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di Alessandra Pigliaru


La vita di una persona consiste in un insieme di avvenimenti di cui l’ultimo potrebbe anche cambiare il senso di tutto l’insieme, non perché conti di più dei precedenti ma perché una volta inclusi in una vita gli avvenimenti si dispongono in un ordine che non è cronologico ma risponde a un’architettura interna (Italo Calvino, Palomar)

Il filosofo in meditazione di Rembrandt raffigura un uomo incanutito che, seduto, riflette a mani giunte. Accanto a sé, sopra una scrivania, vi sono alcuni libri aperti e un numero non ben definito di fogli affastellati; lo sguardo del filosofo, obliquo, non si cura di ciò che accade nella stanza in cui è immerso, sembra che non lo riguardi e forse, prestando fede al titolo, riflette. Ma su cosa riflette il filosofo? Su cosa potrà mai meditare? Gli indizi ci sono suggeriti dal resto degli elementi del quadro; accanto all’uomo, dalla parte opposta ai libri,  c’è una scala che, curva, ha un angolo cieco che corrisponde alla metà della sua lunghezza; nella stanza entra una forte luce che tocca l’uomo; nell’estremità destra della tela vediamo invece un’altra figura umana che con una mano tenta di riattizzare il fuoco e con l’altra regge un’ampolla d’acqua. Rembrandt dipinge lo statuto del cogito all’altezza della modernità; il filosofo, probabilmente lo stesso Descartes che da lì a dieci anni darà alle stampe le sue Meditationes de prima philosophia, resta in silenziosa e contrita attesa e tutto intorno a lui sembra fin lì compiuto. L’attesa tuttavia nasce dalla consapevolezza di non aver mai distolto il proprio sguardo dal mondo, di essere stato immerso nel circostante e pur tuttavia di intuire con chiarezza e distinzione l’inutilità e la vanitas di tutti quei libri accanto a sé; lo sguardo del filosofo è rivolto ad altro, a qualcosa che allo spettatore, fino a quel momento, si nega alla vista perché distante. Ma il quadro di Rembrandt dice anche qualcos’altro: di quale posto ha il soggetto nella filosofia moderna e di come esso, negata la possibilità di reciprocità tra res cogitans e res extensa, si riconosca nella demolizione della tradizione aristotelico-tomista. Eppure di quella tradizione è lo stesso Descartes che eredita il linguaggio e le argomentazioni; l’uomo è intermedio tra Dio e il niente, è quella partecipazione al non ente che ne delimita la finitudine; l’ombra, alla metà della scala, ne segna il rilievo. Cosa si stia nel frattempo consumando dentro il braciere non è dato saperlo, anche se si può facilmente intuire: nel fuoco brucia tutto ciò che è alle spalle della modernità. Tutta la scienza che da Galileo in poi tratteggia un nuovo ruolo dello scienziato, sostituita la vetus opinio, si apre all’edificazione di una nuova temperie. In questo quadro dunque, la meditazione filosofico-scientifica apre il varco ad una nuova e rivoluzionaria visione.

Ciò che il filosofo-scienziato assume nella post-modernità è il tratto distintivo della riflessione di Martino Cambula. In particolare nell’ultimo volume che Cambula dedica a Ludwig Wittgenstein (1) e attraverso il quale tocca i nodi fondamentali di tutta la sua linea di ricerca, si intreccia l’architettura interna della sua raffinata produzione scientifica (2). La lettura del filosofo viennese consente a Cambula di ri-definire il dialogo costante tra filosofia e scienza e, soprattutto, di occuparsi di quella palpitante costellazione tra scienza, etica e teologia sottesa alla sua intera produzione. Attraverso Wittgenstein Cambula ha l’opportunità di segnare la radicale crisi della ragione moderna, nella conformazione che si è venuta a creare da Cartesio ad Hegel, cioè nella sua presunzione di costituirsi come principio unico fondativo e assoluto dell’essere e del sapere. Ecco che la tesi di Cambula è non solo, percorrendo Wittgenstein, guarire gli aspetti patologici in seno alla ragione moderna, ma anche riconsiderare alcune idee capitali della modernità alla luce di un nuovo (possibile) significato: razionalità, fondamento, spiegazione, legge scientifica, scienza etica, io, mondo, Dio. Solo attraverso il lavorio critico del filosofo, si potrà considerare una prospettiva di trasformazione fondamentale dei valori. Il mutamento di paradigma consente a Cambula di segnare alcune differenze essenziali all’interno della stessa ragione cartesiana – e conseguentemente della scienza e del ruolo dello scienziato – che si configura non come un blocco monolitico di cultura e ideologia e che, in alcuni tratti dello sviluppo, riesce ad interrogarsi sui propri limiti (seppure in una maniera che risulta sempre incompiuta). Quel filosofo che abbiamo incontrato inizialmente dipinto da Rembrandt, si presenta ora arricchito di una cifra distintiva che è quella del ruolo del soggetto nel mondo, quello di uno scacco nel cuore del nuovo edificio scientifico dovuto al tentativo di considerare la scienza e la natura vista con l’occhio di Dio. In questa  definitiva separazione tra soggetto e oggetto, la critica di Cambula, è volta alla pretesa cartesiana di una realtà depurata dalla presenza dell’umano che indaga e si mischia con le cose del mondo. Al desiderio di portare avanti l’atto scientifico depurato da qualsiasi commistione esterna – quasi in nostra assenza – Wittgenstein sostiene la costruzione umana della scienza, finita, costituzionalmente limitata e, soprattutto, condizionata dal paradigma linguistico dello scienziato. Quel cogito che si interroga nel quadro di Rembrandt e che attende (ora lo sappiamo) di essere purificato dai propri stili, nella prospettiva filosofico-scientifica post-moderna adottata da Wittgenstein, assume la capacità di vedersi incluso entro una scienza legata alla storicità della propria impresa razionale. L’io, chiosa Cambula riprendendo Wittgenstein, è corpo. Pensare, parlare e vivere si implicano vicendevolmente e le prime due diventano modalità del vivere, eradicando l’io e il cogito cartesiani della loro stessa costituzione, quella cioè di un soggetto  riconosciuto nella forma pura del pensiero. La parola io, per Wittgenstein è un segno morto se non lo si inserisce nell’uso linguistico della comunità e delle comunità (3).

