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C’è un sentiero nascosto nei capelli piegati, come impercettibili fili che sanno legare a sé tutto ciò che ci portiamo dietro e dentro. I capelli, chiusi nell’acconciatura fissa e immobile, figurano la compostezza e la rigidità di una donna che ciò nonostante, quasi distratta, guarda di lato. La femminilità declinata da Dora Albanese trova il proprio percorso nell’agitazione endoscopica del reale senza curarsi delle definizioni stereotipate. Così il termine madre che risuona così potente nel monito del titolo, è una ricerca costante di quella circolarità temporale prepotentemente spazzata via dal caso. L’ineluttabilità del destino di queste anime semplici che interrogano se stesse, si scontra col ghigno dell’imprevisto. Non dire madre ma ascoltarlo dal ventre, con la crudeltà dell’istinto e la consapevolezza della carne e con gli occhi rivolti all’accadere. Dora Albanese ci racconta quello che significa sguardo femminile, parlare in lingua materna, come accoglienza e ascolto dell’alterità (che non necessita certo di capacità riproduttiva). Un amore nudo e senza orpelli, una scrittura sferzante che sfrega fin dentro le ossa e spalanca la carne, senza infingimenti e soprattutto contro un certa anacronistica adesione di pulchrum et bonum.

 Le donne di Non dire madre invece si ribellano al dominio della bellezza edulcorata, sudano sangue e midollo, aderiscono piuttosto all’ordine della terra e a quello della stessa imperfezione di cui sono impastate tutte le creature; per questo forse le si sente da subito vicine con un certo coinvolgimento quasi amicale. Le storie hanno tutte il filo rosso della cura dell’Altro, dell’esser-ci per l’Altro. Il dire «no» è la lotta intestina per cominciare ad amarsi – e farsi amare – così come si è e come gli altri non ci coglieranno mai. La strada per l’autenticità è sempre costellata di vicissitudini dolorose e sacrifici; così le protagoniste dei racconti di Dora Albanese tentano di sbrogliare la matassa della sorte, cercando tra le fibre un nuovo e personale percorso. Sono corpi in rivolta che reclamano il loro posto nel mondo, facendosi spettatori e attori di un atavico modo di essere madri, non per mera procreazione ma per amore, matrilineare e cavo. Ed è nelle viscere stesse che Non dire madre affonda e verga le esistenze: in quella stanza buia e scura del pneuma attraverso cui si rintraccia la verità. Così la scrittura diventa monologo e dialogo al contempo di un mondo sotterraneo che si riverbera nel circostante. Un mondo fatto di bisbigli, voci ventricolari e tormenti muovono i pensieri: quelli inconfessati di donne che devono scegliere e accettano il cambiamento; donne che avvertono altre madri e le loro memorie; donne che comprendono il corredo familiare e che, fiduciose, se ne sanno separare. La stessa tenacia la ritroviamo lungo tutto il soma della scrittura; linguaggio impietoso, a tratti ferino, che d’improvviso coglie madre-donna-mondo-terra nello strappo dell’occhio e ce li getta davanti come un fardello con cui fare i conti, un nodo da cui ripartire. Così non sarà sufficiente dire madre ma possederne l’essenza, pneumaticamente e nel cuore. Ciò che restituisce Non dire madre è dunque una tassonomia passionale implacabile: la complessità si incontra nella libertà della differenza.

Alessandra Pigliaru

pubblicata qui

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