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IO NON VORREI FW  

“Io vorrei che le mie fotografie potessero ricondensare l’esperienza in piccole immagini complete, nelle quali tutto il mistero della paura o comunque ciò che rimane latente agli occhi dell’osservatore uscisse, come se derivasse dalla sua propria esperienza.”  

Testo di: Francesca Woodman  

***  

EPPURE RESISTO  

   

EPPURE (R)ESISTO  

“Ho arterie che mi scavano
una tana d’Azzurro
un invisibile crepaccio
sul meridiano del sole
dove indugio parole
mentre scorro, increspando
linfa di cuore.  

Ho carne che mi cede
sprofonda adagio galleggiando
nel fango liquido del Qui ed Ora
ottusa si protende
al fitto brulicare
di terrestri radici di senso,
incerta nostalgia di un Altrove.  

Eppure (r)esisto  

nel folto denso di Corpo
che ramifica in voglie
e cresce in languore e tristezza,
sulla soglia del Cielo mi innesto
né dentro né fuori
mi recido
da me e da me stessa.”  

Testo di: Silvia Rosa  

***  

UN FIORE  

   

UN FIORE  

“Vorrei morire come un fiore
seccando petali di carne
chinando lieve lo stelo di vertebre
bianco-candide  

c’è una bellezza tutta da soffrire
in questo corpo
che germoglia incubi e passione
che nell’odore ferino di sangue
si decompone
senza alcuna grazia
muore  

sarà per rimediare a questo orrore
per nasconderne alla vista lo spavento
la cancrena di dolore
sarà per questo, forse,
che si ricoprono le tombe
con un fiore.”  

Testo di: Silvia Rosa  

***  

SBAVATURA  

   

SBAVATURA  

“con mani ariose che penetrano
la fessura del Tempo
e squamano ad una ad una le ore
– una sbavatura d’Eterno
che in silenzio asciugo e correggo –
disegno sul mio corpo una costellazione
una mappa per l’Infinito
la geometria imperfetta di ogni dolore  

in un residuo di Cielo
incido per gioco il mio nome”  

Testo di: Silvia Rosa  

***  

NON HO  

   

NON HO  

“Non ho più Dio
non ho più Io
non ho che questo lembo piagato di mente
niente
oltre il muro di corpo
contro cui prego
chinata in ginocchio
piangendo brandelli di pelle.  

Non ho più niente
nel cimitero di mani
che premono contro la carne
non ho che questo incavo teso di mente
niente
oltre la sterile tomba nel grembo
dove riposo il mio nome
in spoglie di sempre  

e per sempre.”  

Testo di: Silvia Rosa  

***  

ISTRUZIONI  

   

ISTRUZIONI PER L’USO   

“Spogliami lentamente
sfilami prima il nome
poi il cuore
in ultimo strappami via la mente.
Ricorda di starmi sulla pelle
in verticale
premendo come peso a piombo
tra le cosce sullo sterno
aderendo bene al solco vivo
del volto.
Ondeggia sempre dalla parte
opposta alla mia direzione,
non cedere alla tentazione
di un rotondo abbraccio
mantieni la tua forma
la linea nera di demarcazione.
Chiudi sempre ogni porta:
si capisce che se scappo
tu non puoi restare  

del resto non si è mai vista
un’Ombra
senza nulla da macchiare.”  

Testo di: Silvia Rosa  

***  

POEM  

   

Poem about 14 hands high   

i am apprehensive. it is like when
i played the piano. first i learned to
read music and then at one point i
no longer needed to translate the notes:
they went directly to my hands. After a
while i stopped playing and when i
started again i found i could not
play. i could not play by
instinct and i had forgotten how
to read music  

Testo di: Francesca Woodman  

Poem about 14 hands high *
sono apprensiva. è come quando
suonavo il piano. prima ho imparato
a leggere la musica e poi a un tratto
non ho più avuto bisogno di tradurre le note:
arrivavano direttamente alle mie mani. dopo un po’
ho smesso di suonare e quando
ho ricominciato ho scoperto di non riuscire
a suonare. non riuscivo a suonare
d’istinto e avevo dimenticato
come leggere la musica  

Traduzione: Alessandra Pigliaru  

***  

COME UN SEGNO A MARGINE  

   

COME UN SEGNO NERO A MARGINE  

“Ha una forma irregolare
il dire
quando gli spigoli improvvisi
del Tempo
scontornano parole
e tace lo schioccare vorticoso
della lingua sul palato
come un frullare d’ali
a misurare -stanco-
il perimetro del Vuoto.  

