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Paul Grand

Ho in odio le nasali lamentazioni autobiografiche, i corrucci lirici e allusivi; né vi indugerei ora, se non per introdurre e far ragionevole la storia che ora si narra, non per insolente narcisismo, ma per custodirne la qualità testimoniale.

Inospite ed irto, io vivo in una gibigianna di tetri prodigi; fuggo le voci registrate dei vivi, indugio in gutturale conversazione con i fiati biascicati, i rochi ronzii dei peluriosi imprefetti; i non nati, i non morti, i misti di vita e morte; annoto gli scricchi compitati dei sassi, le smozzicate ragioni degli insetti, raccolgo le confessioni dei vegetali agonizzanti. Amo la compagnia, tra tutte discretissima, dei morti.

Paul Grand

In queste vite, quale la mia, tracciate a matita contro l’impudico technicolor dell’universo, in queste esistenze lucìfughe, gattesche, accade talora una irruzione di luci crude e pungenti, un frastuono sardonico e rovinoso atterrisce la casa deserta, il cui silenzio è per solito appena intaccato dal gemere di un rubinetto consunto da mani ormai morte. Tenebre arcaiche, silenzi tombali, sono senza difesa contro il raschio di un’unghia, una lucciola. Talora una fosca euforia, un subito disamore della puerizia delle nostre tenebre ci fa sleali a noi stessi; la notte sfinita della propria compattezza, si inabissa nel suicidio dell’alba.

[Giorgio Manganelli, Testimonianza di un giovane solitario, in Hilarotragoedia, Adelphi, pp. 62,63]

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