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di Silvia Rosa e Alessandra Pigliaru *

Scritto sul corpo c’è un codice segreto, visibile solo in certe condizioni di luce; quello che si è accumulato nel corso della vita si ritrova lì. In certe parti il palinsesto è inciso con forza tale che le lettere si possono sentire al tatto, come fosse stato scritto in braille. [Jeanette Winterson]

Decifrare con la pelle la scrittura del mondo [Albert Camus]

Il corpo e i segni della carne. Non sono visibili solo ad un’attenta illuminazione; quelli resistenti e immedicabili si nascondono alla veglia e raccontano della loro rivalsa storica come della quotidiana consunzione. Allora la pelle diventa la membrana attraverso cui guardare il reale; una trama sottile che, in filigrana, attutisce sedimenta e sputa il fuori. La pelle è ciò che divide oltre ad essere ciò che assorbe, così la scrittura del mondo passa per la storia individuale e il femminile emerge a gran voce, non come alterità incorporea ma come eccedente la rappresentazione stessa. Il corpo e i segni della carne sono anche ritagli radioattivi che, sottraendosi all’alfabeto del senso, parlano di un’angosciosa perdita, di una ferita primordiale che percorre un  rinnovato significato nell’atto di essere raccontato. Tattile è la sensazione dell’impressione, erotico è l’ardire di ritrovare l’unità, di far parlare quelle parti che, dal margine, non possono essere contate aridamente ma agi(ta)te in un nuovo segno. L’equazione orfica soma-sema racconta di una gabbia ideologica, di uno slittamento di senso nel linguaggio dominante che con-fonde primariamente il corpo con il cadavere e poi lo getta nell’assonanza tra quel corpo e la tomba. Non sembra ci sia via di scampo fermandosi allo scacco dicotomico. Eppure è proprio in questa dorsale estetica che c’è una pulviscolare possibilità di intervento. C’è una pretesa di senso nello sguardo per voci sole, una resurrezione che  precede infatti la separazione anima-corpo. Voce che aderisce al volto-tutto e si fa corpo come coscienza-incarnata e anima che s-piega ciò che il corpo tra-suda. Il femminile inteso come segno della differenza si inscrive qui, nell’interstizio liminare del corpo decifrato come soglia di senso. Il mio corpo è anche il corpo dell’Altro, il corpo senza organi che conta gli ossari che ci precedono. Se la storia delle donne è scritta anche sulla pelle, allora il lavoro di Jenny Holzer (di cui riporto solo una foto ma che si compone di tanti altri scatti) questa mappa l’ha scandagliata tutta, ne ha fatto un manifesto, un urlo, un marchio a fuoco. L’ordine simbolico della madre è così la rivolta della maieutica, il femminile che, seminale, mette al mondo il mondo.

Negli Scatti per voci sole, saranno sguardi a parlare per immagini.

Foto: Jenny Holzer
Testo: Alessandra Pigliaru

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SONO MORTA UNA MATTINA D’OTTOBRE

“Sono morta una mattina d’ottobre,
ma non d’autunno
tra foglie rosse pioggia cielo plumbeo,
piuttosto luce rasoterra ovunque il sole
(un’assoluta sospensione di gravità spazio-temporale)
filtrata ogni mia cellula nella parola (in) divenire
me ne sono andata,
era d’ottobre, ma non d’autunno e non per sempre
perché per sempre è solo il ritornare
indietro immobile aspettare
è l’assenza di te, il vuoto del tuo nome
che mette rami secchi ad ogni lettera
che muore…”

Foto: Jerry Uelsmann
Testo: Silvia Rosa

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BAMBINA, IMPARA UNA LEZIONE

“Una volta ti ho detto nell’orecchio:
sono tua” e poi “ti amo
quando ti sei rimesso i pantaloni mi hai risposto
bambina, impara una lezione
e poi di citazione in citazione
ti sei rifatto anche il nodo alla cravatta
e mi ha insegnato
l’amore, vedi, è troppo sopravvalutato
io ti stavo ad ascoltare ma intanto avevo sonno
e immaginavo di dormirti tra le braccia al caldo
immaginavo che non ti ricordavi più l’argomentare
filosofi poeti saggi dotti pensatori
immaginavo che non ti ricordavi più di niente,

di niente, tranne che del mio odore.”

Foto: Nobuyoshi Araki
Testo: Silvia Rosa

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DI CARTA E D’INCHIOSTRO

“Perché il nome
il volto
la mano
quand’io sono
di carta e d’inchiostro
e ti muoio
non vedi?
ti muoio
come morivo al tuo corpo
che frugava la soglia del mio
ti muoio muta
la lingua seccata dal  per sempre della mia bocca
rovesciata nel  forse della tua
ti muoio
odiandoti di vero amore
cercandoti mai e ancora
ti muoio in ogni pagina bianca
che sono stata prima di essere una tua fantasia

perché mi hai abbandonata?”

Foto: Jerry Uelsmann
Testo: Silvia Rosa

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CON LE GINOCCHIA VOLTATE DI LA’ DAL CIELO

“Com’è noioso l’amore
quando non sa,
con le ginocchia voltate di là dal cielo,
l’offerta umile di sé
quell’orazione spoglia di parola
orfana di Dio
in un pellegrinaggio di dolore

com’è noioso l’amore
quando non sa,
con le ginocchia voltate di là dal cielo,
farsi promessa di carne d’anima
passione d’assoluto
senza ragione e senza Io
orizzonte varco abisso

nel corpo un nido, dove andare a morire.”

Foto: Man Ray
Testo: Silvia Rosa

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TENERA INFANZIA DI MORTE

“Volto senza faccia
le spalle imperlate in nodi di luce
bianchiccia
limo, con la punta delle mie ossa,
tenera infanzia di morte
nella mia morte, nuvola di brina
spina balocco
un pesciolino senz’acqua
lo scheletro arcuato dell’essere
dissolto
-perduta infinita senza speranza-.”

 

Foto: Francesca Woodman
Testo: Silvia Rosa

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QUANDO MI SFRONDO D’INQUIETUDINI

“Riposo questo nereggiarmi
di fogliame intricato nelle viscere
-io, isola di rovi abbandonata,
che mi sporgo sul deserto di me stessa-
quando mi sfrondo d’inquietudini
persa nella bruma solitaria del piacere,
dormendo infine il sonno delle piante
che palpitano frasche verso il Cielo
e si piegano nel tronco, appena,
a godere del vento che le arrota
inanellandole
e si diramano di frutti gemme e voglie.”

 

Foto: Josephine Sacabo
Testo: Silvia Rosa

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Avvertenza: Scatti per voci sole è una composizione a quattro mani su un progetto condiviso: questa prima apertura vuole avere un significato introduttivo; vuole cioè parlare di ciò che ci si è prefissate per l’intero lavoro. Io e Silvia proveniamo da linguaggi molto diversi eppure la comune passione e sensibilità verso ciò che l’immagine fotografica s-vela ci rende prossime; ancor più vicine nell’intento che è stato quello di pensare una serie di interventi declinati al femminile, lei con interventi di carattere poetico, io con incursioni volutamente minimali e di taglio estetico. Il tema portante è il corpo; la forza di impressione su questo corpo prende la forma dell’immagine fotografica attraverso un occhio preciso, affilato.

 

Questo post è stato già pubblicato, seppur parzialmente, sul lit-blog Viadellebelledonne come introduzione programmatica dell’intero progetto. Il lavoro proseguirà qui su Gli occhi di Blimunda

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