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LA STRANIERA

E… dimmi: non ti trema il cuore a parlarne?

LA CIECA

No. Non è così remoto ormai! Era un’altra. La creatura che vedeva, che viveva allora gioiosa, guardando – è morta.

LA STRANIERA

…E fu la sua morte, straziante?

LA CIECA

La morte è sempre straziante a chi non la attenda. Occorre una gran forza a sostenerla. Anche quando muore un estraneo.

LA STRANIERA

… E t’era dunque estranea, colei?

LA CIECA

Dirò: mi è divenuta estranea. La morte rende estranea perfino la madre al figliuolo. Ma, nei primi giorni, fu orribile. Il mio corpo era una sola ferita: tutto. Il mondo che per entro ogni cosa germoglia e fiorisce, mi parea come sradicato da me, col mio cuore. Ed io giacevo là, rovesciata, come la terra sconvolta dall’aratro; e bevevo, dischiusa. la gelida pioggia delle lacrime che stillavano sommesse dalle mie spente pupille inesauste. così come dai vuoti cieli – quando Dio è morto – ricadono le nubi sul mondo.


Ed io ero tutta udito: un udito spalancato e proteso. Avvertivo anche le impercettibili cose: il fluire del tempo su’ miei capelli; il tinnulo risonar dei silenzio contro sottili cristalli. Avvertivo su le mie mani, vicino vicino, come il respiro d’una gran rosa bianca. Ed insisteva in me tenace il pensiero: Notte; e mi parea di scorgere una striscia luminosa che sarebbe a poco a poco cresciuta come la luce dei giorno; e mi parca d’avviarmi verso un’alba, che riposava invece tra le mie mani, da tempo.

Quando il sonno mi ricadeva greve, di colpo, giù dalle tenebre del volto, io destavo allora mia madre, gridando – «mamma! Mamma! Vieni! Fa’ luce!». E rimanevo a lungo muta, con l’orecchio in ascolto. E sentivo a poco a poco sotto il capo divenirmi di pietra i cuscini. Poi, era come se, d’un tratto, io vedessi brillare qualcosa: il pianto disperato di mia madre, cui non voglio, non posso più ripensare.


«Luce! Luce! », gridavo spesso nel sogno. «Toglimi via dal volto, dal petto l’immensità dello spazio! Sollevalo alto da me! Rendilo, mamma, alle stelle! Non posso più vivere così, sotto il peso di questo incommensurabile cielo!… Ma parlo a te, mamma? Chi origlia dietro la tenda? L’inverno, mamma? o l’uragano? Mamma, la notte? Rispondimi! O il giorno?… Il giorno. Senza di me? Dunque, io non manco? Nessuno, nessun luogo avverte che manco? Nessuno domanda di me? Si son, dunque, tutti dimenticati di noi?… Di noi?

Ma tu sei là, mamma. Ed hai ancora tutto per te. Non ‘è vero? E le cose universe non sono elle ancora intente a dar gioja agli occhi tuoi? … Se le tue pupille sprofondarono nel sonno perché erano tanto stanche, risaliranno – vero? Le mie, tacciono. I fiori han perduto le tinte. Sono gelati gli specchi. Contorta ogni riga su le pagine de’ miei libri. I miei uccelli, spauriti, svolazzano pei vicoli. Si feriscono contro i gelidi vetri delle finestre. Non v’ è più cosa che sia legata al mio corpo. Abbandonata da tutti. Sono un’isola deserta ».

LA STRANIERA

… Ma io son venuta pei mari.

LA CIECA

A quest’isola?… Venuta pei mari?…

LA STRANIERA

E ancora sto dentro la barca. La ho accostata, piano, a te. Si dondola adesso sui flutti. Una bandiera sventola verso terra.

LA CIECA

lo sono un’isola tutta deserta. Ma in rigoglio. Da prima – quando i vecchi sentieri correvano ancora per entro i miei nervi, guasti dall’esser troppo battuti, – anch’io atrocemente soffrivo. Tutto mi traboccava, sfuggiva dal cuore: non so verso quali sbocchi irrompendo. Dopo, li ritrovai tutti i miei sensi sfuggiti… S’eran tutti raccolti contro i miei occhi murati ed immobili. E vi facevano contro impeto in ressa, gridando.


lo non so per quanti anni stettero i miei sensi, così. Ma so i giorni in cui tornarono indietro, esausti, spossati. E più non riconoscevano nulla.
Poi, un. sentiero emerse, si scavò, si slanciò verso gli occhi. Non so più quale. Perché tutto s’aggira adesso dentro di me, impavido, con passo sicuro.
Per la tenebrosa dimora del mio corpo, i miei sensi vanno adesso, come convalescenti. E son beati di andare. Se ne stanno alcuni reclini, assorti nelle memorie. Ma altri – i più giovini e freschi – guardano fuori. Perché là dov’essi affiorano alla superficie del mio corpo, diviene questa, per incanto, cristallo.

E la mia fronte, vede. E la mia mano legge poemi nelle mani che stringe. Con le pietre, cui sfiora, parla sommesso il mio piede. Ed ogni uccello prende con sé la mia voce, la distacca dalle pareti del giorno. Nulla più adesso mi manca. In suoni e in profumi si son tramutati i colori. E cantano, infinitamente soavi. Libri? Perché? Sfoglian le chiome degli alberi, le tenui dita del vento. E io so le parole che ne sfuggono. E le ripeto, a volte, sommessamente, fra me. E la Morte che spicca in eterno le umane pupille come fiori, cercherà invano le mie.

LA STRANIERA

(con un soffio:) So.

***

LE FOTO SONO DI REBECCA PENDEL

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