Tag

, , ,

Jan Bishop

Offesa e ferita sono apparentemente figlie del risentimento; entrambe pare vivano nell’assoluta dipendenza dall’altro-da-sé; colui che offende e colui che ferisce provengono da ciò che viene offerto dal fuori. Offesa e ferita raccontano però qualcosa in più del loro semplice significato, raccontano di una famiglia di passioni e parenti adulterini da cui guardarsi bene, prima che riescano a farci la pelle. Niente, a quanto pare, nasce dal nulla e nel caso del linguaggio, ancora di più, nulla è casuale; esistono una genealogia della parola e un’archeologia del discorso che, a ben guardare, riescono a scolorire quasi una tradizione intera. Nel caso dell’offesa e della ferita però quello che balza alla vista è la loro progenie, sempre che di sorellanza si possa parlare. C’è un mormorio sommesso, un vociare corale. Offesa, si legge nel Tommaseo, vuol dire danno, ingiuria, oltraggio di fatti o parole ma si può riferire anche alle impressioni spiacevoli alla vista e all’udito. Ferita è ferdita, percossa, taglio o squarcio fatto nel corpo con armi o altro. Ferita è anche dolore dell’anima lacerata. L’offesa e la ferita narrano del colpo inferto e della caduta ma anche di ciò che noi per primi amiamo morbosamente infliggerci. Colui che offende in modo sistematico lo fa con un singolare progetto, volto a scatenar guerra o restituire un’offesa precedente. L’offesa sembra essere più superficiale, negli effetti; spesso non riguarda proprio noi ma un ipotetico nemico da combattere, chiunque esso sia. Non ha a che fare, in questo senso, con qualcosa di difficile da rimarginare, è piuttosto un grido di riparazione, un conto che quando (ri)torna è risolto. Per la ferita le cose non stanno esattamente così; quella compagna dell’offesa infatti, messa da parte ché alla nascita non si sapeva come governarla, si ciba di un’apertura sempre sanguinante. Ferire è dunque l’atto inconsapevole di ghermire il confine altrui, maldestramente. Ferire è portare sulle spalle il peso della percossa, il segno del colpo che arriva, spesso, insieme all’abbandono. La ferita racconta di un risentimento ancora grondante di colpa, un dolore a senso unico perché qualcosa di indistinto ci ha causato la caduta; qualcosa di antico, rimosso e poi agghindato a festa dal ricordo. Ecco, è in quello speciale cadere che non vi è alcuna strategia, nessun complotto che chiama ad un altro destino se non quello del qui ed ora. Nel territorio smerlato del risentimento e della colpa, ci si batte il petto solo per l’offesa, in fondo; la ferita resta una piaga invece, uno scosceso e verticale baratro, un grumo di crudeltà imbarazzante che sopravvive nel suo stesso sanguinamento. Così, quando ci si dice offesi non si fa altro che denunciare la propria posizione di rammarico nei confronti di un particolare oggetto; si conoscono molto bene i termini dunque e se ne potrebbero raccontare i dettagli, proprio perché dietro all’offesa esiste una struttura. Quando ci si dice feriti invece, non si avverte mai completamente la direzione da cui arriva il colpo, anche quando è esattamente colui che ci sta dinanzi ad averlo inferto; la mancanza di direzione, lo spaesamento, è l’impossibilità di dare alla riparazione un peso specifico; non c’è modo di raccontare nitidamente cosa sia accaduto ma c’è, con certezza, la comprensione nei confronti di una voce che chiama da lontano; una voce che ci rammenta come la ferita sia quel lembo diviso all’origine; perchè ferire non appartiene al giudizio morale ma, innanzitutto, alla finitudine di ognuno che non consente di sentirsi scevri (e salvi) di percosse come dell’atto stesso di lacerare.

***

post pubblicato per la prima volta in Filosofi per caso

Annunci