stata parte attiva di un partito pur non essendolo più, e non scartando l’idea di tornarvi. Analizzando le motivazioni sottese all’inefficacia dell’azione delle donne che hanno scelto di lavorare nei partiti e nel Parlamento, sostiene che esse sono attribuibili al fatto che le donne stesse sono:

[…] entrate in quei luoghi senza le proprie relazioni e le proprie pratiche fino a trovarsi sole a dover fare i conti con l’organizzazione maschile della politica e con altre pratiche o con nessuna pratica (che è anche peggio); l’aver fatto prevalere largamente politiche rivendicative e di parità mentre nella società cresceva la libertà femminile e la politica della differenza tra i sessi. Mentre altrove il simbolico femminile si rafforzava in questi luoghi veniva spesso mortificato e questo è un dato difficilmente contestabile.

Solo valorizzando le relazioni e le differenze si produrrà un cambiamento capace di opporsi alla politica dello scambio che da sempre ha caratterizzato la politica al maschile. E ancora Bandoli, per ciò che dovranno fare le donne che hanno ancora il desiderio di appartenere a dei partiti, così continua:

[…] dovranno sciogliere alcuni nodi ineludibili: tirare una riga definitiva sulle politiche di parità, mettere in discussione le pratiche politiche (le modalità delle decisioni, delle relazioni, delle discussioni), unificare le pratiche che si hanno fuori con quelle che si adottano dentro il partito (io noto che spesso quel che diciamo o facciamo poi fatichiamo a dirlo negli stessi termini nelle sedi di partito e gli uomini politici fanno sempre parecchio affidamento sulla nostra clemenza). Faccio solo due piccoli esempi. Ho visto tante volte donne competere tra loro per decidere chi dovesse relazionare in aula su provvedimenti come la violenza sessuale e le molestie sessuali mentre è chiaro che se a relazionare fosse un uomo sarebbe finalmente più chiara la sostanza del problema. Per una volta un uomo dovrebbe almeno tentare di dire pubblicamente che la violenza sessuale è cosa che riguarda la sessualità maschile, la sua sessualità. E ancora sulle relazioni tra donne: mi sono interrogata varie volte sulla pratica della disparità ma mentre ho visto donne dentro i luoghi del femminismo riconoscere l’autorevolezza di un’altra donna, dentro un partito mi è spesso capitato di vedere prevalentemente donne difendere, a volte in modo imbarazzante, l’autorevolezza di un uomo.

Ed è proprio qui che ci troviamo davanti ad un nodo importante: la distinzione tra potere ed autorevolezza. Laddove politica equivale a potere, viene perpetrata la sistematica esclusione delle donne che non aderiscono all’ordine partitico maschile. Noi ci riconosciamo nelle radici femministe dell’autorevolezza (ben lontana dall’autoritarismo e dal decisionismo agonistico delle lottizzazioni) il potere si prende, l’autorità si riceve e viene riconosciuta da altre/i, è atto relazionale, generativo e coniugativo.

Domandiamo dunque di fermarci a riflettere cosa oggi significhi parlare della differenza intesa come relazione autentica che disconosce il principio verticistico ed egemone dell’ordine maschile. Nel pensiero della differenza si può trovare terreno fecondo per pratiche relaziona-li – tra individui risolti – che non sono tese a soppiantare e a sovrapporsi all’ordine esistente mantenendone il meccanismo invariato, ma che determinano un mutamento culturale radicale che poggia “sull’essere almeno due”: la relazione duale facilmente germoglia, da quel che viviamo e vediamo, in relazione multipla, mentre l’importante resta dare scacco matto all’io. Essere due e riconoscersi reciprocamente nella differenza, come sostiene Luce Irigaray (Amo a te, 1993), significa anzi tutto rinunciare all’omologazione, alla riduzione ad un unico soggetto possibile, quello neutro e maschile, che disconosce l’altro da sé. Concretamente significa spostarsi dall’egemonia della politica dello scambio e costruire relazioni differenti, basate sull’ascolto e sulla capacità di vedere altrove, di praticare un’altra politica. Significa chiedersi perché le donne non sono nei partiti, non sono nei palazzi, senza colpevolizzarle per la loro assenza ed essendo capaci di vederle, vederle nella loro differenza e nei loro luoghi, riconoscere le loro voci e la loro autorevolezza. Significa saper distinguere fra assenza ed esclusione delle donne dalle Istituzioni, e soprattutto significa saper imparare da quella assenza, saperla mettere a frutto, ricavarne energie e risorse per progettare un altro modo di stare nel mondo.

Come donne essere due significa anzi tutto accettare e rivendicare la nostra differenza e il nostro desiderio, mettendo a disposizione dell’altro e del corpo sociale le nostre risorse, la nostra immaginazione e le nostre pratiche politiche.

