Tag

, ,

SULLA CRINA

“L’incavo del derma
che si irrora di piacere
sulla crina
ti offro, amore, alla tua mano

che mi monta marea di cellule e tracima
lievitando sulle labbra un crampo
un fremere rappreso in uno squillo
-sì- ancora fino allo spigolo umido (del cuore)

e non ti guardo fisso il Cielo giuro
quando mi oscilli
in un brusio di stelle dentro
imbastendo di sussurri e di respiro
la ferita che mi segna d’Infinito al centro

e si dilata la matrice del mio Essere
in un’emorragia di Senso l e n t a
che muoio sola godendo(ti)
nei singhiozzi della lingua tua
in punta di preghiera

benedetta.”

Testo: Silvia Rosa

***

SI’ CERTO, E’ COLPA MIA

“Sì, certo, è colpa mia
dovevo andarmene
quella prima volta, via.
E’ che credevo che l’Amore
fosse un (non) luogo -sacro-
un Altrove a cui dovunque
non si può (s)fuggire

-d’accordo, la verità è che
non sapevo (dove) andare lontano
dal tuo gomito, che mi ricordo un tempo
mi fendeva dolce per ricompormi
nell’angolo smussato di un abbraccio-.

Mi sono messa a recitare questo noi
come un rosario, e mi è spuntata in grembo
l’architettura metafisica imponente
di una cattedrale come un nervo
infiammato fino al Cielo

su quante guglie mi sono arrampicata
per scorgere una scorza di sereno
domani cambierà, sarà diverso
quante schegge di preghiere sottopelle
amami, ti prego, amami.

Ho cucito l’iride slabbrata di illusioni
per non vedere, non vedermi
nell’orlo chiaroscuro dello specchio
un’altra faccia, per certi versi più infantile
come screziata di polvere
di scorribande e cioccolata
-il segno calcato del tuo desiderarmi
in nero-

(e pensare che sono stata bella,
ma non saprei più dire quando).

Sì, certo, è colpa mia
che ti perdono sempre
come si perdona a un figlio
questo razziarmi l’allegria e la giovinezza

io, il carnefice innocente -perverso-
che ti sacrifico me stessa,
e spero fino all’ultimo che ti fermi,
che non mi affondi nella carne a tradimento
il colpo gelido mortale dell’ingiuria
e della tua indifferenza.”

Testo: Silvia Rosa

***

(ANATOMIA DI) UN ASSOLO

“Per sentire vivo
questo corpo
in superficie ricompongo (di te)
il muscolo contratto del pensiero
lacero l’imene del ricordo dal profondo
per il peduncolo avvizzito del tuo nome
risalgo l’occhio muto di carezze e d’ombre
impastando il desiderio fino all’argine
del fianco, che si sloga -smagrito-
in frustoli di ruggine e vocali di respiro

ma non volo
mi sciolgo asciutta
un coagulo abortito di piacere
esangue al suolo.

(Sono stanca)

La metrica severa del tuo
andare e tornare e andare
mi puntella nelle tempie
un contrappunto quest’indecisione
un tarlo fra le cosce un’effrazione
che non raggiunge l’osso molle del godere
che non mi fa venire (a te)
per quanto ripercorra con le mani pube ventre seni
al ritmo che impone la tua assenza
fino al nucleo alla molecola della Parola (quel tuo niente)
un esercizio fonetico -sì no forse- che mi arrende
e mi squaglio tra le costole
nell’inguine nell’immaginazione

ma non muoio
mi addormento fredda
vuota schiusa
in un assolo.”

Testo: Silvia Rosa

***

 

PIU’ STRETTO

“Vorrei accoglierti
come fossi di sangue -mio-
un padre un figlio un dio
da maledire
stringendoti più stretto
così, ferito
ché ti ho tradito
rinnegandoti
sciogliendo con le unghie
i nodi del tuo nome
alla mia pelle
che ora mi si arrende
in un abbraccio
di addio in addio più stretto
così, spezzato
ché mi hai tradito
mi hai abbandonato
Padre Figlio Dio
di questo amore
vorrei odiarti
come fossi di carne -un cancro-
e invece e ancora e poi
ti ho perdonato

per-donando-mi.

