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di Alessandra Pigliaru

Il corpo della madre. Una costellazione di segni e rugose asperità. Un mondo differenziato dal confine fisico e, al contempo, mappa per la conoscenza di noi stessi. Così quella speculare conoscenza si riverbera nella cognizione del circostante. Il primo Altro è forse il corpo materno, quel femminile archetipico e misterioso Altro che diventa così una traccia. L’unica traccia attraverso cui guardare il mondo. La capacità endoscopica di Alina Marazzi, giovane e brillante cineasta contemporanea, sta nell’aver acquisito una particolarissima e originale lente attraverso cui guardarsi e guardare. Un’ora sola ti vorrei è forse il tentativo di riportare lo specchio in terra, ricomponendolo, e di mostrare un’idea della maternità attraverso l’elemento medio della macchina da presa. Sa auscultare ogni asperità, Alina. E procede nella conoscenza di sé muovendosi per setacci. Diceva Bergson che “La memoria non è la facoltà di classificar ricordi in un cassetto o di scriverli su di un registro. Non c’è registro, non c’è cassetto (…) In realtà, il passato si conserva da se stesso, automaticamente. Esso ci segue, tutt’intero, in ogni momento: ciò che abbiamo sentito, pensato, voluto sin dalla prima infanzia è là, chino sul presente che esso sta per assorbire in sé, incalzante alla porta della coscienza, che vorrebbe lasciarlo fuori”. Ecco che nel film della Marazzi si assiste ad una memoria che , chiosando sul presente, percorre le crepe della propria identità. Una ricerca inesausta quella di Un’ora sola ti vorrei, una ricerca personale e resa sapientemente assoluta dalla maestria cinematografica con la quale viene rappresentata. Le lettere e i vecchi filmati in super8 utilizzati, sono anche i nostri. In qualche modo appartengono paradossalmente a tutti. Così la Marazzi riesce a produrre quella empatica fruizione tanto rara nel cinema contemporaneo; riesce a trasportare lo spettatore dinanzi alla propria coscienza rendendola teatrale nel terzo che la osserva. Nel caso di Un’ora sola ti vorrei, a giocare di rimbalzo, sta la consapevolezza del grido; quella stupefacente generosità femminile che accoglie e che dice, piano ma potentemente, cosa si sente oltre la soglia dell’ingannevole tempo che passa. Non solo. Un’ora sola ti vorrei è un film-documentario sul come si possa andare avanti nella perdita. Un doloroso senso di vertigine che la Marazzi rende poetica del senso mancato, come Moira di se stessa, filando svolgendo e recidendo.

[A.P.]: Credo che si possa dire che si occupa di cinema al femminile. O meglio, nelle sue recenti fatiche si intravede una linea conduttrice circa la femminilità e le sue declinazioni. In Un’ora sola ti vorrei la figura materna è intesa specularmene alla conoscenza di se stessa?

[A.M.]: Assolutamente si. Come in qualche modo viene detto all’inizio del film in cui c’è questo testo che dice: Adesso ti racconto la mia storia, la tua storia. Quindi raccontare la storia della propria madre, delle proprie origini, sì, è stato un ricomporre diciamo il legame con le origini, con la famiglia, con la propria identità per cui un rispecchiamento nella propria storia.

Il primo viso che riconosciamo è quello della madre. Un viso che, è la stessa Marazzi a ricordarlo, non dimenticheremo mai. Si susseguono fotogrammi e vecchie foto con volti femminili che si intersecano alla storia di ognuna. Volti in bianco e nero che respirano dell’onnipotenza dell’oblio. E poi c’è lei, Liseli, la madre di Alina alla quale il film è dedicato. Un’ora sola ti vorrei è il racconto della vita di Liseli e Alina, una madre e una figlia legate a doppio filo attraverso la trasformazione del corpo di una nell’altra. Quando Liseli comincia a stare male, Alina è molto piccola. Il percorso è dunque uno scoperchiare vecchi cassetti, piccole porte socchiuse sul perché della perdita e il suo bruciore ritorto nel dolore. Un dolore che però nella pellicola della Marazzi ha tutto il sapore agro-dolce della distanza irrimediabile. Una lente obliqua che consente alla regista di scandagliare e ritrovare infine un senso, il suo personale, e insieme il nostro, nella ricerca della verità singolare e soggettiva.

[A.P.]: Affronta un tema abbastanza spinoso come il disagio nella malattia in maniera molto dolce. Mi pare di vedere nelle immagini che assembla un percorso contrassegnato da una potente e pacificante consapevolezza del dolore. Mi sbaglio?

