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La sua esistenza era clandestina e sottoposta a determinate costrizioni: lo era sempre stata. Taceva i pensieri che per lui contavano di più, ma sapeva da lunga data che chi si espone per quel che dice è uno sciocco, quando è così facile lasciar gli altri servirsi della gola e della lingua per formare suoni (…) Anche le idee scivolavano. L’atto del pensare l’interessava più degli incerti prodotti del pensiero. Si esaminava nell’atto di pensare come avrebbe potuto contare col dito sul polso i battiti dell’arteria radiale, o sotto le costole l’andirivieni del suo respiro. Per tutta la vita si era stupito di questa facoltà che hanno le idee di agglomerarsi freddamente come cristalli in strane figure vane, di crescere come tumori che divorano la carne che li ha concepiti, o anche di assumere mostruosamente i contorni della persona umana, come quelle masse inerti che danno alla luce talvolta le donne e che altro non sono se non materia che sogna. Molti prodotti della mente erano essi pure mostri difformi. Altri, concetti più precisi, più netti, come forgiati da un abile artigiano, erano di quegli oggetti che illudono a distanza; non ci si stancava di ammirarne  gli angoli e le parallele; e nondimeno non erano che sbarre nelle quali l’intelletto di rinserra, e la ruggine del falso divorava già quelle astratte ferraglie. A momenti c’era da tremare come al limite di una trasmutazione, sembrava che nel crogiolo del cervello umano si formasse un pò d’oro, e invece si approdava a una pura equivalenza; come in quegli esperimenti truccati, nei quali gli alchimisti di corte tentano di dimostrare ai loro principeschi clienti di aver trovato qualcosa, l’oro sul fondo della storta era quello di un banale ducato passato per le mani di tutti e che vi era stato messo dall’alchimista prima della fusione. I pensieri periscono come gli uomini: nel corso di mezzo secolo aveva visto diverse generazioni d’idee cadere in polvere.

[da L’abisso in Marguerite Yourcenar, L’opera al nero]

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le foto sono di Esther Hernandez

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