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André Kertész

Aveva cominciato a leggere due anni prima. Leggeva senza distinzione tutto ciò che gli capitava fra le mani. Un giorno scrisse qualcosa. Aveva quindici anni. Quando vide sulla carta ciò che aveva scritto, ebbe paura e nascose il foglio nel cassetto. Il giorno dopo lo tirò fuori e lo lesse. Non era una poesia, ma non gli sembrava neppure un testo in prosa. Si spaventò e lo strappò. Lo spavento gli rimase addosso per diversi giorni. Allora viveva ancora nel «mondo di qua». Non trovò il coraggio di parlarne con nessuno. Che cosa era successo? Perché aveva scritto quelle cose? Che vuol dire se qualcuno prende la penna in mano e si mette a scrivere? E poi si trova davanti alcune righe pronte e rifinite? Perché l’aveva fatto? Scrivevano così anche gli scrittori?

(…)

C’era qualcosa nei libri, una specie di mistero, relativo non tanto a ciò che dicevano quanto al motivo per cui erano state scritte quelle pagine. Era un argomento che non riusciva ad affrontare con nessuno. Ogni tanto ci provava con Ernö, ma Ernö parlava sempre di qualcos’altro. Parlava del «contenuto» dei libri. E lui sapeva che si trattava di una questione secondaria. Invece sarebbe stato importante scoprire per quale motivo si scrivevano i libri. Erano una fonte di gioia per colui che fissava sulla carta i propri pensieri? A lui sembrava che fossero piuttosto una fonte di dolore. Quel che metteva nero su bianco si distaccava da lui, non aveva più nulla in comune con la sua persona, si trasformava in un ricordo penoso, simile a quello di un delitto in virtù del quale – un giorno, più avanti – si sarebbe sempre potuto inchiodare il colpevole alla sua responsabilità.

***

[Sándor Márai , I ribelli]

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