Testo: Silvia Rosa

***

NELLA BOCCA


“E mi ricordo
che avevo pochi anni
la frase premurosa di mia madre
inghiotti, mandalo giù tutto
quando mi dava lo sciroppo
(io invece lo tenevo nella bocca
a lungo -dolciastro appiccicoso-).

Così, quando giochiamo
che sei mio padre
ed io la tua bambina,
mi pare un sogno quella frase
che ritorna e io ritorno piccolina
a stupirmi per tutto
come se tutto fosse una sorpresa

una fiaba che ti racconto
a fior di labbra
mentre tu intrecci le tue dita
alla mia nuca, tremando appena,
e sembri piangere quando mi chiami
la mia piccola
e mi cresci nella bocca una promessa

di zucchero filato.”

Testo: Silvia Rosa

***

CON LE GINOCCHIA VOLTATE DI LA’ DAL CIELO

“Com’è noioso l’amore
quando non sa,
con le ginocchia voltate di là dal cielo,
l’offerta umile di sé
quell’orazione spoglia di parola
orfana di Dio
in un pellegrinaggio di dolore

com’è noioso l’amore
quando non sa,
con le ginocchia voltate di là dal cielo,
farsi promessa di carne d’anima
passione d’assoluto
senza ragione e senza Io
orizzonte varco abisso

nel corpo un nido, dove andare a morire.”

Testo: Silvia Rosa

***

 

CHE COS’E’ UNA BELLA FOTO?

Che cos’è una bella foto?
Che cos’è una bella donna?
Non so dirlo…. Mostra tutto
Che cos’è una pittura astratta?
Che cos’è una pittura figurativa?
Non so dirlo.
Io faccio solo non-astrazioni.
Se oggi prendo posizione,
domani dovrò contraddirmi.
Perseguire la libertà e il piacere
cancella tutte le idee. Se c’è
contraddizione poco importa.
Una linea, un triangolo, un volto,
un uovo, sono tutti un propizio punto
di partenza per un’avventura.
Ho sempre invidiato coloro
per i quali un’opera è un mistero.”

Testo: Man Ray

***

Poca gente ama la verità con tutti i rischi che comporta [Fernand Léger]

L’anima è trafitta dall’umore. Plastica e membrana sono una cosa sola in questi scatti di Man Ray che si stagliano come fossero stendardi contro la fine di tutte le cose. La res cogitans aderisce perfettamente all’extensa in un modo tuttavia decostruito, sezionato, inverso e dissimulante. I manichini sono sudore degli arti mancanti, sono viscere segnate dal post-moderno e dal disagio del corpo che non comanda più se stesso. Nella tradizione fisiologica classica, le parti sono ascrivibili ad un tutto organico, ad un equilibrio costante tra gli umori e ogni mancanza è malattia. Man Ray risponde con le ra(d)yografie e mostra le parti che urlano la loro nostalgica appartenenza al tutto. Il manichino è il sogno dell’umore perduto, è l’incubo del sangue e della bile nera che lasciano il posto ad una lenta e inesorabile perdita di pathos, di luoghi predisposti per i fluidi delle sedi sensorie. Quando la commistione dell’umano brucia il convenzionale, identico, e crea l’androide, allora ecco che ci si può salvare dall’eros imbarazzante dei propri liquidi u-morali, ci si epura e al contempo ci si rappresenta come vertigine acefalica di senso. E l’acefalo pretende tutto, fossero anche solo catene restaurate. L’occhio cavo perde il contatto con l’interiorità ché dell’istante eternamente vivente la fotografia di Man Ray affastella cosalità, pezzi scomodi e poco mansueti. L’anima è già oltre – nell’ulteriorità incoercibile ma questo corpo, questo frammento di ossa ri-membrate urla già dell’anarchia del senza-organi, dello slittamento della somiglianza, dell’immagine che immobile buca il tempo e trafigge l’essere.

Testo: Alessandra Pigliaru

***

post correlati:

Scatti per voci sole. Introduzione

Scatti per voci sole. Francesca Woodman

Scatti per voci sole. Josephine Sacabo

***

il post è stato pubblicato per la prima volta qui

Annunci