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	<title>Gli occhi di Blimunda</title>
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		<title>la dimora che abita la parola</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 17:47:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gliocchidiblimunda</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’è un luogo privilegiato e attento in cui la poesia ha trovato in questi anni il proprio stare; forse sarebbe meglio dire il proprio divenire perché dimorare nella parola è sentirne la verticalità del flusso e, al contempo, accoglierne il profondo e ambivalente medicamento. La poesia non serve, vive in uno stato non reclamato di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gliocchidiblimunda.wordpress.com&amp;blog=10849831&amp;post=1036&amp;subd=gliocchidiblimunda&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="www.rebstein.wordpress.com" target="_blank"><img class="alignnone size-full wp-image-1037" title="terezin20219" src="http://gliocchidiblimunda.files.wordpress.com/2012/01/terezin20219.jpg?w=1000" alt=""   /></a></p>
<p style="text-align:justify;">C’è un luogo privilegiato e attento in cui la poesia ha trovato in questi anni il proprio <em>stare</em>; forse sarebbe meglio dire il proprio divenire perché dimorare nella parola è sentirne la verticalità del flusso e, al contempo, accoglierne il profondo e ambivalente medicamento. La poesia non serve, vive in uno stato non reclamato di autentica anarchia eppure di assoluta necessità. La poesia è inutile, non si conforma al mercato e non risente della crisi, sebbene si scambi spesso la sua capacità di detonare il reale con la strumentalizzazione transitoria delle cose. Il vortice è il grembo del mondo in cui sta appesa, da sempre. Non conosce le buone maniere perché lei, la poesia, abita i bordi del mondo e li sa cantare. Uno per uno. La poesia è il luogo del divenire della parola che guarda lo scacco del linguaggio e lo attraversa come nessuna altra forma riesce a fare. La poesia perciò è salvifica? Niente affatto, piuttosto imprevedibile afferra per restituire l’immagine inaudita dell’impossibile in atto: una parola incarnata che spira, tra il non ancora e il non è più, desiderante. In tempi come questi si fa un gran parlare del suo stato di salute quasi come la poesia fosse un&#8217;infante che non può badare a se stessa, in una sorta di perpetua richiesta di qualcosa d’altro. Quel qualcosa che si lega più ad uno stato di bisogno è ciò che nella poesia non conta. E non ha mai contato. La poesia del resto non è solo affare dei poeti ma di chi ama la parola e ne avverte trama frattura e desiderio. La poesia appartiene ad una pratica di scrittura precisa e abita luoghi altrettanto precisi. Luoghi privilegiati, appunto,  in cui la parola custodisce il suo stare, luoghi che si dilatano in soggettività generose come <strong><a href="http://rebstein.wordpress.com/" target="_blank"><em>La Dimora del tempo sospeso</em></a> </strong>di Francesco Marotta. A persone come lui dobbiamo essere grati, al suo lavoro di cucitura paziente e autorevole riconosco un’efficacia estetica e politica che raramente ho incontrato in rete. I bordi del mondo non sono marginali interstizi, sono piuttosto risorse straordinarie di relazioni e di incontri insperati che solo una speciale attenzione può mettere a tema e far germogliare. E in questi anni la mano e l’occhio di Francesco hanno regalato ospitalità discreta e insostituibile confronto a molte poete e molti poeti. Ma non solo, quella autonomia del pensiero critico, quell’intelligenza caparbia e obliqua del dire la verità, sono state per <em>La Dimora</em> il senso di un percorso che ha contemplato la restituzione di una visibilità e di una parola ritenute essenziali in un sottobosco inesauribile di fonti, bibliografie e opere inedite. In questi anni di apprendistato molte e molti hanno trovato nel blog di Francesco una dimora per le proprie parole e una possibilità di rispecchiamento di decisiva importanza. A Francesco, oggi, desidero dunque che arrivi il mio affetto insieme alla mia personale stima rafforzata da tutte le parole che abbiamo condiviso. Lui, insieme a pochissimi altri, mi ha dimostrato che il progetto di un blog può diventare risorsa culturale e politica delle più appassionate. E a lui, che in più di un’occasione mi ha manifestato fiducia e abitudine alla libertà, vorrei dire grazie. La poesia non salva, non serve ed è inutile e sono esattamente questi aspetti che ne fanno una possibilità di rivolta irrinunciabile per ognuna e ognuno di noi. Senza stato, senza posa e nell’anarchia della carne e del senso, spero che Francesco, poeta contemporaneo tra i più autentici, possa ancora mettere in circolo l’attenzione e la cura nei confronti della scrittura che hanno segnato il suo lit-blog. Perché il desiderio della parola possa continuare a essere esercizio di bellezza, in divenire.</p>
<p style="text-align:justify;">[<em>alessandra pigliaru</em>]</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1036/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1036/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1036/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1036/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1036/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1036/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1036/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1036/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1036/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1036/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1036/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1036/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1036/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1036/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gliocchidiblimunda.wordpress.com&amp;blog=10849831&amp;post=1036&amp;subd=gliocchidiblimunda&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>La melancholia di Lars Von Trier</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jan 2012 18:13:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gliocchidiblimunda</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che Lars Von Trier fosse un regista sopravvalutato lo si sapeva già da un po’ di tempo. Almeno da qualche anno intendo. Ricordo che quando vidi Dogville mi si rivoltarono letteralmente le budella e ripensai anche i suoi precedenti che, devo ammettere, sovrastimai. Ma la giovinezza, si sa, fa commettere errori di giudizio e cambiare [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gliocchidiblimunda.wordpress.com&amp;blog=10849831&amp;post=1030&amp;subd=gliocchidiblimunda&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://gliocchidiblimunda.files.wordpress.com/2012/01/melancholia-locandina-film.png"><img class="alignnone  wp-image-1031" title="Melancholia-locandina-film" src="http://gliocchidiblimunda.files.wordpress.com/2012/01/melancholia-locandina-film.png?w=329&#038;h=441" alt="" width="329" height="441" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Che Lars Von Trier fosse <a href="http://trovacinema.repubblica.it/film/critica/dettaglio/melancholia/401897/403324" target="_blank">un regista sopravvalutato</a> lo si sapeva già da un po’ di tempo. Almeno da qualche anno intendo. Ricordo che quando vidi <em>Dogville</em> mi si rivoltarono letteralmente le budella e ripensai anche i suoi precedenti che, devo ammettere, sovrastimai. Ma la giovinezza, si sa, fa commettere errori di giudizio e cambiare opinione, soprattutto quando si trova il punto preciso di avvistamento, è pur sempre salutare. Il Dogma poi, con quel suo strambo decalogo di voto di castità è una pura trovata pubblicitaria, un po’ ci si resta male eh. Dunque sì: de <em>Le onde del destino</em> oggi salvo giusto il dialogo di Bess con se stessa. De <em>Gli idioti</em> non salvo nulla mentre di <em>Dancer in the dark</em> la splendida voce di Bjork. Con <em>Dogville</em> sono invece cominciati gli insulti allo schermo; più o meno all’altezza della scena di stupro per poi procedere, in libertà; prima di tutto, mi sono detta, un misogino del genere non poteva essere umanamente concepibile. Ma misogino sarebbe un eufemismo se non si desse a Von Trier il posto che merita nella ricerca cinematografica contemporanea: un’imbarazzante presenza (anche antropica) che pervicacemente pretende la condivisione della propria malattia mentale. La pretende e la mette in scena con quei simpatici e attraenti teatrini sado-maso che tanto sono necessari ai suoi simili. Ecco la ragione per cui mi sono rifiutata di vedere <em>Antichrist</em>, me lo hanno sconsigliato vivamente per le ragioni di cui sopra; oggi invece, dopo diverse sollecitazioni ho deciso di guardare <em>Melancholia</em>. Mi sono detta: &#8211; Dai, sei troppo severa, rischi di sembrare noiosa con questi preconcetti; e se ti stupisce in positivo invece?