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labirinto

LABIRINTO

“E non ne esco
da questo labirinto
fosco di pensieri

mi si dissolve il corpo
in sguardi tremuli
che ricadono nell’occhio

e non vedono
che il riverbero convulso della pelle
quando si snuda

lentamente
da ogni buio sgraffio
e veste inerme

il velo lucido fecondo
dell’essere
-me stessa-

fino all’(e)stremo
sul precipizio del Mondo
-oscena- tesa

una vertigine di Luce
accesa
nella carne.”

Testo: Silvia Rosa

***

voglio solo me stessa

VOGLIO SOLO ME STESSA

“Stanotte ti ho sognato
fra le altre cose ti abbracciavo, dopo aver litigato
e avevi anche un odore -credo mi piacesse tanto-
mi hai chiesto ‘fin dove vuoi arrivare?’
‘sono già arrivata dove volevo, ora mi fermo’
testuali parole
poi pensavo-dormendo- che mi sarebbe piaciuto averti come fratello
una parte di te in me e viceversa
-come dire che ti desideravo nella carne, dentro-

ma forse in un’altra vita ero io tuo fratello
e sul ciglio del burrone
che ci sei rimasto appeso da bambino
non c’era nessun cane ad abbaiare
ma c’ero io, che ti salvavo, che non ti lasciavo andare
credo che ci assomigliavamo
i nostri corpi erano uguali
come quando si fa l’amore e si diventa d’argilla
e ci si modella -simili- fin nel cuore

ma no, no che non ti voglio
voglio solo me stessa
e mi sfuggo e mi riprendo dalle mani di un Altro
-restituita- trasformata in un’offerta
che finalmente mi accolgo.

(Avevi uno spazio tra le mie braccia
ma era in sogno).”

Testo: Silvia Rosa

***

l'eco

L’ECO

“Mi attraversa a volte
lungo la schiena
l’eco di un dolore
che mi corrode lenta
e mi sgretola parole

ha il timbro delicato
della mia voce rannicchiata
che all’improvviso sbuca
dal passato, spaventata

è come un urlo trattenuto dalla pelle
che si piega e che si tende
all’urto denso del ricordo
scavandomi silenzi
che nel silenzio ascolto

è come un solco
un’erosione che da dentro
abita il mio corpo
il calco che segna la mia lingua

e s’imprime in ogni lettera
che leccando l’alfabeto
(non) godo,
e spalanco le mie labbra
e muta punto le ginocchia

in cerca di salvezza.”

Testo: Silvia Rosa

***

quando mi sfrondo

QUANDO MI SFRONDO D’INQUIETUDINI

“Riposo questo nereggiarmi
di fogliame intricato nelle viscere
-io, isola di rovi abbandonata,
che mi sporgo sul deserto di me stessa-
quando mi sfrondo d’inquietudini
persa nella bruma solitaria del piacere,
dormendo infine il sonno delle piante
che palpitano frasche verso il Cielo
e si piegano nel tronco, appena,
a godere del vento che le arrota
inanellandole
e si diramano di frutti gemme e voglie.”

Testo: Silvia Rosa

***

in attesa

IN ATTESA DEL TUO RITORNO

“Conservo dentro al grembiule,
in un vuoto groviglio di briciole e fili,
un piccolo gelido inverno
-come quello in cui m’hai amata-
e lo accarezzo, di tanto in tanto,
lo sfioro nel punto più freddo

in attesa del tuo ritorno.

Sgrano le ore, una dopo l’altra,
dal lungo baccello del giorno,
ma non mi riesce di schiuderlo tutto
e mi ci accuccio nel mezzo,
tra secondo e secondo,
come un semino rimasto minuscolo, e morto

in attesa del tuo ritorno.

Cammino le stanze senza meta, senza scarpe,
e mi addormento dovunque, specialmente in quell’angolo,
sulla poltrona che del tuo corpo mi offre la forma,
e che faccio (la) mia, tra costola seno e collo,
nella pelle nel buio del volto, ti possiedo
di ricordo in ricordo, ancora,

in attesa del tuo ritorno.”

Testo: Silvia Rosa

***

ma quale amore

SARA’ LA MORTE IN VITA

“Ma quale amore,
per favore
non diciamo eresie,
tu sei un fantasma,
un’ombra a cui io ho dato forma
-sei Niente-.

E smettila di cercarmi (di notte),
non mi hai avuta che per sbaglio
in un letto immaginario di parole
sgualcite e squallide -le tue-
che mi hai marchiato addosso
spietato a fuoco, nell’angolo segreto
dove sapevi essere più tenera la carne.

Con tutta la magniloquente
incontinenza del tuo dire
mi sei venuto dentro all’anima,
violandomi,
giocando serio alla commedia
(finto il dramma) del povero poeta
maledetto, incompreso (e innamorato)
con arte di pagliaccio consumato
hai tolto e messo e tolto
la tua maschera,

fuggendo da me e da te stesso,
ma per restare, prepotente,
al centro del pensiero
nel mentre che eri intento
a scoparti l’ennesima illusione,
una fra le tante.

Ma stai attento che prima o poi a fotterti
(vedi come ho imparato bene la tua lingua?)
sarà delle illusioni la Signora, la Regina
e avrà la faccia stropicciata triste sola
dell’ultima bugia che hai detto Amore,
sarà la Verità che non potrai tradire
a cui non negherai, infine, l’esclusiva,
la sola e l’unica che non s’ingoierà
il seme dolceamaro (e sterile) della tua poesia

sarà la morte in vita
che non accoglie, non ascolta, non ama
perché la morte in vita è sempre
ciò che più ci nega e più ci rassomiglia

si prenderà il tuo corpo saccheggiandolo
e tutto il resto e via.”

Testo: Silvia Rosa

***

1

Bisognerebbe parlare a partire dal corpo, bisognerebbe che il parlare si proiettasse al di fuori del corpo ex corpore, come ex cathedra [Jean-Luc Nancy]

Si dice che in sogno ci appaiano cose non ancora realizzate; al di là dell’incubazione onirica insomma, si dice che in sogno tutto si ammanti di una speciale filigrana. Carl Gustav Jung così chiosava, ricordando che i sogni non barano. Certo, perché nel sonno parla la comprensione per una via immaginifica, desiderante, senza la brama del possesso, nelle botole, nel fondo oscuro dell’occhio che, chiuso, finalmente vede. Josephine Sacabo dice molto di più. Racconta una storia, fatta di ombre soprannaturali e presenze indicibili. La movenza è prolungamento del sé, di un mondo sconosciuto, emozionale, e abitato da fantasmi. Plasticità estatica di evaporazione alchemica, i bisbigli di Sacabo diventano un chiaroscuro di ciò che non può essere dimenticato ma che vive in-potenza. Si forma dal di dentro e si chiude nella mano appoggiata sul ventre. I sogni non possono barare perché, per Sacabo, aderiscono a ciò che necessariamente è stato o sarà in un futuro possibile. Dicono di come l’anima si pieghi nella forma notturna e lirica dell’attesa e di come capiti a volte di incontrarli ancora una volta quei fantasmi, dimenticati perché dolorosi ma non per questo meno veri. Nella coscienza che la sola fantasticheria contraddittoria può servire a dipanare l’ordine ripetitivo della nostra storia personale, Sacabo stende il corpo, muto, e lo avvolge di ciò che l’anima esita a riconoscere: la possibilità ostinata e salvifica di essere anche Altro.

Testo: Alessandra Pigliaru

***

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il post è stato pubblicato per la prima volta qui

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