Da MARMO

Il corpo sta alla terra come il cuore all’addio
bestie intrecciate che si appartengono per destino
nonostante la lotta.
Prima si perde il sonno, poi i capelli, poi
tante parole fino a io, quella che tiene tutto.
Dopo dilaga l’urlo che stava quieto per educazione,
si rende l’anima al cielo da cui cadde – sei animale,
sei pronto.
C’è un ordine, in ogni morire, che conquista.

Di che cosa ragiono? più di nulla,
prevedo i temporali,
lascio che l’autunno mi riguardi, resto fuori,
faccio equazioni fino all’alba
tra un’aquila e uno specchio, scommetto
di tramutare
un sasso nel sasso di sempre
sotto gli occhi degli altri,
che ogni cosa sia la cosa stessa se la guardo.
Sento che è poco,
voglio che sia meno.
Sognare un ago immenso che cuce inutilmente il cielo.

***

Non c’è cosa ch’io dico che non dica
ch’io vivo un’altra vita che è più viva
di questa stessa mia che vivo e dico.
E’ come fosse un palmo sottoterra,
tra semi che magari fioriranno-
un po’ più sotto dove stanno i morti
a scalciare in eterno oltre la vita.
E io me ne sto lì muta: aspetto,
continuo ad aspettare, aspetto ancora,
non mi fermano il sole né la luna,
fino a che arrivi il verde e copra tutto
fino al mio cuore aperto alla gran vista.
Pare che sia così la gioia dura
d’un eremita in cima a una colonna
nel deserto.

***

Come qualcosa
che sia rimasto fuori per errore
io vengo a visitarti, casa verissima,
dovunque.
E la visitazione è questa vita
che perde le pareti mentre avanza:
la perdita è infinita, e mi precede,
è accanto,
è alle mie spalle, e vivamente
abita nelle parole come a casa.

***

Da LE BARRICATE MISTERIOSE

Rosanna,
vorrei scriverti di certo
e non ho forse altro mestiere caro
altro tempo che questo
raro e perenne
da spiegare.
Ma non pensare a nulla:
continuamente imparo che il meglio
viene a caso. E disimparo.
Oggi è dicembre,
e dalla vita noi
stiamo a guardare l’altra gente,
il finimondo, Roma,
le nostre gambe quasi belle per l’amore –
ma disattente,
come chi non potrebbe capire
che uno sguardo alla volta,
le menti al mare,
l’anima al vento sciolta
nel dopoguerra di tutte le emozioni.
Dentro i riflessi grandi della sera
noi respiriamo quiete e vasto mondo.
Che meraviglia, Rosi,
non esser diventate brave a fare niente,
e mano a mano sempre più contente
d’altro che questo inverno –
ogni stagione sempre ci prepara
a un tempo più eterno.
Eppure voglio ancora aver ragione,
non so staccarmi viva dai miei gesti
e uno per uno abbandonarli tutti
in una culla al fiume
verso il nulla.
Per rimanere invento la fatica –
bisognerà passare, invece,
bisognerà fidarsi della vita.
E se avremo deposto
anche il modesto sfarzo del dolore
come diventeremo, Rosi,
quanto lievi..
Ecco che piove,
come se da lontano un cuore astrale
lasciasse andare ogni ragionamento,
e noi sentiamo scorrere il minuto
che ricompone il mondo in un pensiero –
ed è il tempo di un bacio, di un saluto.
Di tali cose l’esistenza ha amore.

***

Da SEMPRE PERDENDOSI

Sebastiano

Poiché il cielo è così alto io sono un servo:
è giusto non dormire.

La gola è stretta, da intonare all’urlo,
dentro ho la vocazione maledetta.
Ma mi confondo
con tutto questo sonno.
Amo senza capire.
E’ non capire, che amo fino in fondo.

Mi spoglia
mi porta in giro sanguinante.
Lo spazio che mi cerca e che mi strozza
è un movimento andato
dove mi trovo infermo
nella malinconia d’essere altro.
Io vengo deportato
vengo allo sguardo.

Meno non posso.
Essere qui col corpo, col dolore,
tutto ferito, pronto al mio assalto,
a un altro finire ancora dietro l’altro.

Silenzio

Ecco, mi scordo, mi slego –
sarà lo smarrimento a suggerire
quasi una formula, un confine,
forse una frase sola che sia tutto,
un’eleganza
che vanti fino al nulla questo lutto.
Mi perdo
per un’arte che raduna
e rallenta ogni gesto in una forma
e in ogni forma il gesto che saluta.
C’è dello spazio negli occhi da riempire
e nella mente occorre una parola
da ridire con le labbra nella notte
fino a quando la notte si rovescia.
Così gira una ronda innamorata
così canta quel coro che s’ammira.
Si è parte
dentro una belva che si sfama.

Ah, mi fa stare qui, a cantare il coro –
che l’ultimo volere
sia questo stringersi nell’ultimo tono
come un filo che pende nel pensiero,
che si insegue perdutamente,
che ci dimentica.

Colpo

Qui io magistralmente scongiuro di morire –
finché mi tocca sfondo la mia scena,
la svesto, la depongo
con dentro tutto il sonno da dormire.

Faccio di meno intanto
faccio a meno
abbasso la pretesa, mi riduco –
la vastità immisurabile del luogo
forzata nella vastità della mente,
nella tenuta stagna delle parole.
Ma non è vero –
è così che si muore
ve lo dico: sempre perdendosi
per sempre.

Beati voi che dormite.
Un cuore invece batte a sangue,
sa il mio nome.
Nessuna faccia smetta di infierire,
va in cerca pure lei della sua fine
oltre la pelle
in me che sono vuoto,
nell’anima del corpo
tra i muscoli, tra i nervi
che si fanno da parte,
nel buio ostinato della vita
che rinchiude la morte.

È a me che lo fa dire,
a un disgraziato, al servo –
mi tortura il respiro
lo sorprende, lo scuote,
che io rimanga sveglio! che io gridi…
Così un altro rinvio
eppure addio, addio
addio sempre.

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