[A.M.]: Non lo so, nel senso che ognuno ci mette gli aggettivi che vuole. Sicuramente il percorso personale che io ho fatto è un percorso molto doloroso e di scavo che però se inizialmente partiva con un atteggiamento rivendicativo, nel corso del tempo si è modificato in un atteggiamento di riconciliazione. Userei queste parole, ecco.

Per sempre è il secondo momento della trilogia dedicata alla femminilità. Procedendo attraverso il concetto di corporeità e dinamica esistenziale ad esso correlata, diciamo subito che Per sempre è l’antitesi del percorso fin qui proposto. Rispetto alla ricerca della madre e del suo ordine simbolico, ci si sposta verso una geografia dell’inesplorabile. Così Alina apre le porte alla vita di alcune monache di clausura. Indaga la scelta ma non esprime giudizi. Mostra e documenta l’esistenza femminile seguendo un percorso per niente scontato attraverso precise scelte fotografiche.

[A.P.]: Zavoli nel 1959, dedica un documentario radiofonico alla Clausura. Ricordo che quando lo sentii rimasi stordita dalla potenza vocale di quelle donne che raccontavano senza mai uscire allo scoperto. Anche lei nel suo film-documentario Per sempre, accompagna il percorso di una novizia che comprende di non aver imboccato la giusta strada per sé. Mi rimangono impresse le lettere che vi siete scambiate e la sua voce. Un po’ come se la negazione del corpo corrispondesse ad un trionfo della parola. Paradossale pensare all’affermazione della voce in una condizione che predilige il silenzio dell’introspezione. Come ha vissuto la testimonianza delle monache incontrate?

[A.M.]: Il documentario nasce come un’indagine sulla scelta definitiva, una scelta che a noi appare assoluta; per chi non la conosce, una scelta difficile da mantenere; quindi la curiosità era un po’ quella: cercare di avvicinarsi a qualche cosa di apparentemente molto lontano, molto diverso, per capire invece che cosa a livello più esistenziale può essere compreso di questo tipo di scelta, di fedeltà. Il mio era un approccio di tipo esistenziale, filosofico sulla scelta definitiva.

L’ultima tappa del percorso poetico è un documentario-racconto in cui la corporeità, intesa come fisicità e coscienza femminile, arriva all’acme. Certamente in Vogliamo anche le rose, la capacità di introspezione, gioca con le voci altrui. Con tutte le altre voci che la Marazzi incontra e decide di inserire. La pellicola è ricca di innumerevoli filmati d’epoca e frammenti diaristici privati. Quest’ultima scelta è segno evidente che solo con la testimonianza diretta può portare il monologo singolo ad un dialogo fecondo col proprio sé.

Alina Marazzi - Vogliamo anche le rose

[A.P.]: Recentemente ha girato un terzo film che guardo come alla chiusura di un ciclo e all’apertura di uno ulteriore, evidentemente, per lei. Leggo una forte passione in Vogliamo anche le rose. Quasi un’esplosione corale dell’affermazione femminile collettiva. Da dove parte il suo bisogno di raccontare gli anni Sessanta e Settanta attraverso un documentario?

[A.M.]: Parte da un’osservazione del presente, della realtà; di come noi oggi, donne e uomini, viviamo le nostre relazioni, la relazione con i ruoli di genere, maschile e femminile; quindi mi è venuta voglia di ripercorrere la storia di quel decennio denso di cambiamenti e trasformazioni, per capire da dove ci arrivano alcune conquiste e modi di pensare e comportamenti e, invece, che cosa è andato perso di quelle lotte e di quella consapevolezza che le persone avevano acquisito in quegli anni.

[A.P.]: Il concetto di corpo credo sia uno dei fili rossi che contraddistinguono la sua poetica. Mentre in Un’ora sola ti vorrei lei si avvicina alla conoscenza di se stessa attraverso la mappa della madre, in Per sempre guarda e osserva il corpo dall’esterno. Un corpo femminile totalmente-altro, inesplorabile appunto. In Vogliamo anche le rose invece si immerge completamente nella plurima valenza semantica che il corpo acquista nella storia del pensiero occidentale. Cosa pensa sia rimasto di quel retaggio?