<span id="more-1030"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Ebbene ho cominciato la visione del nuovo prodotto di Von Trier (film è un impegno estetico ed etico che non può essere certo riferito con facilità all’ultima fatica del regista danese). Due ore e un quarto e per giunta il primo dell’anno. Parliamone. Diviso in due capitoli, Melancholia appare fin da subito un’apologia gratuita della depressione non accogliendone nemmeno lontanamente i rilievi significativi (eventualmente). E così in effetti procede, e non per il titolo che tradisce in qualche modo il carattere e gli umori delle due malcapitate protagoniste. L’inno è una proiezione tutta registica sulla soppressione e, soprattutto, sfibramento di tutte le cose. In questa misticheggiante parabola che parte in pompa magna con un Wagner straordinario ma decisamente fuori luogo, Von Trier compone un ritratto della propria emotività disintegrata, del suo modo di vedere il mondo e soprattutto della sua completa incapacità di intendere e praticare le relazioni. L’inno è ovviamente a se stesso, manco a dirlo, ad un ego spropositato e devastato dalla banalità dei corredi familiari che ritornano incessanti a ricordare a Lars bambino che tante mamme cattive si aggirano nel suo futuro prossimo e che dunque sarebbe preferibile sopprimerle. Meglio se in massa almeno non ci si pensa più. Visto e considerato che non ci si riesce fisicamente con ognuna, perché le mamme cattive si muovono come le Erinni (sono sempre in coro), allora il piccolo Lars chiude gli occhi e si immagina di porre fine addirittura al mondo. I segni dell’apocalisse ci sono già tutti del resto, o forse sarebbe meglio dire i segni della <em>sua</em> personale apocalisse. Cioè se non si fanno i conti con la propria origine, con questo inaudito e impronunciabile corpo femminile (che è sempre materno, pensa un po’) allora appare fin troppo chiaro cercarne l’estinzione. Insopportabile è infatti la possibilità di vivere le vicinanze relazionali come risorse; sono tutte votate allo scacco, alla pericolosità del mancato accesso e del rifiuto. Così in Melancholia, la prima protagonista Justine, da stupenda sposa diventa una specie di vampirizzata d’oltralpe, mediamente distrutta da non si sa bene cosa e famelica al punto giusto tanto da atterrare il primo degli invitati che le capita sotto tiro per poterlo possedere sull’erba. Così, tanto per. Una donna perfettamente esangue e priva di qualunque spessore che ha una sorella apprensiva e una madre ingombrante e che pur tuttavia non si capisce per niente bene cosa abbia di così insostenibile da doversi scrollare di dosso. Il secondo quadro è invece dedicato alla sorella ansiosa Claire, un po’ rincretinita a dire la verità dalla preoccupazione per un pianeta che sta entrando in rotta di collisione con la terra e che la fa stare tanto male. La catastrofe imminente è però piuttosto confusa, ciò che invece appare nella sua disarmante chiarezza è la preveggenza relativa alla depressione (sic!). Cioè Justine in questo caso, la malinconica per eccellenza secondo Von Trier, riesce a prevedere meglio dei pronostici scientifici ciò che sta per abbattersi sulle esistenze dell’umanità e il verdetto è uno soltanto: spariremo tutti perché la terra, lei dice, è cattiva. In un movimento del tutto gratuito ed esteticamente orribile, l’unica cosa che ci si può concedere è quella di restare fermi, inchiodati come siamo in una imprecisa atmosfera da cataclisma annunciato a metà tra la fantascienza e il clima bucolico da casa nella prateria. Chissà cosa rappresenta quel corpo estraneo che attacca tutta l’umanità schiacciandola silenziosamente ma incontrovertibilmente. Credo che vi si possano trovare delle consonanze in una delle prime immagini di Melancholia scelte da Von Trier: quella in cui Justine immobile fissa la videocamera mentre dietro di lei, uno dopo l’altro, cadono stecchiti una miriade di uccelli. Tutto materiale da psicanalisi? Ma no, è solo il piccolo Lars che ha messo in scena un altro dei suoi capolavori.In effetti potremmo augurarci che da qui alla sua prossima idea magari … non dico proprio un pianeta intero ma qualche meteorite consistente possa opportunamente cadergli in testa. Mica per ucciderlo ma per farlo svegliare un po’. Certo, solo dopo il ruttino.</p>
<p style="text-align:justify;">[A.P.]</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1030/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1030/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1030/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1030/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1030/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1030/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1030/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1030/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1030/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1030/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1030/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1030/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1030/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1030/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gliocchidiblimunda.wordpress.com&amp;blog=10849831&amp;post=1030&amp;subd=gliocchidiblimunda&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>tu che mi parli tu che non mi ascolti &#8211; riflessioni su un&#8217;assemblea</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 22:48:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gliocchidiblimunda</dc:creator>
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		<description><![CDATA[[di alessandra pigliaru] Ho sempre creduto che la vendetta non sia solo un impeto passionale che fa digerire la collera. Oltre lo sconquasso e il collasso fisiologico c’è invece una precisa modalità attraverso cui la vendetta si compie. C’è una vendetta, per esempio, che pare inconsumabile giacché prende vita – e si organizza – solo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gliocchidiblimunda.wordpress.com&amp;blog=10849831&amp;post=1023&amp;subd=gliocchidiblimunda&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1025" class="wp-caption alignnone" style="width: 489px"><a href="http://gliocchidiblimunda.files.wordpress.com/2011/12/sarah.gif"><img class="size-full wp-image-1025" title="sarah" src="http://gliocchidiblimunda.files.wordpress.com/2011/12/sarah.gif?w=1000" alt=""   /></a><p class="wp-caption-text">Sarah Moon</p></div>
<p style="text-align:justify;">[di <em>alessandra pigliaru</em>]</p>