Noi di collettiva_femminista ribadiamo che la politica può essere rinnovata a patto che non si assumano le modalità maschili dell’esclusione e della sopraffazione di un genere sull’altro che per secoli l’hanno caratterizzata. Le donne vogliono e possono contribuire al rinnovamento della politica, ma per farlo devono interrogare il desiderio di quelle donne che andremo a scegliere. È possibile costituire un’autorevolezza delle donne che renda praticabile nella società la mediazione femminile che si contrappone alla politica dello scambio. Ed infatti:

C’è mediazione femminile quando una donna per la realizzazione di un suo desiderio e progetto fa appello alla parola e alla decisione di una sua simile anziché all’autorità maschile. La mediazione sessuata (femminile) sovverte le regole e le misure maschili solo se una o alcune donne, nei luoghi misti del loro agire sociale, di fronte a progetti e volontà maschili dirà: deciderò dopo aver ascoltato il parere di colei o di quelle con le quali sto lavorando e il loro parere è vincolante per me (Lia Cigarini, La politica del desiderio, 1995).

5. Rispettare la voce delle donne

Concretamente, a quante/i ci amministrano chiediamo anzi tutto di ascoltarci, di guardare alla nostra politica e di rispettare le nostre esigenze. Infatti noi abbiamo la forza politica di auto-legittimarci, ma sappiamo che il vero cambiamento culturale può avvenire solo attraverso la contaminazione di saperi e di pratiche politiche diverse. Si tratta certamente di un lungo cammino, che comincia dal riconoscimento e dal dialogo con le diverse voci interne ed esterne alle Istituzioni; un cammino che nasce e si sviluppa dalle relazioni tra donne e uomini impegnati nel cambiamento dell’attuale paradigma culturale.

La cura e la relazione garantiscono il rispetto delle differenze e possono offrire impensate risorse ed energie. Affinché ciò si realizzi, occorre che le parole delle donne, le nostre parole, vengano ascoltate e prese in considerazione. Desideriamo anzi tutto, come segno di riconoscimento e gesto inaugurale di una relazione con le Istituzioni che comunque auspichiamo, che le nostre richieste vengano valutate e accolte, a partire dalla questione delle deleghe per le Pari Opportunità.

Chiediamo pertanto che la delega alle Pari Opportunità, in Comune come in Provincia, sia separata dalle Politiche Sociali e venga invece più sensatamente e opportunamente inserita fra le Politiche del lavoro e dello sviluppo. Difatti, come più volte abbiamo sottolineato in queste pagine, le donne non sono un problema sociale, una categoria da tutelare e proteggere, ma sono al contrario una risorsa. Le donne rappresentano una parte importante e produttiva della società e la politica deve garantire loro la possibilità di sviluppare al massimo e al meglio le loro potenzialità, la loro intelligenza, la loro differenza. Ciò a vantaggio non delle donne, ma dell’intero corpo sociale, che si gioverà enormemente e sorprendentemente di quella forza sommersa e tenace che le donne rappresentano.

Chiediamo inoltre, con rinnovato vigore, che le deleghe alle Pari Opportunità vengano assegnate a donne autorevoli, a donne che sappiano ascoltare le altre donne. Ciò non implica alcuna contrapposizione rispetto agli uomini in generale e agli assessori uomini designati in particolare. Tuttavia il valore e le potenzialità che le Pari Opportunità possono offrire, proprio per il loro carattere laboratoriale e relazionale di cui si è detto poco sopra, richiedono attenzioni e competenze specifiche che gli Assessori indicati non mostrano di possedere.

Quello che ci sta a cuore è la costruzione dell’autorevolezza femminile, un passaggio strategico e vitale per la politica tutta, che non può prescindere, dal punto di vista simbolico e da quello concreto, dall’affidare alle donne la politica delle donne.

Bibliografia di riferimento:

Aa.Vv., Diotima. Potere e politica non sono la stessa cosa, Napoli, Liguori, 2009

M. L. Boccia e M. Pereira, Presenti, differenti. Donne nell’università e nella sfera pubblica, Siena, Betti Ed., 2008

Lia Cigarini, La politica del desiderio, Parma, Nuova Pratiche Editrice, 1995.

Luce Irigaray, Speculum. L’altra donna, Feltrinelli, Milano 1975
Luce Irigaray, Etica della differenza sessuale, Feltrinelli, Milano 1985.
Luce Irigaray, Amo a te, Bollati Boringhieri, Torino 1993.
Luce Irigaray, Essere due,  Bollati Boringhieri, Torino 1994.

Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, Scritti di Rivolta
Femminile, Milano 1974; et al./EDIZIONI, Milano 2010.
Carla Lonzi, Taci anzi parla. Diario di una femminista, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1974; et al./EDIZIONI, Milano 2010.
Carla Lonzi, Vai pure. Dialogo con Pietro Consagra, Scritti di Rivolta Femminile, Milano; Milano 1974; et al./EDIZIONI, Milano 2011.

Luisa Muraro, La maestra di Socrate e mia, in Diotima. Approfittare dell’assenza. Punti di avvistamento sulla tradizione, Liguori editore, Napoli 2002.

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