Ha un movimento in girotondo
ogni lemma, prima dello schianto,
prima di precipitare
in coincidenza del Silenzio
incrinandosi nel centro
e più dentro, nel profondo,
fino all’origine di Senso.  

Il mio Corpo cede peso all’Anima
e cambia di significato e di sostanza
nello spazio del discorso
si appunta come un segno nero
a margine,
nel bianco di una pausa  

muto, fugge la distanza
-annullandosi-
si fa Eterno, senza Verbo, sconfinato.”  

Testo di: Silvia Rosa  

***  

TI RACCONTO UN SEGRETO  

   

TI RACCONTO UN SEGRETO  

Ti racconto un segreto
se non mi ascolti
se la smetti di starmi a fissare
io ti voglio cancellare
ma non lo dire a me
bocca chiusa come un graffio, legata stretta
-ho paura che mi può inghiottire-  

ti racconto un segreto
ma tu non mi tradire
soprattutto con me stessa.”  

Testo di: Silvia Rosa  

***  

IL SOGNO  

   

IL SOGNO  

“Ho sognato di essere un cigno
con le piume di latte composte
in un nero putrido stagno
pietrificato
senza volo, senza occhi
il becco nel buio legato  

e gridavo e gridavo
con voce di sangue
colando tutto l’alfabeto, fino al fondo
fino alla Fine
fino a quando
una Signora con la veste di neve
la lettera Morta nel polso
mi ha accarezzato, mostrando
pietrificato
eterno, il (mio) volto.”  

Testo di: Silvia Rosa  

***  

ASTRATTA CARNE  

   

ASTRATTA CARNE  

“Astratta carne
ti vivo di parole
e non di sangue
prigione di respiri
e braccia e occhi e gambe
condanna, che ti sconto
giorno dopo giorno dopo notte
dopo morte via
raschiandoti
dall’ombra del mio corpo  

liberandomi…”  

Testo di: Silvia Rosa  

***  

HO DEI PARAMETRI FW  

“Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffé e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate.”  

Testo di: Francesca Woodman  

***  

IN SINTESI D'ASSOLUTO  

   

(IN) SINTESI D’ASSOLUTO  

“Per esempio, sai,
quando ti voglio
sto tutta lì, impigliata
nel cono minuscolo
che pulsa nascosto -di taglio-
tra le mie gambe.  

Ma se non fossi dentro a questo corpo
se solo lo potessi abbandonare
allora mi farei perfetta
sintesi di parole e sogno
senz’ombra, desiderio carne dubbio
(in) Assoluto
ti potrei amare.”  

Testo di: Silvia Rosa  

***  

TENERA è L'INFANZIA  

   

TENERA INFANZIA DI MORTE  

“Volto senza faccia
le spalle imperlate in nodi di luce
bianchiccia
limo, con la punta delle mie ossa,
tenera infanzia di morte
nella mia morte, nuvola di brina
spina balocco
un pesciolino senz’acqua
lo scheletro arcuato dell’essere
dissolto
-perduta infinita senza speranza-.”  

