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Erin Mulvehill

4 febbraio 1935

Il mio disordine. È in questo: che ogni cosa per me è una ferita attraverso cui la mia personalità vorrebbe sgorgare per donarsi. Ma donarsi è un atto di vita che implica una realtà effettiva al di là di noi e invece ogni cosa che mi chiama ha realtà soltanto attraverso i miei occhi e, cercando di uscire da me, di risolvere in quella i miei limiti, me la trovo davanti diversa e ostile.
(…)
Tortura è stata la mia maternità immaginaria, valida fino a che ci fu al mio fianco un essere che condivideva questo anelito di salvazione di una vita in un’altra vita, valida finché fu non illusione, ma speranza, e speranza di bene non soltanto per me; ma quando si riconobbe illusione e divenne soltanto dolore mio, si isterilì, si schematizzò. Feci del mio dolore un’astrazione, un’armatura su cui appoggiare, scaricare la responsabilità della mia vita.
Da quel momento il mio dolore non ebbe più ragione, più diritto di esistere. Compiuta la rinuncia, io avrei dovuto ricominciare a vivere, non fare di quella una teoria per sostenere la negatività della mia vita. Come se quella che era stata la mia vita morale, giustificasse la mia vita amorale della giornata. Amorale perché subita, coscientemente subita come uno smembramento della personalità, un lasciarsi andare, disperdersi fra le cose, le anime, i gesti irriflessi, senza un nocciolo interno, una mano che raduni le fila, che prema l’uva perché ne coli il mosto.
Desiderare di donarsi non può non essere la suprema delle aspirazioni di una creatura; ma volersi ad ogni costo donare quando del rifiuto delle cose si ha già avuta coscienza, è uno sconfinare illecito, un proiettarsi in gigantesche fantasie che non hanno più realtà di un’ombra nera sul muro. (…)

Erin Mulvehill

17 ottobre 1935

Adesso tornerai a scrivere poesie.
Dici, parli, ma ha ragione Tonio Kröger.
Impara a vivere sola – dentro di te.
Costruisciti.
Qui, o si muore o si comincia una tremenda vita. Io non devo morire, perché la mamma, sentendo il tonfo del mio corpo sulla terrazza del piano terreno, griderebbe ‘cosa c’è’, si affaccerebbe e la porterebbero morta anche lei nel suo letto. Io sono una donna, ma devo essere più forte del povero Manzi che si è ammazzato per una ragione uguale alla mia.
Io lavorerò, Flaubert m’insegni. Ho il dovere di essere più forte del mio dolore, perché il dolore nasce sempre da uno sbaglio. Io ho sbagliato. Faccio ammenda. Pago del mio.
– Orgoglio, aiutami –
Bisogna nascere una seconda volta.

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