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Michelle Brea

Non parlare con la bocca piena, è maleducazione. O parli o mangi. Non si fanno le due cose insieme. Da una parte abbiamo un flusso differenziato – la varietà degli alimenti in un processo di disaggregazione e caotizzazione, aspirata da una internità carnale – dall’altra, un flusso di articolazioni elementari – fonologiche, sintattiche, proposizionali – che investe e costituisce un’esternità complessa e differenziata. L’oralità si pone all’incrocio. Parla con la bocca piena. E’ piena dentro e piena fuori. Al contempo è complessità in involuzione caotica e semplicità in via di complessificazione infinita. Danza del caos e della complessità. Già Freud mostrava come oggetti semplici, il latte e la merda, supportassero Universi esistenziali estremamente complessi, l’oralità e l’analità, che intrecciano delle maniere di vedere, dei sintomi , dei fantasmi…Si ricorda una delle prime definizioni lacaniane: la parola vuota e la parola piena. Ma piena di che? Piena di “dentro” e di “fuori”, di linee di virtualità, di campi di possibile. Parola che non è un mero medium della comunicazione, agente di trasmissione dell’informazione, ma produttrice dell’esserci, parola interfaccia tra l'”in-sé” cosmico e il “per-sé” soggettivo.

La parola si vuota allorché è sottoposta al giogo delle semiologie scritturali ancorate all’ordine della legge e del controllo dei fatti, dei gesti e dei sentimenti.  La voce del computer – “Non avete allacciato le cinture” – lascia poco spazio all’ambiguità. La parola ordinaria, al contrario, si sforza di conservare vivente la presenza di un minimo di componenti semiotiche dette non verbali, ove le sostanze di espressione costituite a partire dall’intonazione, dal ritmo, dai tratti del viso e dalle posture, si alternano e si sovrappongono, scongiurando in anticipo il dispotismo della circolarità significante. Ma al supermercato il tempo non consente né di apprezzare la qualità di un prodotto né di contrattare per fissare il giusto prezzo. L’informazione necessaria e sufficiente ha evacuato le dimensioni esistenziali dell’espressione. Non siamo là per esistere, ma per compiere il nostro dovere di consumatori.

[…]

Strani ordigni, mi direte, queste macchine di virtualità, questi blocchi di percetti e affetti mutanti, metà-soggetto e metà-oggetto, già nella sensazione e fuori da essa nei campi del possibile. Non le troveremo facilmente sul mercato abituale della soggettività, forse ancor meno su quello dell’arte. Tuttavia abitano tutto ciò che riguarda la creazione, il desiderio di divenire altro, nonché il disordine mentale e la brama di potere.

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tratto da L’oralità macchinica e l’ecologia del virtuale in Felix Guattari, Caosmosi

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