<p style="text-align:justify;">Ho sempre creduto che la vendetta non sia solo un impeto passionale che fa digerire la collera. Oltre lo sconquasso e il collasso fisiologico c’è invece una precisa modalità attraverso cui la vendetta si compie. C’è una vendetta, per esempio, che pare inconsumabile giacché prende vita – e si organizza – solo nel pensiero. E non si tratta di un semplice prodromo alla strategia vendicativa ma un esatto modo di meditare e di stare al mondo; di farla danzare quella vendetta e di nutrirla tutti i giorni come fosse una bestiola mai addomesticabile. E poi aspettare, già soddisfatte/i tuttavia, perché nel pensiero abbiamo già inflitto e chiesto il conto. Infinite volte e in assoluta libertà. Si tratta solo di andare alla ricerca di quello spazio vischioso e gelato che è la vendetta senza posa. E improvvisamente la si riconoscerà: è proprio lei, quella familiare bestiola che si materializza all’occorrenza in un feticcio a cui sottoporre lo nostre angherie. Quando mi capita di assistere a giornate amare come queste, non posso fare a meno di notarla quella bestiola selvaggia che fa capolino da parole spietate pronunciate. A volte sussurrate perché i livori, quelli vecchi, percorrono fenditure assai oscure. Non si dicono mai per intero perché non amano la completezza, e nemmeno la trasparenza; preferiscono macerare. <span id="more-1023"></span>A quella famosa bestiola piace infatti il crogiuolo, non sa che c’è un tempo per tutto e che quando si accetta di stare nel logorio quel crogiuolo ad un certo punto diventa insopportabile perché va a male. Non posso negare che tutto ciò mi appaia nella sua delittuosità, in effetti. Cioè è come vedere mani colme di semi che, non so se distrattamente o consapevolmente, invece di posarsi su di un terreno madido e fecondo si scambiano per spazzatura e si gettano via. Questa storia del gettar via è sintomo di enorme imperizia . Soprattutto in politica, soprattutto nella politica delle donne. Bisognerebbe stabilire una volta per tutte cosa si vuol metter in scena: i propri risentimenti mai detti e mai risolti o i desideri di relazione. Tra i desideri potrebbe essercene uno efficace: mettere a frutto il conflitto avendo la capacità di dipanarlo. Soprattutto credo si debba nominare quel desiderio, sia esso mimetico o meno, ed esplicitarlo. Sostituire cioè il faticoso agonismo della vendetta con la passione politica della costruzione di un progetto. La vendetta infatti non guarda al futuro, la passione politica invece si. Almeno dovrebbe<span style="color:#000000;"><strong>.</strong></span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ff0000;"><strong><a href="https://collettivafemminista.wordpress.com/2011/12/06/tu-che-mi-parli-tu-che-non-mi-ascolti-riflessioni-su-unassemblea/" target="_blank"><span style="color:#ff0000;">Leggi il seguito di questo post QUI<br />
</span></a></strong></span></p>
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		<title>senza titolo #11</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 11:35:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ci sono persone che farebbero qualsiasi cosa in loro potere (cioè tutto) per non cambiare niente di sé e di ciò che le circonda. Sono disposte a qualunque baratto, a qualunque scommessa e si giocano la propria vita e quella altrui. E non si tratta di fedeltà a ciò che sembra corrispondergli ma di una [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gliocchidiblimunda.wordpress.com&amp;blog=10849831&amp;post=1016&amp;subd=gliocchidiblimunda&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1017" class="wp-caption alignnone" style="width: 510px"><a href="http://gliocchidiblimunda.files.wordpress.com/2011/11/elif.jpg"><img class="size-full wp-image-1017" title="elif" src="http://gliocchidiblimunda.files.wordpress.com/2011/11/elif.jpg?w=1000" alt=""   /></a><p class="wp-caption-text">Elif Sanem Karakoç</p></div>
<p style="text-align:justify;">Ci sono persone che farebbero qualsiasi cosa in loro potere (cioè tutto) per non cambiare niente di sé e di ciò che le circonda. Sono disposte a qualunque baratto, a qualunque scommessa e si giocano la propria vita e quella altrui. E non si tratta di fedeltà a ciò che sembra corrispondergli ma di una inquietante posizione della mente e dello spirito secondo cui tutto deve restare immobile così come è, così come è stato conosciuto deve essere ripetuto all’infinito. E ancora oltre. È un modo come un altro per stare in compagnia delle proprie scissioni che scaldano di più rispetto alla possibilità di voltare pagina. Essere stati eternamente bambini abituati alle brutte favole di orfanità significa diventare adulti orbi e incapaci di cura. Un orizzonte fusionale ammalante e scadente ma che si maneggia con confidenza sembra preferibile rispetto all’urgenza della riparazione e della serenità. Niente è semplice, tutto assume i contorni di una esasperazione nefasta. Fino alla morte. Del resto, il prezzo da pagare per rinunciare alla propria distruzione appare sempre troppo alto. Meglio la solita maleodorante afflizione, quella sì che non arriva inaspettata a tradire ciò che si è stabilito. Auguri.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1016/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1016/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1016/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1016/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1016/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1016/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1016/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1016/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1016/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1016/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1016/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1016/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1016/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1016/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gliocchidiblimunda.wordpress.com&amp;blog=10849831&amp;post=1016&amp;subd=gliocchidiblimunda&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>La cura del vivere. Appunti e digressioni a margine</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 09:10:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gliocchidiblimunda</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Alessandra Pigliaru) La cura vale per quello che è, una dimensione del buon vivere. L&#8217;esperienza femminile ne ha una conoscenza ravvicinata C&#8217;è un malinteso culturale che proviene dall&#8217;emancipazionismo da un lato (quando è insuperato poi è ancora più terribile) e dall&#8217;adesione mimetica al linguaggio dei dominati dall&#8217;altro, che ha fatto assumere alla cura un&#8217;accezione [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gliocchidiblimunda.wordpress.com&amp;blog=10849831&amp;post=1005&amp;subd=gliocchidiblimunda&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(di <em>Alessandra Pigliaru</em>)</p>
<blockquote>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#993300;"><strong>La cura vale per quello che è, una dimensione del buon vivere. L&#8217;esperienza femminile ne ha una conoscenza ravvicinata</strong></span></p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://gliocchidiblimunda.files.wordpress.com/2011/11/supplemento.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1006" title="supplemento" src="http://gliocchidiblimunda.files.wordpress.com/2011/11/supplemento.jpg?w=1000" alt=""   /></a></p>
</blockquote>
<p style="text-align:justify;"><em></em>C&#8217;è un malinteso culturale che proviene dall&#8217;emancipazionismo da un lato (quando è insuperato poi è ancora più terribile) e dall&#8217;adesione mimetica al linguaggio dei dominati dall&#8217;altro, che ha fatto assumere alla cura un&#8217;accezione scivolosa e decisamente stridente con ciò che essa significa. Dobbiamo al <strong>Gruppo del mercoledì</strong> (Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia, Elettra Deiana, Laura Gallucci, Letizia Paolozzi, Bianca Pomeranzi, Bia Sarasini, Rosetta Stella, Stefania Vulterini) l&#8217;aver riportato l&#8217;attenzione sull&#8217;idea di cura; idea che produce spostamento sia culturale che politico. Idea che, sia sotto il profilo simbolico che linguistico, comporta saper sciogliere un nodo che da troppi anni si avverte con ambivalenza. La cura è un <em>resto</em>, e come tutti i resti eccede e svetta. Questo resto potrebbe essere forse inteso ecologicamente come qualcosa che va smaltito o invece come quell&#8217;insopprimibile essenza della relazione? Se metaforicamente lo smaltimento venisse inteso come una assimilazione di qualcosa che si conosce e la riappropriazione prevedesse un rovesciamento, allora potremmo serenamente affermare che queste due operazioni diventano complementari dello stesso percorso. Ci si interroga di tutto questo e molto altro nel documento di apertura ora visibile sul supplemento del n° 89 di <span style="color:#993300;"><strong><a href="http://www.leggendaria.it/" target="_blank"><span style="color:#993300;">Leggendaria</span></a></strong></span> e l&#8217;urgenza della riappropriazione della cura ci appare in tutta la sua necessaria importanza.</p>
