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La poesia allo stato bruto dà un senso di nausea a colui che la sente dentro. Questa nausea morale deriva dalla morte. La morte è il contrario della vita. La causa non possiamo intravederla; ma il sentimento che è lei a formare la trama del nostro tessuto ci ossessiona continuamente […] Il poeta non sogna: calcola. Ma cammina su sabbie mobili e qualche volta la sua gamba affonda nella morte […] La poesia predisponde quindi al soprannaturale. L’atmosfera ipersensibile con cui ci avvolge aguzza i nostri sensi segreti e le nostre antenne affondano in profondità che i nostri sensi ufficiali ignorano. Gli odori che arrivano dalle zone interdette rendono gelosi i sensi ufficiali. Si ribellano. Si esauriscono. Cercano di produrre un lavoro superiore alle loro forze. Un meraviglioso disordine si impadronisce dell’individuo. Attenzione! Per chi si trova in questa condizione, tutto può diventare miracolo. I poeti vivono di miracoli. Spuntano a proposito di qualsiasi cosa, grande o piccola. Gli oggetti, i desideri, le simpatie si mettono spontaneamente nelle loro mani. L’incoerenza della sorte si alterna per venir loro in aiuto. Conoscono epoche regali. Ma appena manca un miracolo i nervi si sciolgono, i sensi si assopiscono. Sembra che la bacchetta magica scivoli dalle dita smagrite. Ci sono periodi penosi. La poesia, come una droga, continua ad agire ma si rivolta contro il poeta malato e lo bersaglia di sventure. Il sentimento di morte che per lui era come il piacere della vertigine rispetto alla velocità, diventa uno spasimo di caduta. Un giorno le dita ingrassano, la bacchetta vi ritrova posto e il miracolo riappare

[Jean Cocteau, Il segreto professionale in Il richiamo all’ordine, pp.136,137]

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