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(lettura di Alessandra Pigliaru)

Non facciamo che udire parole funebri.
L’assillo quotidiano sull’orrore del mondo e dell’uomo suona alle mie orecchie come solfa del malaugurio. Basta, mi dico. Ringrazio chiunque mi porti una parola luminosa. So quanto sia difficile farlo senza cadere in un’Arcadia di retorica e miele. Ma, mi pare, non si può più fare a meno di questa nominazione del bene. Non si può più rimandare. C’è attesa di una parola luminosa che si immerga nei temi più misteriosi, senza logorarli né logorarsi, che arrivi a chi ascolta come forza che risveglia altra forza, come solvente di ogni incrosto duro, di ogni meccanismo ghiacciato. Sono stanca di vedere fotografata l’ira, la nostra faccia lurida, la nostra miseria umana sempre sbattuta in primo piano. Sono stanca di un’arte che inscena tragedie senza catarsi. Troppo facile, mi dico, sostare così a lungo nel lato d’ombra della specie. Ora l’impresa più alta e rischiosa è parlare della gioia, pronunciare la parola amore. Ritrarre la bellezza del mondo, o almeno tentare di riconciliare gli aspetti ora così polarizzati del principio spirituale e della forza vitale cieca e animalesca, e sentirli come manifestazioni di un’unica fonte onnicomprensiva.
Non dovremo aspettare di essere nel pieno di un naufragio, o in altre situazioni estreme, per accorgerci che le nostre ultime parole, se potessimo in quel tempo consegnarle, sarebbero semplici modeste e vere parole d’amore. Qui ho tentato dunque, insieme al mio regista e grazie al suo potente contrappunto, di nominare il bene. (M.G.)

Nel mondo fuori misura come quello contemporaneo non v’è specchio più fedele della scrittura di Mariangela Gualtieri e Cesare Ronconi. Non v’è, in questo mondo sordo e terribile, incendio più fecondo del teatro che canta la luce dell’esplosione; perché quando la scena è quella proposta dal Teatro Valdoca si assiste ad un detonatore naturale di fiati e lacrime che inchioda e strattona fino alla fine. Paesaggio con fratello rotto è un commovente, trascinante e poetico lavoro congiunto di scrittura e regia che racconta in trilogia l’orrore esistente per ribaltarlo nel suo contrario, la parola dionisiaca che diventa perdutamente luminosa. Alla stesura finale che si trova finemente apparecchiata nel cofanetto della Sossella Editore, al dvd (contenente il lavoro in scena) è allegato il prezioso volumetto che riporta la versione italiana di Gualtieri, la traduzione francese a cura di Jean-Paul Manganaro e quella inglese di David Verzoni.

Il testo è una potente trilogia sulla contemporaneità che lascia incantati per la forza di intersezione poetica. Quando si dice Teatro Valdoca non si parla di mera rappresentazione e nemmeno di interpretazione alla quale si può assistere supinamente. Non c’è theatron e ricamo del già detto, c’è piuttosto contraddizione pulsante del drama che rinvia a lontananze; una destabilizzazione che muove da un punto di fuga doppio e indistinto e che si sottrae alla lunga e pacifica attesa. Quando il teatro canta lo fa attraversando la mancanza per assumerne le maschere; la lontananza sarà dunque l’orizzonte di senso e la tonalità affettiva che, nel drama, suggeriscono la nominazione in assenza-di.

Che cosa diremo dunque a quelli che nascono ora?

Che scusa troviamo
per questo disastro umano?

Così si fa spazio la parola dell’oracolo, la parola di chi vede nelle tenebre perché orbato.

Che parto rifiutato ha fatto di noi solo un nome e un cognome?

Solo un corpo terrestre?

(…)

Veniamo partoriti solo in parte e dentro un lungo grido.

(…)

Nessun popolo è mai stato lontano come questo da ciò che lo tiene in vita.

Nessuno porta la ferita con quell’indifferenza nostra.

È una creatura sola che risponde. Una creatura che percorre la perdita e l’eccesso di sgomento per l’abbondanza di appartenere all’occhio. Tutto si trasforma però: la molteplicità pandemica diventa altro da sé, perpetuamente. La scena diventa una macelleria, uno sconquasso frontale come feroce è l’incontro con l’altro e lo stesso. Fango che diventa luce, Canto di ferro e Per chi esita sono tre momenti di quell’unico fratello rotto che ha l’anima monca e zoppa, che balbetta sghembo verso di noi ogni giorno dall’ombra. Quel fratello rotto percorre le vie della perdita e dell’eccesso e ne fa carne, occhio di carne vivida e crudele. Gesto titanico che precipita nel noi.

***

Dissezioni tratte da Paesaggio con fratello rotto

Macellaio

Madre, sono il tuo figlio più brutto
Più sporco, più rotto.
Ho vergogna, madre.
Ho dolore, ho paura.
Non riesco ad essere migliore.
Sono il tuo figlio carogna.
Sono il tuo figlio peggiore.
Sono il tuo figlio più malato, madre,
sono la bestia senza pietà
sono io lo sgorbio de la creazione, lo sputo,
il frutto guasto, la macchia
sul quadro perfetto, il tarlo, l’osso rotto,
l’intoppo. Tutto il resto ride.

(…)

Sono io la bufera che rovina,
sono la spina, il buco, l’inciampo.

(…)

Ragazzo cane

Chi affoga là dentro? Chi non ce la fa?
Stenditi bestia rotta. Senti per bene il dolore
quel suo respiro poggiato su un buco.
Dormi bestia zoppa, o muori, forse.

Non abbiamo più voglia
della tua lagna, del tuo star male
che si ripete da ere.

Poi passa. Poi passa. Poi passa.
Poi passa. Poi passa. Poi passa.

Non senti dentro te
la gran festa del sangue?

Hai più tempesta nel polmone
Di tutte le flotte in mare aperto
Hai tenebre così fonde e péste
Hai notti così immense dentro,
prigioni non visitate dall’Onu
torture e bastonate. Dentro.
Hai notti così lunghe e mattine
opache, nebbie e penombre.

(…)

La poesia, dopo aver posto molte strazianti domande, rimanda l’interrogante a se stesso: non chiedere a nessun altro che a te. Ma oggi, ora, l’interrogante che sfonda lo sguardo in sé, ora, dopo anni di immagini spiattellate e insanguinate, di corpi visti morire ovunque, in qualunque posa e dolore, ora, noi che abbiamo visto da casa nostra le ferite di tutti gli altri, che abbiamo spiato gli animali nelle loro più intime manovre, e i fondali marini e i nidi e le tane, e le radici e i pistilli e ogni stame di ogni fiore, noi che da casa nostra abbiamo avuto l’impressione di veder tutto questo, che cosa possiamo rilevare, ora, se non la micidiale e tenera somiglianza nostra con tutto il resto?

(…)

I due siamesi

C’è qualcosa in me
più vecchio di me
intravisto nell’attimo
della rovina, ai bordi
del mio sbando, proprio sull’orlo,
e nella gioia piena,
mia antichità serena
ti offro ciò che di me non dura
ciò che il dente del tempo divora
nel setaccio dell’anno e dell’ora.

Un me in me
più vecchio di me
sgorga da quello ogni parola
che non si consuma.

C’è in me qualcosa
che simiglia somiglia
al fondo di ogni cosa.

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