<p style="text-align:justify;">Nel solco dell&#8217;interrogazione si apre il bellissimo inserto che raccoglie molti interventi, a partire da sé. <strong>Bia Sarasini</strong> ricorda come alla cura si possa guardare attraverso la tradizione spirituale e al pericolo di non riconoscere in quelle stesse elementi importanti di spostamento dello sguardo interiore. Così la minaccia di una cura intesa come punizione, come ordine autoritario teso a soffocare qualunque forma di libertà, diventa qualità irrinunciabile per accogliere il lato oscuro delle cose e farlo fiorire attivamente. Sul crinale della cura estetica che deve essere etica e politica incontriamo il contributo di <strong>Elettra Deiana</strong> che racconta come la cura sia stata ereditata prima di tutto come forma di libertà; fa cenno alla genealogia materna e mi pare di grande importanza sottolinearlo perché molti degli interventi presenti nello speciale sulla cura fanno preciso riferimento alla relazione con la propria madre, una relazione narrata e per questo già politica ma soprattutto una possibilità di dirsi libere di quello sdebitamento madre-figlia (che poi si riverbera in quello generazionale in senso più  generale) che le donne del gruppo del mercoledì evidenziano nel documento di apertura.<span id="more-1005"></span></p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#993300;"><strong>Digressione n° 1</strong></span></p>
<p style="text-align:justify;">Sulla questione dello sdebitamento si potrebbe discutere a fondo perché è proprio a quell&#8217;altezza che si ingenerano e poi prolificano disordini; se la gratitudine cioè della madre nei confronti della figlia (per averla resa madre) e viceversa della figlia nei confronti della madre (per essere stata messa al mondo, senza averlo richiesto), si risolvesse in tempi congrui, forse non si trascinerebbe questo sdebitamento troppo a lungo in un orizzonte di disordine che larga parte ha in alcune relazioni (di tipo gerarchico soprattutto maschile visto che padre e figlia non esperiscono quell&#8217;istante fusionale che consente poi una separazione serena); nella mia esperienza credo tuttavia che il disordine che produce uno sdebitamento  perenne che sembra non saldarsi mai, nasca e si sviluppi in un territorio non solo famigliare ma anche politico; accennavo al modello maschile perché quel &#8220;conto da pagare&#8221; mette in condizione di subalternità costante, certo poi che esiste anche un desiderio mimetico tutto femminile che si fa carico della stessa dinamica autoritaristica e mortifera. Che sia o no consapevole ancora non credo sia facile stabilirlo, almeno a partire da me, seppure vi siano molte riflessioni a riguardo. Penso però di poter dire che il tempo di quello sdebitamento sia la chiave di tutto ciò che viene dopo; dalla possibilità o meno di felicità fino alla mancanza o meno di libertà insieme attraverso una serie di relazioni perpetuamente fusionali e dunque invischianti (ugualmente un problema legato al tempo anche questa volta, che si trasforma in una ripetizione dello Stesso infinite volte fino al cortocircuito o allo sfibramento relazionale). Ciò accade spesso anche sul piano politico. Anche l&#8217;orizzonte della cura ha patito di questo disordine e ne soffre ancora quando le relazioni non sembrano accolte come un&#8217;occasione generosa di confronto ma come una rivendicazione costante di riconoscimento (da una parte e dall&#8217;altra) per nulla posizionato sul piano dell&#8217;autorevolezza ma su uno più scivoloso di eternamente figlie genitoriali con poteri vuoti. Mi interrogo sull&#8217;eventualità che questo nodo sia uno di quelli che genera maggior distanza e incapacità di comprensione intergenerazionale nella pratica femminista soprattutto sulla trasmissione dei saperi  su cui si è discusso ma non abbastanza. E non so perché.</p>
<p style="text-align:justify;"> *</p>
<p style="text-align:justify;">Sarebbe riduttivo sintetizzare l&#8217;intervento di <strong>Rosetta Stella</strong> come concernente cura e assistenza; c&#8217;è invece un tumulto della lingua, tra sincopi e ariose aperture che pone in essere diverse importanti questioni; quello della nascita e della morte, quello della guarigione e del coinvolgimento emotivo che padroneggia tutto ciò in maniera spesso  ambivalente. Si nasce per morire ma anche, e soprattutto nell&#8217;esperienza femminile, per nascere nuovamente. È questo di cui si porta testimonianza. Per nulla secondario appare il tema spinoso della cura nei confronti di chi è al termine della propria vita, tema di cui Stella racconta i precipizi e sul quale soffermarsi maggiormente. In questa modalità credo che il lavoro delle badanti sia fondamentale e preziosissimo (di una preziosità di cui si parlerà sempre di più negli anni a venire).</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#993300;"><strong>Digressione n° 2</strong></span></p>
<p style="text-align:justify;">C&#8217;è un tema su cui la politica dovrebbe dire qualcosa di significativo e importante: le cure palliative. Bisognerebbe dire del malinteso di cura <em>inutile</em>, per esempio. E soprattutto sottolineare quello insopportabile di cura come abnegazione riuscendo finalmente a separare le cose. Bisognerebbe sottrarre quel <em>resto del resto</em> allo smarrimento in cui oggi viaggia l&#8217;orizzonte delle cure palliative, soprattutto in Italia. E riuscire a tesserne la doppia storia: quella del quotidiano, con pochissimi aiuti e che attribuisce alle donne in maniera preponderante la cura della malattia, e quello delle leggi, assolutamente insoddisfacenti sul piano della tutela e dei diritti. Declino le cure nei confronti dei terminali perché penso che sia un argomento di cui la politica istituzionale non si occupa abbastanza e perché non penso affatto che la riflessione sull&#8217;<em>accompagnare</em> sia ancora stata digerita nel suo valore intrinseco e unico da quante e quanti avvertano questa forma della cura come qualcosa di doveristico e svilente. Ritengo invece ci sia qualcosa su cui discutere sul <em>resto del resto</em> di cui accennavo prima. Il resto del resto interviene nella relazione tra chi assiste e chi è assistito che si organizza diversamente rispetto alla vicinanza con la morte. Questo è un fatto e culturalmente quel resto che è la cura si moltiplica e si complica quando si avvicina a quell&#8217;altro resto impronunciabile (e irrevocabile) che è la morte come fine di tutte le cose. Se la riflessione politica non assumerà questo nodo gordiano come uno dei principali su cui dibattere ci troveremo ancora nel territorio scivoloso del rimosso e del tabù. Le cure palliative sono, nella loro accezione etimologica, esattamente l&#8217;immagine di <em>Emergence</em> di Bill Viola a cui si fa riferimento nel documento di apertura. Quel velo di seta è il pallio appunto, anche se la declinazione appare spesso impronunciabile legata arbitrariamente alla tradizione religiosa che ci vorrebbe tutte con la sindrome dell’infermiera e di una femminilità di servizio. Niente di più lontano dalla realtà della donna che è già liberata e che pretende altro come nutrimento per sé. Si ha paura di quel pallio ed è comprensibile ma se ne deve parlare per attuare anche qui il rovesciamento e l&#8217;appropriazione. Le cure palliative dunque, che andrebbero prima di tutto conosciute e studiate per poi essere distinte dall&#8217;eutanasia (con cui moltissime/i fanno ancora una confusione imbarazzante), avrebbero bisogno di maggiore cura appunto, di maggiore attenzione, avrebbero bisogno che qualcuna o qualcuno se ne occupasse; non parlano di futuro ma di memoria, quella della nostra genealogia per esempio che andrebbe salvaguardata e alla quale dovremmo essere in grado di promettere un degno accompagnamento. Il fine vita, che fa parte della vita come le rinascite, meriterebbe maggiore generosità. Sembra invece che venga messo tra parentesi, da parte perché non c&#8217;è garanzia di scambio. Quando cioè dalla guarigione viene attesa una restituzione che la morte, evidentemente, non può più dare nei termini previsti da un certo mercanteggiare della sanità.