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Era una limpida giornata d’un azzurro d’acciaio. I cieli dell’aria e del mare non si potevano quasi distinguere in quell’azzurro che tutto pervadeva; soltanto, l’aria pensosa era d’una purezza e dolcezza trasparenti, come di donna, e il mare gagliardo e virile si gonfiava in ondate lente, lunghe e poderose, come il petto di Sansone nel sonno.

Qui e là in alto guizzavano le ali, bianche come neve, di piccoli uccelli immacolati; erano i pensieri delicati dell’atmosfera femminea; ma giù negli abissi dell’azzurro senza fondo, passavano e ripassavano enormi Leviatani e pesci-spada e squali, e questi erano i pensamenti vigorosi, agitati e assassini del maschio mare. Ma, sebbene tanto contrastanti nell’intimo, l’esteriore contrasto era soltanto di riflessi e d’ombre; quei due parevano uno solo; era soltanto il sesso, per dir così che li distingueva.

Arriva, come uno zar e un re maestoso, il sole pareva consegnare quell’atmosfera leggera a quell’audace mare rollante, come la sposa allo sposo. E alla linea di cintura dell’orizzonte, un movimento molle e tremolante – che si vede specialmente qui all’Equatore – rivelava la fede appassionata e palpitante, gli amorosi timori, coi quali la povera sposa donava il suo seno.
Impedito e stiracchiato, fatto nocchioso e ritorto dalle rughe, selvaggiamente risoluto e ostinato, con gli occhi vividi come carboni tuttora ardenti nelle ceneri della rovina, l’inflessibile Achab uscì nella limpidezza del mattino, alzando l’elmo frantumato della sua fronte alla fronte celeste della bella fanciulla.

Oh, infanzia immortale e innocenza dell’azzurro! Invisibili creature alate che ci scherzano intorno! Soave fanciullezza dell’aria e del cielo! Quanto lontane eravate dall’attorcigliato dolore del vecchio Achab!

[i testi sono di Herman Melville, 1851]

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