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Narciso era intorpidito. Così Marshall McLuhan chiosa intorno alla condanna del giovane figlio di Cefiso e Liriope. Essere intorpiditi significa non potersi liberare, restare sotto scacco di se stessi e dell’immagine di sé ma simultaneamente non sentirsi al sicuro. Si resta immobili perché nell’incantesimo della ripetizione dello Stesso non c’è più posto per il movimento. Muscoli e tremori sono tesi tutti all’unico moto possibile: quello di sapersi unici e irripetibili detentori dell’icona di se stessi. Quando Narciso incontra Eco, nella versione che del mito ci offre Ovidio, ecco che qualcosa sembra mostrarsi più nitidamente alla nostra comprensione. Narciso infatti non solo allontana tutti quelli che si innamorano perdutamente di lui ma riesce perfino ad ignorare la parola; la sua stessa parola (visto che Eco può ripetere solo ciò che lui stesso dice). Allora cosa diventa la condanna di Narciso, questo intorpidimento strutturale che si tramuta in scissione? Si tratta dello specchio di sé, del tentativo inutile e peregrino di “vedersi vedersi”; c’è forse un tintinnio in fondo all’acqua, un rumore sordo al quale Narciso tende l’orecchio. Se anche quel rumore indistinto parlasse egli non sentirebbe nulla, la parola, dell’altro o la propria, non servono a molto: non vi è comprensione logica, c’è contrazione invece, una liminare superficie che si vorrebbe bucare, come la propria stessa pelle. Eppure c’è indugio nel segnarsi, non ci si farebbe mai del male: il corpo è una cattedrale di specchi circonflessi che ripropongono di continuo la stessa distorta litania, una suprema esitazione in cui Narciso, finalmente, è ciò che è per sempre, per tutta la vita uguale. La (de)composizione lascia il posto alla riflessione sulla morte-in-atto, un orlo cieco e di cui non si distinguono i contorni perché si conoscono solo quelli del riverbero di sé, ai bordi del mondo la conoscenza di Narciso non può arrivare. In questo senso la narcosi è matura, si annacqua nel suo stesso tracimare. La parola potrebbe destare, potrebbe raccontare chi sta dietro quel volto di eterno giovinetto, potrebbe addirittura servire a sopportare il fardello dell’Altro e dello Stesso ma no, non può accadere almeno fin qui. L’intrattenimento è ancora infinito ri-volgersi allo Stesso come all’Altro. La ferita narcisistica altro non è che la narcosi di un martirio petulante tra due sé distinti: nessuno dei due predomina sull’altro ma entrambi guardano allo Stesso. Posizionandoci verso la contemporaneità si può rintracciare la nemesi che il ripiegamento comporta: Narciso acquista la voce. Nessuno sguardo che implichi un riconoscimento dell’Altro ma solo di se stesso. Nessuna parola al di sopra della propria che valga la pena di ascoltare, seppur assordante ronzio indecifrabile. In questo strepito del fondo dove ognuno blatera qualunque cosa (credendo di avere superiore dignità di quella altrui) regna sovrana la confusione e ogni direzione sembra percorribile. E Narciso sta in mezzo, è lui il solista indiscusso di ogni atto che ri-guardi l’Altro come lo Stesso. È lui che pretende attenzione esclusiva quando anche non la meriti, che gesticola conscio di vendere merce avariata. Ma non può farne a meno; desistere significherebbe ammettere di non essere solo al mondo, significherebbe considerare la propria esistenza come quella di un sosia che respira e si nutre degli sguardi che tanto fa finta di disprezzare. Ecco, quel figlio di divini natali, è invecchiato. Tremendamente. Resta appeso all’eternità solo per la mano immortale di Caravaggio. La narcosi ormai porta il Narciso contemporaneo, diventato abile stratega, a rinnegare pur sempre Eco ma a sottrarle la voce quando gli è comodo. Di quel torpore rimane solo la traccia libidica (come una protesi di sé), una stanchezza quasi puerile (e scialba) del sentirsi doppio, onnipotente creatore e distruttore del proprio destino.

(alessandra pigliaru)

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