</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;">Il quarto contributo è quello di <strong>Bianca Pomeranzi</strong> sullo stretto legame tra cura di sé e cura del mondo con un preciso richiamo alla risposta che deve essere data alla contemporaneità. Importante risulta l&#8217;accento posto sull&#8217;esperienza di cura nel sud del mondo e la cura come atto salvifico perché creativo. Senza l&#8217;intreccio di questo inscindibile rapporto tra cura di sé e cura del mondo si rischia di mettere in pericolo l&#8217;alterità stessa. E sulla cifra dell&#8217;altro da sé si sgrana il successivo saggio, quello di <strong>Laura Gallucci</strong> che racconta la gestazione dei suoi progetti architettonici mostrandone l&#8217;ideazione e la successiva realizzazione; un groviglio che viene in parte contaminato dalle proprie emozioni, insieme alla capacità di ascoltare accogliere e qualificare il desiderio altrui. Quel <em>di più</em>, spiega Gallucci, è ciò che consegniamo di nostro nella relazione imprevista di cura, quando il resto diventa un guadagno di inestimabile forza. L&#8217;illuminante contributo di <strong>Fulvia Bandoli</strong> muove dalla definizione di incuria che sembra diffondersi in diversi campi del reale; dalla politica alle istituzioni, dalla relazione con le altre/gli altri a quella con il nostro stesso corpo. A questo stato di cose tuttavia Bandoli non guarda con fare vittimistico e disfattista ma propone, con una passione che le riconosco in ogni sua parola e gesto politico, un cambiamento di prospettiva che metta a tema da un lato la &#8220;manutenzione&#8221; intesa come forma di cura nei confronti sia del territorio che della cosa pubblica e dall&#8217;altra parte cerca di spostare il discorso sulla cura come qualcosa che non ha bisogno di riconoscimento e dunque di relativa autorizzazione. Mi pare un passaggio fondamentale perché mette a tema l&#8217;espressione della cura rispetto al potere che mostra interesse solo per la propria sussistenza. L&#8217;espressione della cura è il primo atto di cura nei confronti della politica, di quella scena politico-istituzionale soprattutto che accusa sempre di più l&#8217;incapacità maschile di governare. <strong>Lea Melandri</strong> si interroga invece sulla cura tra amore e lavoro e sulla buona vita come miglioramento del rapporto tra i sessi. Di particolare interesse per me, e in questo caso a partire da me e ricollegandomi alla digressione n°1 &#8211; per dire, è l&#8217;intervento di <strong>Eleonora Mineo</strong> che illumina un punto oscuro e per questo assai attraente: il legame tra il lavoro di cura e il piacere/potere. Il piacere di governare in senso lato e il sottile ma pieno piacere che da esso ne deriva e che è stato taciuto fino ad ora.</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#993300;"><strong>Digressione n° 3 </strong></span></p>
<p style="text-align:justify;">Sulla relazione tra cura-piacere-potere mi sembra ci sia un elemento di unione molto forte. Soprattutto in riferimento ad una suggestione che mi proviene dal testo di Melandri su debolezza e forza (a proposito di forza, sto leggendo un volumetto bellissimo a cura di Federica Giardini che si intitola <a href="http://www.iaphitalia.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=257:f-giardini-a-cura-di-sensibili-guerriere-sulla-forza-femminile-iacobelli-2011-pp-153&amp;catid=85:libri&amp;Itemid=288" target="_blank">Sensibili guerriere. Sulla forza femminile</a> dove peraltro scrive un bel saggio anche Mineo). Dunque deboli/forti e piacere/potere. Ci vorrebbe una nuova discussione anche qui, cioè all&#8217;altezza di queste due coppie inscindibili di idee. Eppure se del primo confronto si è detto tanto, del secondo cioè piacere/potere in riferimento alle pratiche femminili credo si sia detto poco. Forse pochissimo. Mi chiedo se da quel piacere tanto rimosso dalla nominazione politica, per esempio, e da quella relazionale, potremmo invece cavarne qualcosa di buono, anzi di eccellente. Non parlo di piacere nella sua degenerazione (che necessiterebbe un excursus sulla sessualizzazione ma soprattutto sull&#8217;erotizzazione delle relazioni che non ho alcuna voglia di affrontare, almeno per oggi e per i prossimi 25 anni almeno) ma di quel singolare e meraviglioso rapporto che si ha con il godimento. Il potere, che è anche qui quello che tira in ballo Mineo, non credo sia ascrivibile alla deiezione nella quale ci troviamo; esiste invece un potere come autorizzazione al fare e al disfare, appunto. La cura come cura del proprio desiderio e del proprio piacere; cosa può esserci di più appagante?</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Il supplemento al n° 89 di Leggendaria</strong> è tuttavia ancora più ricco e si articola nella differenza e nel dialogo; così mi è sembrato l’articolo di <strong>Alberto Leiss</strong> e quello successivo di <strong>Liliana Moro</strong> nell’approfondimento del Gruppo “Donne e scrittura” della Libera Università delle Donne. E sulla cura analitica si sofferma <strong>Laura Storti</strong> che racconta dell’esperienza del Consultorio di psicanalisi all’interno della Casa internazionale delle donne di Roma. L’incontro con la cura di sé e del mondo che largo spazio ha nell’intero speciale, è letto con entusiasmo anche da <strong>Lorena Zanuso</strong> passando per il lungo contributo di taglio storico di <strong>Antonella Picchio</strong>, chiaro e istruttivo, sul lavoro non pagato dello spazio domestico. Di ampio respiro è l’intervista che <strong>Anna Maria Crispino</strong> fa a <strong>Elena Pulcini</strong>, pubblicata nel n° 79 di Leggendaria ma sempre bella e preziosa da rileggere. Così come è importante il lavoro filosofico di diagnosi della contemporaneità che Pulcini porta avanti da anni strettamente legato alla storia delle passioni e per questo ancora più vitale e autentico. Fino al dialogo tra <strong>Letizia Paolozzi</strong> e <strong>Guido Viale</strong>, un <em>maschio domestico</em> come riecheggia il titolo che ci mostra l’esperienza di cura maschile, di un uomo tuttavia con una formazione e un vissuto alquanto speciali.</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#993300;"><strong>Digressione n° 4  </strong></span></p>
<p style="text-align:justify;">Ho letto e preso appunti sul supplemento praticamente redigendo un diario. Ed è infatti nel mio diario, proprio qui, che ho voluto condividere le riflessioni in progress. Si tratta dunque di appunti che andrebbero ulteriormente riordinati. Non mi voglio perdere neanche una virgola, mi sono detta, proprio perché in questo preciso momento della mia biografia la cura è al centro delle mie riflessioni per più di una ragione. Mi sono soffermata qui solo su alcuni punti ma ve ne sono innumerevoli su cui mi soffermerò più avanti. Aspettavo proprio una riflessione come quella offerta dal <em>Gruppo del mercoledì</em>, un’occasione per poter riparlare di cura come di una risorsa inestimabile se la si considera nel suo senso più autentico. Cura di sé, della propria mente e del proprio corpo con il guadagno che questo comporta. Cura come risorsa che bisbiglia l’intelligenza del cuore e la sa mettere a frutto. Cura dunque di cui si sa accogliere l’ambivalenza riconoscendone l’ampiezza e che non dovrebbe farci fermare al retaggio e al linguaggio dei dominati. Cura di una relazione che fonda la politica delle donne, in special modo, e che mi spinge a dire che le voci lette su “La cura di vivere” si moltiplicheranno presto su questo come su altri temi che ci strutturano e che chiedono urgenza e confronto. Concludo riprendendo Fulvia Bandoli sulla questione del pericolo dell’incuria diffusa e dell’unica possibilità che forse abbiamo per dire un doppio si e per riprendere il discorso: il partire da sé, come irrinunciabile e primo gesto di conoscenza e consapevolezza; e la ricerca di un linguaggio che scardini il basso e scadente gioco della manipolazione culturale che vorrebbe tenere per sé la cura come un’esclusiva degradazione ai danni della donna (vittima e tapina in un orizzonte fasullo e distorto); riappropriamoci della cura invece, e questa volta facciamolo con gioia perché è nostra. Pienamente nostra. La cura è delle donne e per le donne qualcosa che non rappresenta la passività di una femminilità di servizio ma racconta l’arcipelago di cui ci siamo riappropriate. Per farlo non si può naturalmente guardare dallo stesso luogo della cultura maschile, non solo lo sguardo ma anche il linguaggio devono mutare per dire di noi. La cura di sé appartiene alla donna (così come agli uomini interessati) non come obbligo imposto ma come capacità di custodire e preservare la parola e la propria differenza. Nel solco di questa differenza infatti ci si può prendere cura di se stesse/i e si possono curare le relazioni. Il pensiero delle donne, in più di un’occasione, ha messo a frutto la riappropriazione del significato primario; insieme a queste ultime stringatissime riflessioni riportate in <a href="https://gliocchidiblimunda.wordpress.com/2011/06/14/nei-pressi-di-maria-suggestioni-a-margine" target="_blank">un post di qualche tempo fa</a>, voglio ri-nominare Mortari – ancora una volta sì:</p>
