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Anne-Julie Aubry

La caduta e l’abbandono si implicano a vicenda, fraintendendosi. Colui che cade ha ascoltato perlomeno una volta la solitudine che alberga nel fondo oculare. Per indagare ciò che è stato però si deve diventare funamboli e camminare sull’orlo dell’occhio: è lì che, impressa nella retina, troviamo la mappatura del detto. La caduta è il contraccolpo, è il venir meno per saturazione; cedimento che non è mai casuale, non si tratta di un inciampo qualsiasi. La caduta è gambe che si spezzano di troppo amore, un’inesorabile inondazione che fa crollare. Quando la si avverte sembra un déjà vu perché non si viene meno una volta sola. Sono bensì diverse e tutte intenzionate in un unico modo, quello appunto dell’abbandono. Ma chi è che ci ha lasciato? Chi è che possiamo colpevolizzare per non essere stato insieme a noi, ancora? Chi è il mostro che ha potuto fare-a-meno di noi? Ecco, è questo il vero crocicchio  dell’abbandono: non nella solitudine forzata ma nel pensiero di aver perso quello che noi crediamo essere l’unico spettatore della nostra esistenza, l’unico sguardo che avrebbe potuto in qualche modo farci eccedere (d)allo scorrere del tempo. Lo strappo coincide con la recisione di qualcosa che in un istante accoglieva. Stare fuori da quell’abbraccio comporta la consapevolezza che, dopo essere caduti, ci si dovrà rialzare necessariamente mentre prima ci si accontentava della culla. Essere soli, in questo rilievo, è secondario. Si viene ghermiti piuttosto dal presagio che qualcosa è andato a-male, si è assopito ed è cambiato. E allora si dice no, verticalmente. Lo strappo è così un fendente che continua a far naufragare. Ebbene, che affondi e che tagli pure il filo doppio. Solo così si può  procedere per decifrare il baratro. Ma l’illusione diventa un alto castello di carte da gioco; così come quell’unico spettatore che è sparito e sostituito dalla nebulosità di un’idea: quella del tentativo di ricongiungere i lembi di qualcosa che non si è rotto ma che si è solamente trasformato; un’impresa insormontabile. Bisognerebbe riassestare l’asse invece. Concedere all’occhio la possibilità di non perdersi nell’eterno ritorno dell’uguale; bisognerebbe d’un colpo trovarsi fuori dall’anello ingombrante del laccio, avvertirsi divisi dalla luce affilata e accecante; ascoltare l’abbandono come qualcosa di necessario e vitale per diventare, finalmente, Uno. Il funambolo è solo ed è fiero della tensione della corda; guarda in alto e le dita vanno al cielo; la mappatura del detto diventa così traccia distante, phantasia del quotidiano contenimento. La caduta, attutita dallo scasso, si può chiamare ora in molti modi diventando ricordo e madeleine. Il tragitto dell’occhio è compiuto, passando per il cuore. Afferra quell’idea caliginosa dal preliminare formarsi e ne fa un dardo vorticoso conducendoci al pensiero che saremo noi un giorno ad abbandonare per consentire all’altro di poter diventare Uno, come a noi è stato concesso.

[Alessandra Pigliaru su Filosofi per caso]

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