[A.M.]: Purtroppo penso sia andato perso la maggior parte di quello che era stato acquisito a livello di consapevolezza, nel senso che mi sembra che in quegli anni le persone si fossero chieste cosa significasse avere un rapporto col proprio corpo e col corpo degli altri. Mi sembra che oggi si dia molto per scontato il piano dei diritti, per esempio. Mi sembra che il desiderio di sapere e di conoscere anche il proprio corpo, penso alle donne e tutto il sapere che in quegli anni si era acquisito rispetto alla riproduzione e alla contraccezione, oggi mi pare che non ci sia, né come desiderio, né come voglia di trasmettere alle generazioni più giovani. Da un lato c’è una libertà che dà l’illusione di autodeterminazione, dall’altro vedo molta aggressività dalla parte maschile della società (che non vuol dire tutti gli uomini) su questo corpo della donna liberato e quindi anche un’escalation di violenza nei confronti della donna.

La decisione di ascoltare ciò che le donne comuni, nelle condizioni più disparate, avvertissero come motto di cambiamento, è la cifra originale entro cui la Marazzi si muove e traghetta lo spettatore. Accoglie, dopo una selezione, tre diari privati, scritti in anni diversi da altrettante donne che non si conoscevano l’una con l’altra. Li trova nell’Archivio Diari di Pieve Santo Stefano e si accorge subito dell’importanza delle testimonianze. Sono tre storie diverse, perché differenti sono le età delle giovani protagoniste, l’appartenenza sociale, il background di esperienze . La prima, Anita, racconta della propria inadeguatezza verso il cambiamento del corpo e l’educazione rigida che le è stata impartita. Si sente e la fanno sentire frigida, addirittura. Non capisce come si possa amare ed essere amate perché non conosce la libertà. La accarezza forse, la racconta attraverso la sua esperienza pre-sessantotto. Racconta della timidezza e della consapevolezza dell’inautenticità della fede in Dio: «Martedì sono stata alla riunione dei Minimi per preparare la messa. Devo riconoscere che il 99% della mia fede in Dio è provocata dalla paura di mio padre. Dio non esiste, pensavo, o almeno io non ci credo. Un genitore ha detto che la figlia quattordicenne pensa cose orribili, vorrebbe andare a messa quando se la sente e non necessariamente di domenica. Ma lui la trascinerà in chiesa e lei dovrà abituarsi: vedremo se non finirà per credere. Avrei voluto gridargli di tacere, guardi come m’ha rovinato mio padre!» (1). Il secondo diario che incontriamo è quello di Teresa al quale seguirà quello di Valentina. Il secondo tuttavia, è forse quello più drammatico. Teresa racconta dell’aborto e di come l’idea della maternità sia mutata con l’andare del tempo. Alla voce fuori campo che legge le testimonianze (siamo attorno al ‘76) si susseguono filmati di repertorio. Si riconosce una giovanissima Emma Bonino, si parla di Adele Faccio (che compare addirittura in sogno ad una giovane e spaventata Teresa) e di tutte quelle donne e uomini che, facendo attenzione, consentivano alle donne di interrompere la gravidanza. L’orribile metodo Karman viene descritto alla perfezione e gli esiti sono nelle ultime parole di Teresa come incubo oscuro:

« Mi alzo da un letto l’ospedale, in una lunga camicia da notte bianca. Mi avvicino a una culletta di vimini, deliziosa, tutta rivestita di merletti inamidati. Mi chino, scopro appena il lenzuolino candido e mi appare una testolina incantevole e il bimbo più bello che io abbia mai visto […] Resto incantata a contemplare tanta bellezza e lui mi guarda con quegli occhi sognanti. Mi sembra di averlo già visto un bimbo bello così, somiglia a quella foto di Lù neonato, tra le braccia di sua madre. Vorrei prendermelo e portarmelo via. Mi accorgo che le nostre camicie hanno lo stesso merletto sul fondo delle maniche…Per me è un segno certo: questo bimbo è mio! […] Mi chino per prenderlo ma solo allora mi rendo conto che, nella stessa culla, alla sinistra del mio, c’è un altro bambino…- e alla sua sinistra un altro e un altro ancora ndr – […] Ce n’è un altro ancora e non è più un viso e non è più nulla, solo un grumo di sangue rappreso, in cui, pure, distinguo due occhi che mi implorano…che orrore! Devo prendere il mio bambino e fuggire. Scopro il lenzuolo candido e sotto…sotto c’è un corpicino dolce, un tenero corpicino indifeso che sorregge cinque teste: il bimbo è uno solo ed è un mostro!

Che angoscia risvegliarmi di nuovo con questa immagine terrifica davanti agli occhi e non riesco a mandarla via. Perché Agenda Rossa, questo sogno è tornato a tormentarmi ? Perché proprio ora? Ora che è tutto finito» (2)

Dovranno trascorrere ancora due anni affinché la legge sull’aborto, la 194 del 1978 appunto, venga approvata. L’aborto diviene così legale e il dolore non viene più a sommarsi con la pericolosità e il sentimento di clandestinità.