<p style="text-align:justify;"><em>Se le donne dedicano una parte più o meno considerevole della loro esistenza alla cura lo fanno perché ne sanno l’essenzialità. Il problema sta piuttosto nella mancanza di simbolico. È il simbolico che dà dignità al lavoro di cura, che dà misura, quella misura che manca quando il fare resta muto e non riconosciuto</em>. (Luigina Mortari – L’esperienza della cura – 2008)</p>
<p style="text-align:justify;">Grata per questa intensa lettura e per non aver visto nominato neanche per sbaglio Martin Heidegger (era ora di liberarcene, finalmente), concludo per davvero con augurio: quello di imparare a prenderci cura di noi stesse/i. Perché alle altre/agli altri non ci sapremo mai relazionare pienamente se non sperimenteremo l’alfabeto della cura prima di tutto su di noi, sembra una banalità detta così ma <em>la cura</em> &#8211; appunto &#8211; <em>vale per quel che è, è una dimensione del buon vivere</em>. Solo dopo potremo esercitarci alla reciprocità.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1005/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1005/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1005/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1005/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1005/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1005/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1005/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1005/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1005/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1005/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1005/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1005/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1005/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1005/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gliocchidiblimunda.wordpress.com&amp;blog=10849831&amp;post=1005&amp;subd=gliocchidiblimunda&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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	</item>
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		<title>Nerina Garofalo &#8211; Il decalogo di Jo</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Sep 2011 20:31:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gliocchidiblimunda</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A sera mai addormentarsi e fare sì che il broncio si faccia a forma di coperta, ché non ci sia tramonto senza pace, e riprovare. Di ogni regalo disfarsi come se si fosse ricchi e traboccanti, benché lo stomachino mugoli e lacrimi l&#8217;occhietto. Innamorarsi della bellezza che riluce dentro l&#8217;altro, e farla rispettata. E scimmiottare quello [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gliocchidiblimunda.wordpress.com&amp;blog=10849831&amp;post=1001&amp;subd=gliocchidiblimunda&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
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<p>A sera mai addormentarsi<br />
e fare sì che il broncio<br />
si faccia a forma di coperta,<br />
ché non ci sia tramonto<br />
senza pace, e riprovare.</p>
<p>Di ogni regalo disfarsi come se<br />
si fosse ricchi e traboccanti, benché<br />
lo stomachino mugoli e lacrimi l&#8217;occhietto.</p>
<p>Innamorarsi della bellezza che<br />
riluce dentro l&#8217;altro, e farla rispettata.<br />
E scimmiottare quello che sappiamo<br />
essere il limite che ci consuma dentro,<br />
e rende insostenibile il ciarlio.</p>
<p>Non essere quel pattino che porta l&#8217;altro al ghiaccio<br />
senza la sicurezza di poter reggere le schegge,<br />
e ricucire le parallele sponde dell&#8217;Angelo distratto</p>
<p>come due ali costruite nell&#8217;inverno.<br />
Amare di ogni età lo sdegno e il danno<br />
e della propria la timidezza e lo spavento,<br />
prendere la scrittura per le mani<br />
farla danzare e non cessare di provare</p>
<p>a vederla a un giornale in capitale.<br />
Sbirciare i libri dove capita e si può<br />
e rivestirli di carta di giornale.<span id="more-1001"></span></p>
<p>Avere quel maestro che sentiamo<br />
e non la via maestra tutta nostra.<br />
Saper restare per amore con il ventre<br />
inabitato e farne vaso per un fiore,<br />
fingersi forte e rivelare la malgrazia.</p>
<p>Tener le toppe al culo sui merletti,<br />
come la più elegante ragazzaccia.</p>
<p>[Nerina Garofalo]</p>
<p>*</p>
<p>da qui: http://dirtyinbirdland.splinder.com/post/25533972</p>
<p>&nbsp;</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1001/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1001/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1001/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1001/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1001/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1001/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1001/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1001/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1001/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1001/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1001/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1001/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1001/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/gliocchidiblimunda.wordpress.com/1001/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gliocchidiblimunda.wordpress.com&amp;blog=10849831&amp;post=1001&amp;subd=gliocchidiblimunda&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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	</item>
		<item>
		<title>del diritto all&#8217;abitare</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Aug 2011 09:02:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gliocchidiblimunda</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Ospiti]]></category>
		<category><![CDATA[Pensiero]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[sogni&sintomi]]></category>
		<category><![CDATA[Topologie]]></category>
		<category><![CDATA[abitare assistito]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Pigliaru]]></category>
		<category><![CDATA[ASARP]]></category>
		<category><![CDATA[Comitato A Casa Mia]]></category>
		<category><![CDATA[convivenza assistita]]></category>
		<category><![CDATA[Cooperativa Pitzinnos]]></category>
		<category><![CDATA[Gisella Trincas]]></category>
		<category><![CDATA[Rizzeddu]]></category>
		<category><![CDATA[salute mentale]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Pilia]]></category>
		<category><![CDATA[sofferenza mentale]]></category>

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		<description><![CDATA[[a cura di Alessandra Pigliaru] Ieri mattina [6 luglio 2011] alle 8 e 30 i carabinieri del N.A.S. hanno chiuso due case private a Sassari dove abitano dei cittadini che vivono l&#8217;esperienza della sofferenza mentale e che avevano deciso di intraprendere una convivenza, a loro spese, chiamando a sostenerli, nella loro quotidianità di vita, gli [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gliocchidiblimunda.wordpress.com&amp;blog=10849831&amp;post=992&amp;subd=gliocchidiblimunda&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color:#000000;"><strong>[a cura di <em>Alessandra Pigliaru</em>]</strong></span></p>
<div id="attachment_993" class="wp-caption alignnone" style="width: 560px"><a href="http://www.mariogiacomelli.it/86_testa01.html"><img class="size-full wp-image-993" title="01" src="http://gliocchidiblimunda.files.wordpress.com/2011/08/01.jpg?w=1000" alt=""   /></a><p class="wp-caption-text">Mario Giacomelli</p></div>
<p style="text-align:justify;"><em>Ieri mattina </em>[6 luglio 2011]<em> alle 8 e 30 i carabinieri del N.A.S. hanno chiuso due case private a Sassari dove abitano dei cittadini che vivono l&#8217;esperienza della sofferenza mentale e che avevano deciso di intraprendere una convivenza, a loro spese, chiamando a sostenerli, nella loro quotidianità di vita, gli operatori di una cooperativa sociale. Questa convivenza, per la Procura di Sassari, non è possibile in quanto persone con sofferenza mentale, secondo il parere del Magistrato, dovrebbero stare in strutture sanitarie regolarmente autorizzate e in possesso dei requisiti di legge.</em></p>
