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Lloyd Hughes

Ve ne sarete accorti, ormai, e non sarà una rivelazione da lasciarvi senza fiato. Qualcosa è entrato in crisi, questo vostro universo si sfascia, altri stemmi si sovrappongono ai vostri, alle spade si sostituiscono ordini capziosamente catastrofici e tutto sommato vigliacchi. Sotto il peso di una inveterata pinguedine gli dèi muoiono, si spiumano gli angeli goffamente librati sulla ruota della fortuna, l’acqua si rompe, si riempie di fessure, nemmeno Ofelia riesce più ad annegarvi il viso a fondo. Le nostre sorti ci dividono: a voi, che avete un destino, tocca consumare affatto i vostri colori, il rosso, il verde, il nero, i leoni rampanti e i re di quadri, alfieri e torri. Per noi è diverso: giacché vacilla la scacchiera cui ci eravamo appollaiati; si ripiegano le bandiere del castello; e i corvi si fanno disappetenti; io debbo lasciarvi e mettermi alla ricerca di un altro destino cui farmi parassita. E non è detto sia cosa agevole: finché non troviamo un aggetto, una stalattite, un dito ignoto cui appenderci, svolazziamo alla periferia dell’esistenza, alate talpe. Ti stupisci che, nelle more della catastrofe, io stia cercando di insinuarmi in altri giuochi? Mi hai sorpreso mentre parlavo, alla nostra maniera, con chi nel nostro mondo ha qualche autorità; che, supponiamo, ha notizia, forse spiata, di un mondo a venire; costui sta attentando ad un febbrile censimento di noi sotterranei, e tenta di apprestare il nostro cosmico trasloco; ma pare che per sistemare gente della mia estrazione si dia qualche difficoltà. Dicono che sono un po’ troppo specializzato, e d’altro canto che il gioco di recitare defunti recenti stia per finire. Capisci?

[lettera di Amleto alla principessa di Clèves, tratto da Giorgio Manganelli, Agli dèi ulteriori ]

Elif Sanem Karakoç

Se ti penso come una sterminata piaga io posso contemplarti con venerazione; e se ammiro la tua coerenza, la tua pazienza con te stessa, capisco anche che, al postutto, io sono il tuo lamento, la tua lacrima, la tua disperazione, mia palude; io posso forse esserti dolore, ma io non sono la palude. Mi sono chiesto se al di sotto della palude vi fosse ad un certo punto altro, e che altro; fors una ulteriore palude; ma ora che ti contemplo come piaga, penso che oltre a te vi sia solo il nulla; ma vorrei essere chiaro, tu piaga sei appoggiata sul nulla, tu sei questo, la piaga del nulla. Qualcuno ha consentito al nulla di consistere a tal punto da non già tollerare ma esigere una piaga. Sei dunque la piaga necessaria, sei tu l’unico indizio che il nulla esiste? Il nulla malato, malato di te, come noi, mia piagata palude.

[tratto da Giorgio Manganelli, La palude definitiva]

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un bel saggio su Giorgio Manganelli

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