Nella ricognizione costante della doppia via, dell’exitus et reditus,  il discorso filosofico e quello scientifico, secondo Cambula, si relazionano esplicitandosi nelle varie forme del vivere e in quelle del sapere. Il conato sotteso tuttavia alla ricerca scientifica del filosofo è pur sempre rivolto all’ulteriorità, a quella dimensione che chiameremo ordine ontologico che smaccatamente emerge nei Diari wittgensteiniani come presupposto dell’ordine logico. In questa apertura rintracciabile in alcune figure della filosofia post-moderna e contemporanea, Martino Cambula demarca quella imprescindibile necessità delle proposizioni dell’etica e della religione che (nonostante siano definibili unsinnig per la scienza) rimandano ad una realtà ben più preziosa che è quella metaemipirica e mistica. Ecco che lo stile e la compiutezza dello scienziato-filosofo poggia nel dialogo costante con quel senso etico-religioso col quale la razionalità post-moderna si confronta, con la scoperta che il senso del mondo deve stare fuori di esso. È intorno al silenzio dunque, e a quell’angolo d’ombra che segna il rilievo della scala nel quadro di Rembrandt, che la lezione di Cambula trova il suo vertice teoretico: L’Essere abita nel silenzio pieno delle voci rasserenanti di tutti i sensi e i significati ultimi da attribuire alla vita, dopo aver attraversato tutto il discorso sulla natura svolto dalla ragione scientifica (…) si instaura nella mente il desiderio naturale di gettare lo sguardo oltre le siepi e le barriere del mondo sperimentabile e matematizzabile (…) al riparo da quella che Pascal definiva la miseria e la disperazione dell’uomo senza Dio (4). Quella scala Martino Cambula l’ha percorsa, ne ha attraversato il buio confortato dalla luce di un profondo e verace senso della verità e del cristianesimo del cuore, insegnando ai suoi studenti e a chi ha avuto la fortuna di incrociare la sua strada, che la filosofia è, prima di tutto, uno stile di vita e che l’io puro è puntiforme a differenza dell’anima. Il castello interiore, fatto di innumerevoli abitazioni, per dirla con Teresa D’Avila, è stato un luogo di condivisione di cui Cambula come filosofo scienziato e uomo, ha sempre fornito le chiavi. Fino alla fine di tutte le cose.

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NOTE:

(1) M. Cambula, Ludwig Wittgenstein. Stili e biografia di un pensiero, Rubbettino, Soveria Monnelli 2003.

(2) Martino Cambula ha avuto un’attenzione particolare riguardo i rapporti tra filosofia e scienza e tra ragione e fede. Raffinato conoscitore della tradizione scolastica, Cambula ha utilizzato la riflessione di Tommaso D’Aquino per costruire quel dialogo costante e vitale con la filosofia post-moderna e contemporanea (degno di nota, tra gli altri, è il suoi tratteggio di Edith Stein e dell’apertura della fenomenologia alla tradizione tomista ora in Forme del vivere e forme del sapere. Figure della ragione tra filosofia e scienza, EDS, Sassari 1996, pp.121-134). Intorno al rapporto fede-ragione, si vedano, tra gli altri, i brevi saggi apparsi sulla pagina culturale del settimanale sassarese Libertà dal 2001 al 2003 ora raccolti in M. Cambula, Frammenti di filosofia, Tipografia moderna, Sassari 2003.

(3) Cfr. M. Cambula, Wittgenstein, cit., p. 142.

(4) M. Cambula, Forme del vivere e forme del sapere, Figure della ragione tra filosofia e scienza, EDS, Sassari 1996, p. 65.

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pubblicato in Mathesis, n°13, dicembre 2009

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