<p style="text-align:justify;"><em>Ci domandiamo perché!</em></p>
<p style="text-align:justify;">Comincio questo post con l’apertura del Comunicato stampa dell’Associazione sarda per l’attuazione della riforma psichiatrica, a firma della Presidente Gisella Trincas.</p>
<p style="text-align:justify;">Il comunicato prosegue ma qui mi vorrei soffermare sulla domanda che viene ben posta; vorrei interrogarmi anch’io e sapere se una società cosiddetta civile e democratica possa permettersi violenze simili perpetrate ai danni di soggetti in difficoltà. È evidente si tratti di una deriva culturale che non tende a dissiparsi, mi dico; deriva, e convincimento radicato probabilmente, secondo cui la cura viene scambiata con la contenzione e, per utilizzare le parole di Maria Grazia Giannichedda (Presidente della Fondazione Basaglia), la protezione per paternalismo. Lo stesso paternalismo che non consente ad una Procura della Repubblica di chiarire bene cosa possa accadere a nove persone che hanno intrapreso un percorso costruttivo quando li si confina &#8211; contro la propria volontà &#8211; nella casa famiglia più vicina. Chiudendo i loro appartamenti, non avvisando neppure i medici curanti e annullando completamente quanto fino ad oggi è stato realizzato. Quanto è accaduto il 6 luglio a Sassari ha tutta l’aria di un blitz, qualcosa di premeditato da tempo ai danni delle nove persone rastrellate e della cooperativa sociale che ha attuato il progetto di convivenza collettiva assistita. Allora si ritorna alla prima domanda: perché? Come cittadina mi sento seriamente in pericolo di fronte a quanto avvenuto; in pericolo al cospetto ad un’istituzione che &#8211; de imperio &#8211; e senza nessuna consultazione precedente con gli interessati, entra a gamba tesa nei confronti di un progetto condiviso di convivenza assistita teso a migliorare la qualità di vita di chi entra a farne parte. Mi sento in pericolo perché se è vero che la legge 180 è stata un grande risultato e la sua attuazione è stata &#8211; ed è &#8211; voluta fortemente da più attrici e attori, c’è un odioso malinteso culturale che non sembra modificarsi ancora: quello per cui i cosiddetti “matti” possono essere ancora trattati come carne da macello, tanto la riabilitazione così come la guarigione non sono possibili &#8211; mai. La cura e l’assistenza diventano così dei semplici palliativi nell’orizzonte sclerotizzato di una società sana e matura che epura le differenze perché ne ha paura. La cura e l’assistenza fornite a queste nove persone diventano in tal modo quasi un diversivo, un evento trascurabile e intercambiabile a piacere. Nella totale ignoranza e confusione dell’istituzione dunque, le singole differenze sembrano non avere spessore né qualità. Ecco perché una Procura dopo un esame dei NAS decide di trasferire nove persone da una parte all’altra senza neppure prendersi la briga di verificare la fondatezza delle accuse. Senza chiedere documentazione consulenze e pareri specialistici. Perché se ognuna e ognuno di quelle nove persone non possiede qualità specifiche se non quelle di essere oggetti &#8211; e addirittura la colpa grave di essere in difficoltà &#8211; un posto vale l’altro. Le stanze tanto sono tutte uguali. Le relazioni di affidamento intessute e coltivate durante questi mesi con le operatrici e gli operatori della cooperativa sociale diventano dettagli che la Procura non riconosce come dotati di senso. I progressi per tentare una vita migliore, inezie non valutabili. Così si è deciso di procedere: nella più totale e aberrante confusione saltando a piè pari sulle vite e le volontà altrui.</p>
<p style="text-align:justify;">Ho incontrato <strong>Gisella Trincas </strong>(presidente dell&#8217;ASARP) e<strong> Silvia Pilia</strong> (presidente della cooperativa sociale Pitzinnos che da anni è impegnata nel sociale). A loro ho voluto fare alcune domande per capire ciò che mi sfugge.<span id="more-992"></span></p>
<p style="text-align:justify;"><strong> *</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>A.P. Silvia, mi puoi raccontare di che cosa si occupa la cooperativa Pitzinnos di Sassari e in che modo ha preso parte al progetto di convivenza assistita? È stata un’idea condivisa che si avvale di collaborazioni esterne e che prevede una rete di sinergie?</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>S.P. La coop. Sociale PITZINNOS opera a Sassari e provincia nell’ambito dei servizi alla famiglia, costituita da un’equipe multiprofessionale, che conta oggi 30 dipendenti a tempo indeterminato e 20 collaboratori, con qualifiche che variano tra Operatori Socio Sanitari, Generici di Assistenza, Educatori, Pedagogisti, Progettisti, Consulenti Familiari, Psicologi e Amministrativi. Il 90% degli impiegati sono donne, comprese tra i 30 e i 54 anni. L’ambito operativo è quello dell’assistenza domiciliare qualificata, indirizzata <em>indiscriminatamente </em>a tutte le sfere di intervento comunemente intese: anziani, disabili, malati di alzheimer, malati terminali, sofferenti mentali. Questo ambito si estende anche al supporto delle famiglie nell’informazione e orientamento relativo all’accesso alle risorse ed ai supporti territoriali, al babysitting, ai servizi di accompagnamento. Da due anni a questa parte inoltre, la cooperativa ha intrapreso plurimi percorsi di collaborazione con le realtà che caratterizzano l’ambito delle politiche sociali cittadine come anche nazionali, oltre che con il dipartimento dei servizi sociali, al fine di stimolare la creazione di una rete sinergica d’interventi di in-formazione e animazione sociale. Così nascono i progetti del “<em>caffe dell’alzheimer</em>”, realizzato in collaborazione all’AIMA (Associazione Italiana Malati di Alzheimer) attivo in città da un anno e mezzo; di “<em>sguardo diverso” – approfondimenti di cinema e risorse territoriali </em>- rassegna cinematografica al suo secondo anno di vita, concretizzata con il supporto dell’AUSER, dell’ARCI e dell’ASSOCIAZIONE DEL CINEMA. Plurime sono anche le collaborazioni a tutt’oggi aperte con molte delle associazioni di volontariato regionali e nazionali: ADMS (associazione diabete mellito e celiachia), UILDM (unione italiana per la lotta alla distrofia muscolare), ABC (associazione bambini cerebrolesi), mirate alla formazione di operatori e familiari, come anche della CASA AURORA, del CESIL e delle diverse circoscrizioni per gli inserimenti lavorativi di soggetti svantaggiati. Dalla collaborazione con il CSM è nata l’opportunità di supportare i due gruppi di convivenza nati nel marzo scorso, che abbiamo immediatamente colto, alla luce della nostra totale condivisione dalla visione alternativa per la gestione della salute mentale proposta da Franco Basaglia. Abbiamo avuto la meravigliosa occasione di partecipare all’attuazione di questo prima sperimentazione del progetto ABITARE ASSISTITO alla fine dell’anno 2009, partecipando con familiari, medici ed educatori del CIM di via Zanfarino alla realizzazione di quanto fino a quel momento avevamo potuto solo leggere nei nostri testi o sognare guardando resoconti di città (e società!) altre. Con entusiasmo abbiamo abbracciato le dinamiche di realizzazione di questo progetto, aderendo come operatori socio-sanitari, fornendo cioè ai nostri clienti un servizio di assistenza domiciliare <em>qualificata </em>quotidiana. Abbiamo ricevuto in cambio la possibilità di beneficiare di un percorso di approfondimento professionale ed umano di altissimo livello, di poter dimostrare &#8211; insieme a tutti i protagonisti del progetto sopracitato – che ANCHE nella nostra città “SI PUO FARE” !!!!</strong></p>
