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Emir Ozsahin

da La neve dell’ammiraglio

Ma se mi soffermo a considerare più attentamente queste ricorrenti cadute, questi mancati appuntamenti che continuo a dare al destino con la stessa ripetuta goffaggine, mi rendo conto che, al mio fianco, è andata scorrendo un’altra vita. Una vita che è trascorsa al mio fianco senza che io lo sapessi. È lì, continua ad essere lì: è la somma di tutti i momenti in cui ho rifiutato quella svolta del cammino, in cui ho eliminato quell’altra possibile via d’uscita, e così si è andata formando la cieca corrente di un altro destino che avrebbe potuto essere il mio e che, in un certo modo, continua ad esserlo laggiù, su quell’altra sponda su cui non sono mai stato e che corre parallela al mio itinerario quotidiano.
Mi è estranea e, ciononostante, attira a sé tutti i sogni, le fantasie, i progetti, le decisioni che fanno parte di me quanto questa inquietudine presente e che avrebbero potuto dare forma alla materia di una storia che ora trascorre nel limbo del contingente. Una storia uguale forse a questa che mi riguarda, ma ricca di tutto ciò che qui non è stato, ma che là continua ad essere, prendendo forma, scorrendo al mio fianco come un sangue spettrale che mi nomina, e, allo stesso tempo, non sa nulla di me. Voglio dire, una storia uguale, in quanto io ne sarei sempre stato il protagonista e l’avrei colorata della mia solita e ottusa inquietudine, ma completamente diversa nei suoi episodi e nei suoi personaggi.
Penso anche che allo scoccare dell’ultima ora sarà quell’altra vita a scorrere davanti agli occhi con il dolore di qualcosa che si è perso e sprecato del tutto e non questa, quella reale e compiuta, la cui materia non credo meriti questo sguardo, quest’ultimo esame conciliatorio, perchè non ne vale la pena, né voglio che sia questa la visione che consolerà il mio ultimo istante. O il primo?

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Emir Ozsahin

UN SAGGIO SU ALVARO MUTIS

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Emir Ozsahin

da Rassegna degli ospedali di oltremare

L’OSPEDALE DEI SUPERBI

Alla fine di una strada e dando inizio a una piazzetta quadrata, s’innalzava uno scuro palazzo di quattro piani di mattoni rossi con grandi finestre illuminate, giorno e notte, da una luce gialla e fievole.

Lì soffrivano i Superbi, coloro che gestivano la città, i padroni ed elargitori di tutte le prebende, quelli che decidevano in ultima istanza tutto, dal contratto per la costruzione di un grande stadio fino all’insignificante preventivo di un muratore delle fogne.

Il disordine dei loro poteri, l’orribile varietà delle loro superbie, manifestata in ogni caso con le più profonde e le più offensive delle sfumature; la lunga storia delle loro malattie – che bisognava ascoltare con dovuta attenzione prima di spiegare la ragione della visita –; il fetore delle sale dove dimoravano e sbrigavano insieme i loro affari, circondati sempre da flaconi e contenitori in cui si mescolavano medicine e deiezioni, profumi e regali in natura che i richiedenti accumulavano e che agli afflitti servivano come perenne alimento per la loro esasperata ghiottoneria; la luce sempre scarsa nelle sale, che rendeva difficile la lettura di un’enorme quantità di carte, documenti, prove, ricevute e scontrini che venivano richiesti in ogni caso; tutto quello mi rendeva detestabile la visita di quel porto dove arrivavamo ogni anno, ormai a stagione inoltrata, carichi di pesanti fagotti di merci e in mezzo alla nebbia che rendevano più difficili le manovre di attracco.

Il permesso per scaricare le merci e tutte le pratiche regolari per salpare, le dovevo eseguire io all’Ospedale, dato che al Capitano era vietato entrarvi, per non so quali ragioni di sangue, religione e priorità di caste, che seguendo i disegni più arbitrari avevano istituito gli abitanti della grande casa di mattoni.

Spesso coincidevano le mie pratiche con il giorno di permesso per l’ingresso delle donne. Le loro schifose risatine da topo si ascoltavano allora in fondo alle sale e i malati prolungavano indefinitamente i loro affari mentre davano soddisfazione al loro desiderio con esasperante lentezza, in presenza degli affaticati richiedenti che dovevano rimanere in piedi. Non ho mai potuto vedere bene il volto né tanto meno le forme delle donne che visitavano le sale, ma non potrò dimenticare il loro ridere trattenuto e penetrante, scimmiesco e isterico, che scandiva le lunghe attese fino a rovinare i nervi.

Sul disordine di coperte e di lenzuoli macchiati da ogni sporcizia, faceva riposare la sua morbida e sterminata corporatura da diabetico quel malato esperto di faccende riguardanti l’imbarco. La sua voce veniva fuori in mezzo al catarro della gonfia e flaccida gola, attraverso la quale le parole perdevano ogni intonazione e senso. Era come se un morto parlasse mediante il fango dei propri peccati. Gli piaceva dare lunghe spiegazioni sul perché di ogni timbro e la ragione di ogni firma, mentre si dilungava capricciosamente in commenti e particolari sui suoi acciacchi e sulle sue medicine.

Quando uscivo dall’Ospedale, continuavano a galleggiare davanti ai miei occhi le pieghe del suo levigato doppio mento, che si muoveva per far passare le parole, come un intestino di miseria, e il lungo catalogo dei decotti si mescolava nella mia mente con l’interminabile enumerazione dei requisiti necessari per salpare da quel porto di dannazione.

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Emir Ozsahin

UN’INTERVISTA AD ALVARO MUTIS

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