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Aleksandr Sokurov – Dolce

 
Quali obiettivi si prefigge nel suo cinema?
I miei film non sono perfetti, e me ne assumo la responsabilità. Ogni volta mi trovo davanti a problemi tecnici spesso irrisolvibili, che spero di superare ad ogni mio nuovo film. Inevitabilmente, questo influenza anche il contenuto. Il mio intento è di fornire informazioni, osservando fin dove è possibile un distacco da giudizi critici arbitrari. Perché se ci si pone lo scopo di realizzare un’opera d’arte, allora non si può pensare a smascherare qualcuno. In ogni grande opera – prendiamo ad esempio Shakespeare – i personaggi hanno anche un’intensa vita spirituale e un autore ha il compito preciso di comprenderne le sfumature. La qualità di un film si misura anche sulla base del retrogusto che lascia dopo averlo visto.

Differentemente da “L’arca Russa” girato come un lungo piano-sequenza, “Il sole” e gli altri film della trilogia sono caratterizzati da un peculiare impiego delle luci. Come ha lavorato a questi aspetti tecnici?
Se vi fosse capitato di trovarvi sul set di questo film, vi sareste meravigliati dalla gran quantità di attrezzature che abbiamo adoperato. C’erano fino a 60 impianti d’illuminazione, dai più grandi ai più piccoli. Molto spesso usavo particolari strumenti ottici, altre volte delle superfici a specchio. Abbiamo lavorato con grandi professionisti, che hanno avuto la pazienza di aspettare che ottenessi la giusta luce. Mi sono formato come direttore della fotografia e sono quindi molto esigente. Spesso ho difficoltà a comunicare ciò che davvero voglio ottenere da una scena. Ci siamo trovati innanzi a problemi irrisolvibili, dove le immagini riflesse rischiavano di compromettere la composizione dell’inquadratura con elementi estranei. In un certo senso, abbiamo dovuto rivoluzionare le leggi fisiche dello spazio. Il tutto per offrire una particolare prospettiva visuale, che al momento non saprei neanche descrivere. 

Lo stesso può dirsi del montaggio…
Certamente. Lo considero un elemento essenziale per definire la grandezza e la complessità dell’arte cinematografica. I 24 fotogrammi al secondo che scorrono sullo schermo sono, nella mia immaginazione, altrettanti quadri a cui un regista deve mettere mano. Nella durata complessiva di un film questi quadri diventano milioni, e operare una scelta tra ognuno di essi è un compito che può farti perdere la testa. Ma è anche uno delle fasi più intense di questo mestiere. 

A proposito di Shakespeare, che lei ha in precedenza citato, i suoi personaggi hanno in essi qualcosa di tragico che rimanda al grande poeta. Da cosa nasce questa esigenza?
Pensando a Shakespeare, mi viene in mente un’epoca più concreta della nostra, dove le guerre erano condotte con obiettivi chiari. Nella società moderna è difficile anche conoscerne le ragioni. Basti pensare che gli storici tentano ancora di capire perché si sia giunti alla Prima Guerra Mondiale. La difficoltà che gli uomini hanno nel gestire il potere, è talmente grande che facilmente sfugge al loro controllo. Più è grande questo potere, maggiore è la possibilità di commettere gravi errori. Tante, ormai, sono le questioni irrisolte nella storia politica del mondo, che si sono irrimediabilmente ingarbugliate. Ad esempio, secondo alcuni musulmani le origini dei conflitti tra oriente e occidente risalgono addirittura alle crociate. I personaggi che io descrivo, eredi e artefici di questa drammatica condizione, devono rappresentarla non sotto un aspetto divino, ma strettamente umano. Quel che è importante per esaminare il ruolo che hanno avuto, sono la loro essenza e il loro carattere. Cerco di centrarla nel miglior modo e Shakesperare, a questo scopo, sarà sempre un’ispirazione determinante. 

Intervista a cura di Francesco Russo

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