Testo di: Silvia Rosa  

***  

NEMMENO IO  

   

NEMMENO IO  

“non c’è niente
che sia mio in questa stanza
nemmeno io
mi scompaio e poi mi cerco altrove
lontano dalla carne dalla morte
dal mio nome”  

Testo di: Silvia Rosa  

***  

La cosa percepita è un promettere e uno sfiorare; ogni proprietà che promette di manifestarmi, ogni abbandono tacito consentito, ogni rimando ad altri oggetti implica l’avvenire. [Jean-Paul Sartre, L’essere e il nulla]  

woodman5 Senza-titolo-1  

La promessa è la plumbea capacità di un avvenire che non resta. Si scosta il domani, come fosse un logorante fardello, asimmetrico e ridondante. Il soggetto delle fotografie di Francesca Woodman domanda spazio, perimetro inconsueto e sinuoso, intenzionato al naufragio. Il corpo è ciò che viene percepito e offerto come un promettere impenitente. Non c’è trepidazione vitale ma, al contrario, espressione di un tormento per una ferita antica, un’angoscia primordiale votata allo stillicidio. Così come il corpo cerca spazio, Woodman ritaglia sconfinamenti ontici per riflettersi nell’altro-da-sé. Inesorabilmente uguale e pur tuttavia sempre distratta presenza accanto al resto del mondo. Ciò che è residuale diventa l’alfabeto o l’archivio immaginifico di ciò che è stato: la mappatura della memoria individuale segue il percorso dell’orientamento nel mondo e della chiarificazione dell’esistenza. Woodman celebra l’essere cosa-tra-le-cose e al contempo suprema musa di se stessa. Il corpo è ciò che prende uno spazio perché lo vuole? Niente di più lontano dalla discrezione, il corpo si butta e si invera, giace affamato eSenza-titolo-2ntro zolle di terra o apparecchiato in mezzo a ordinarie stoviglie. Il corpo grida perché ferito, vergato, e ascolta trapassi di insolite conchiglie, aspetta che si aprano le porte ai sogni di bambina quando ci si pettinava insieme al mare. Il corpo si butta, si abbandona. La nudità non assume qui il rilievo dell’esposizione ma il termine ultimo dello spogliarsi di sé, un gesto eclatante e soffiato che mantiene la sua potenza teatrale e la sua crudele sincerità. Di questo slancio tuttavia le immagini della Woodman raccolgono solo l’esito estremo, quello del già compiuto, del non poter-più; di uno spazio malfermo eppure geometricamente ordinato che desidera la perfezione. Davanti ad uno specchio deformato, Woodman ricrea l’aporia tra ciò che è qui ed ora e ciò che invece sta nelle forme matematiche e geometriche vicine ontologicamente a Dio. Ciò che è creato non assume tuttavia, neppure nella forma, alcuna somiglianza ad un rassicurante disegno prestabilito. Woodman lo cerca questo spazio perfetto, questa forma intellegibile a cui partecipare ma anche qui il naufragio è senza spettatore; lo spazio è ancora una volta il non-luogo trepidante di attese, di suoni che diventano improvvisamente estranei e che arrivano alle mani senza chiederlo. Il luogo dello spaesamento è l’unica forma del corpo e dell’immagine errante per voce sola. Un universo al contrario di cui le fotografie rappresentano l’oscuro presagio, funesto e ingovernabile.  

Senza-titolo-4 Senza-titolo-5  

Lo scacco del soggetto non ammette riserve o seconde possibilità, sta lì con l’unica resistenza del proprio corpo che sarà pur cosa-tra-le-cose ma che emana una certa posturale domanda di senso. L’essere gettato, l’agitarsi sovraesposto dentro una scatola totalmente trasparente, fanno delle immagini della Woodman un’unica e incessante richiesta di scontro con il dato opaco del reale. Come Narciso si riflette sull’orlo del mondo e si (dis)conosce, così Woodman oltrepassa la cortina di sé per afferrare, perdutamente, il proprio orizzonte di senso. Non importa se ciò comporterà lo scacco, e non importa se quel che dovrebbe salvarla si trasforma in agguato. L’aguzzina di se stessa è sempre lei, ben conscia che se l’avvenire non resta, è allora nel residuale di fiato e ossa che bisogna attenderlo, stremato.  

[Alessandra Pigliaru]  

***  

* Poem about 14 hands high è intraducibile perchè trattasi di un gioco di parole.   

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