Il terzo diario è quello di Valentina. Una riflessione matura sulle scelte politiche e personali. In questa ultima testimonianza si intravedono le speranze e le ipotesi del movimento culturale nelle sue molteplici eredità:

«Bisogna trovare un modello da seguire. Ci guardiamo intorno e vediamo che non ce ne sono. Alcune prendono i soldi dal marito. Qualche altra ha avuto sempre uomini importanti.

E ci sono forse le vere emancipate che passano da un uomo all’altro, ma con caratteristiche di stabilità. Parliamo ovviamente di compagne.

Quando esce fuori la politica, si torna alla massa indistinta delle donne. Il dissenso si esprime solo con orribili urla al microfono. La passività si generalizza battendo le mani su tutto. È come se tutto quello che è successo di concreto, di nuovo, inedito, nei vari corsi, fosse cancellato di colpo.

In albergo leggo il diario di Carla Lonzi comprato prima di partire. Parla di quello che io non so dire, i rapporti tra donne nel femminismo. È pesante, è il diario di una mente. È stupenda l’insistenza della Lonzi sull’autenticità. Ed è affascinante la forza del separatismo.

Le donne hanno un coraggio enorme a indagare i rapporti tra donne. Gli uomini non potranno mai dirlo di se stessi. Però poi le donne si sminuiscono perché pensano che indagare i rapporti non è politica, è subalternità. Siamo sconfitti, uomini e donne, dopo il ’77. Penso che i veri effetti saranno lenti a insediarsi nella nostra coscienza» (3)

[A.P.]: Che importanza hanno da un punto di vista etico-politico le memorie private diaristiche che ha raccolto per girare Vogliamo anche le rose?

[A.M.]: La storia è fatta dalle tante piccole storie delle persone. Per me era importante, raccontando quegli anni, dare spazio al racconto privato e soggettivo proprio perché, in quegli anni, c’è stata una riscoperta della soggettività dandole valore. È un portare il privato nel collettivo, partendo dal soggettivo fino ad arrivare al piano politico. Parlando degli anni Settanta, era importante per me trovare storie di persone comuni, storie esemplari.

Il pregio di Alina Marazzi è di non aver fatto un documentario propagandistico o fortemente ideologizzato ma di saper riconoscere i limiti e le contraddizioni che la lotta per l’emancipazione sessuale porta con sé. Il monito è senza alcun dubbio quello di salvaguardare i diritti acquisiti e qui, la Marazzi, percorre gli snodi decisivi verso la parità tra uomini e donne, almeno da un punto di vista legislativo, ricordando che solo nel 1966 la contraccezione veniva ancora considerata un reato contro la stirpe; che solo nel 1977 viene approvata la legge sulla parità del lavoro circa i salari; che solo nel 1996 viene approvata la legge n. 66 sulla violenza sessuale, ora riconosciuto come reato contro la persona e così via.

Il corpo della madre, quell’altipiano di rugose asperità, nell’ultima fatica di Alina Marazzi, rappresenta il luogo della libertà e della femminilità ritrovata e rinnovata. Della capacità di sentirsi da dentro, dal ventre, come mai fino a quel momento era accaduto. Un ascolto in lingua materna che, pur rispettando la memoria collettiva, rimesta tutti i cassetti e in un solo grido è capace di dire di no. La notevole capacità poetica della regista sta nell’aver fatto dialogare l’elemento soggettivo con la Storia degli anni sessanta e settanta, in un unico potente arazzo, che ci riguarda tutti e sa parlare ad ognuno di noi.

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NOTE

1 Diario di Anita, 1969, in Le rose, a cura di Alina Marazzi, Feltrinelli, maggio 2008, p. 59. Questo tratto non viene inserito nel film ma è presente nel diario riportato, pur sempre in forma ridotta, nel libro curato dalla Marazzi che accompagna il dvd del film.

2 Diario di Teresa, Bari 1976 23 settembre, in Ibidem, cit. pp. 81,82.

3 Diario di Valentina, Roma 1979. Il diario non è inserito, come invece i precedenti, nel libro curato dalla Marazzi citato alla nota 1. Si possono ascoltare le selezioni all’interno del film, nell’ultima parte.

* Ringrazio Alina Marazzi per il tempo che mi ha dedicato.

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L’intervista è apparsa in VDBD, 2, 2008.

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