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a MASSIMO FINI

Leggo con stupore e disappunto il post-articolo da lei pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 27 marzo titolato Donne, un guaio senza soluzione. Leggo con disappunto e scrivo solo ora perché ho dovuto contare fino a 100. Ho riflettuto e ho riletto anche oggi per vedere se mi era sfuggito qualche passaggio in cui lei, Fini, si fosse dimostrato vagamente ironico. Niente da fare, nemmeno lo straccio di una virgola è ironico nel suo pezzo, nemmeno un periodo è volto ad una satira nei confronti della società dello spettacolo che le persone con un minimo senso critico dovrebbero analizzare e disprezzare fornendo alternative percorribili. Il suo post-articolo denuncia sfortunatamente un retaggio culturale pericoloso e fuorviante che fa delle donne una manica di sciacquette e/o oggetti oscuri di un desiderio pervertito e castrante. Siamo alle solite insomma.

La domanda nasce spontanea: noi dei suoi sfoghi cosa ce ne dovremmo fare? Mi dica Fini, della sua ironia di seconda mano piena di luoghi comuni su donne culi e tette che volano, mi dica cosa ce ne dobbiamo fare. Io penso proprio niente e mi spiace leggere nei commenti al suo post persone che sdegnate dicono che il suo era un attacco ai vari modelli di donne proposti in TV, quelle dei reality e dei talent show…mi spiace leggerlo perché nel suo articolo lei non fa distinguo ma anzi presenta l’universo donna come un guaio, una lenta litania di quelle donne ora madri ora puttanelle intercambiabili (sempre uguale, sempre lo stesso maschilismo e sessismo da quattro soldi che non mi sarei aspettata da un buon osservatore come lei). Forse aveva presente le vedette della cultura spettacolarizzata contemporanea? Forse invece il suo è un monito d’aiuto per farci comprendere il suo terrore nei confronti dell’universo femminile? Io la paura ce l’ho invece di persone come lei, di persone che detengono la penna e scrivono in testate importanti, di persone che hanno un grado medio alto di cultura e che hanno visto il mondo; di persone che vanno a dire la propria opinione da un capo all’altro del paese e che dovrebbero utilizzare per questo (forse) un maggiore senso di responsabilità oltre che di rigore nello scrivere ciò che “distribuiscono”.

Inutile elencarle qui il sangue e il sudore di tante donne che hanno lottato e che lottano dignitosamente proprio contro il tritacarne che lei descrive, inutile tirare in ballo personalità illustri…inutile dunque allargarsi alla filosofia della differenza sessuale (per dire), al due e alla tenacia delle donne che non sono l’eterno Altro se non per chi non è ancora un individuo “risolto”. Inutile perchè lei tutti questi riferimenti importanti li conosce molto bene e la sua posizione così generalista (per non dire misogina) è molto più grave e preoccupante proprio per questa ragione.

Le faccio molti auguri però dietro a quella siepe, caro Fini, come fosse una quinta entro cui nascondere la mano dopo che si è scagliato il sasso. Per quanto mi riguarda l’intellettuale dovrebbe aver chiaro, soprattutto nella contemporaneità, che non è più il caso di scherzare, che non ce ne facciamo nulla di lazzi e confessioni urgenti di analfabetismo emotivo. L’intellettuale ha la responsabilità del dire. L’intellettuale dovrebbe proporre analisi serie e rigorose ma soprattutto comprendere l’etica che sta al fondo.


Alessandra Pigliaru

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segnalo la replica apparsa su Il Fatto Quotidiano

segnalo soprattutto il bell’articolo su Femminile Plurale

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