<p style="text-align:justify;"> <strong>A.P. In che modo sei venuta a conoscenza dello sgombero delle nove persone che vivevano nei loro appartamenti e che seguivate con dedizione quotidianamente?</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>S.P. La mattina del 6 luglio alle ore 8:40. Mi ha telefonato la collega in servizio presso via Savoia per dirmi che i NAS stavano chiudendo la casa e che avevano chiesto che fossi li. Nel periodo dal gennaio al luglio del 2011 gli stessi mi avevano contattato diverse volte, al fine di verificare i contratti di assistenza privata che regolarmente avevo con i diversi assistiti, ma mai – nonostante le mie richieste – avevano parlato della loro volontà di chiudere queste case, ne tanto meno di irregolarità presunte. Dico questo per spiegare come anche per noi è stata una cosa improvvisa e mai pensabile, come un incubo da svegli.</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>A.P. Cara Silvia, vista la tua esperienza nel sociale, potresti dirmi secondo te perché si è potuto verificare un episodio simile e soprattutto dove si trovano ora le cinque donne e i quattro uomini cacciate/i? Hai notizie sul loro stato di salute?</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>S.P. I motivi che hanno determinato questi eventi sono molteplici: sicuramente in prima battuta c’è la grande “ignoranza” in merito alle questioni della salute mentale che caratterizza non solo il sentire comune ma anche – e purtroppo – il pensiero di chi le politiche sociali le vive e le lavora ogni giorno. Ma esiste inoltre un fortissimo pregiudizio di base che caratterizza queste politiche, una visione comunemente accettata e condivisa, che vede come ovvio lo scambio tra <em>diritti e protezione</em>, a cui i così detti “soggetti fragili” sono continuativamente obbligati.</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>“<em>Io ti proteggo ma tu vali di meno</em>” questa è la prima lezione che impariamo come utenti, famiglie, operatori, ma anche come donne, minori, migranti, disoccupati, detenuti&#8230; E questo è quanto gli eventi del 6 luglio sanciscono inequivocabilmente proprio all’interno delle politiche di gestione sociale e sanitaria della NOSTRA città: qualunque forma di tutela, pagata al prezzo dei diritti, colloca la persone FUORI dal cerchio dei diritti comunemente intesi, dalle dinamiche di riconoscibilità e rispetto. Proprio le modalità con cui è stata gestita la <em>collocazione</em> delle nove persone sgomberate, dimostra tutto questo:</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>1. <em>nessuno</em> ha pensato di proporre loro un momento di analisi e confronto sul tema, in modo che potessero <em>anche loro</em> esprimersi in merito al che fare di se stessi!</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>2. i gestori di questa operazione hanno <em>logicamente </em>indirizzato i nove alle <em>strutture protette</em> (di Rizzeddu, di viale Mancini e di Bonorva), attuando così una RI-CONTESTUALIZZAZIONE di queste persone <em>all’interno</em> di una dinamica di <em>assistenzialismo passivo</em> dalla quale stavano faticosamente tentando di emanciparsi da dieci anni a questa parte! La grande sfida non è gravitare <em>innocui </em>negli spazi preposti, ma esistere in qualità di soggetti nell’ambito della società! Citando Maria Grazia Giannicchedda a riguardo: “Se è passato infatti il rifiuto del manicomio, è rimasta in ombra l’altra faccia di quell’idea: la libertà è terapeutica in quanto il suo riconoscimento restituisce, o meglio non toglie, capacità e responsabilità alla persona malata, che mantiene diritto di parola, per così dire, sul “suo bene”, in nome del quale la sua libertà non deve essere ridotta, né la sua dignità offesa o il suo punto di vista ignorato.</strong><strong> </strong><strong> La libertà terapeutica mette quindi in questione ogni forma di tutela pagata al prezzo dei diritti, ogni “statuto speciale” che riconoscendo una malattia, una disabilità, una minorità collochi la persona malata, disabile, minore fuori dalla cittadinanza”.</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>A.P. Si è costituito spontaneamente il <a href="http://comitatoacasamia.blogspot.com/" target="_blank">Comitato A Casa Mia</a> che, oltre a dare solidarietà alle persone offese, si propone di mantenere alta l’attenzione sul problema della tutela dei diritti. Ci sono state già numerosissime adesioni da parte di Associazioni e comuni cittadine/i. Perché è importante l’adesione massiccia ad un’iniziativa del genere?</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>S.P. Per quanto ho detto prima, perché è davvero tanto ciò che ancora resta da fare per includere nel cosi detto <em>patto democratico</em> chi ne sta fuori o ai margini. Gli eventi del 6 luglio mettono in evidenza come ancora una volta si stia tornando ad attaccare i diritti sociali e di cittadinanza delle persone vulnerabili o escluse, ed è esattamente su questo terreno che dobbiamo interrogarci e rispondere. Sicuramente includere e mantenere tutti &#8211; specie i più deboli – nell’ambito del <em>contratto sociale</em>, è un processo faticoso, difficile, che ci obbliga a trasformazioni profonde: culturali, sociali, sanitarie. Ma solo questa puo essere la via: il nostro compito è sdradicare questa percezione classista dei bisogni e delle necessità, o meglio queste <em>modalità borghesi</em> di cura e di tutela. Decidendo insieme al comitato di essere in prima linea TUTTI nella verifica e nel monitoraggio di una corretta ed equa gestione pubblica dei <em>diritti di welfare</em> di TUTTI. E’ importantissimo aderire per dare voce – in maniera forte, inequivocabile e partigiana – a quei nove sassaresi prelevati dalle loro case una mattina di luglio e costretti &#8211; da diciassette giorni ormai – ad interrompere loro malgrado la sperimentazione di una vita normale.   </strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong> *</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>A.P. Gisella, cosa pensi di quanto accaduto il 6 luglio a Sassari? </strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>G.T. Considero grave quanto accaduto perchè ha disconosciuto il diritto dei cittadini, che vivono l&#8217;esperienza della sofferenza mentale, all&#8217;abitare in condizione di normalità pur supportati nelle loro bisogni quotidiani (come avviene di norma in gran parte delle famiglie con bisogni assistenziali e nelle convivenze).</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>A.P. Le nove persone sono ora state trasferite a Rizzeddu, nelle strutture della ASL all’interno dell’ex ospedale psichiatrico. A tal riguardo, nel comunicato stampa dell’ASARP da te presieduta si legge: <em>In quei luoghi si può condurre una vita normale? NO! Perché non sono case, perché non sono nel contesto urbano (come prevede anche la normativa sulla salute mentale), perché vi è un concentrato di sofferenza visto l&#8217;alto numero di residenti, perché la quotidianità è scandita dai ritmi e dalle modalità organizzative dell&#8217;istituzione.</em> Avete avuto un’interlocuzione con la ASL di Sassari rispetto ai problemi che sollevate (da tempo)?</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>G.T. Solo di recente abbiamo avuto l&#8217;opportunità di incontrare il Direttore Sanitario della ASL di Sassari a cui abbiamo rappresentanto il nostro punto di vista sulle questioni generali riguardanti il funzionamento e la qualità dei servizi di salute mentale sul territorio. Inoltre abbiamo affrontato la vicenda dello sgombero delle due case esprimendo il nostro forte dissenso anche nei confronti della direzione del dipartimento di salute mentale che non ha difeso l&#8217;operato dei medici e degli operatori. Abbiamo sollecitato la ASL  ad assumere una precisa posizione di difesa dell&#8217;esperienza di abitare assistito, che tutti conoscevano e tutti sostenevano come esperienza valida e innovativa. Tra le nostre richeste, anche quella di rimuovere con ogni urgenza il &#8220;gruppo di lavoro&#8221; che è stato messo a capo del Dipartimento di Salute Mentale, guidato dal Dott. La Spina, per sostituirlo con una regolare nomina del direttore del Dipartimento di Salute Mentale come legge comanda.</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>A.P. Immagino che per lo sgombero del 6 luglio, ci sia stata una solerte risposta della ASL vista la gravità e la responsabilità che avvertiranno come struttura sanitaria. È così?  </strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>G.T. Purtroppo questo non è avvenuto perchè la fase dello sgombero è stata seguita dal Dott. La Spina che a tutti gli effetti rappresentava la ASL. Avrebbe dovuto difendere il diritto delle persone a stare nelle loro casa ma non lo ha fatto, limitandosi a &#8220;trasferirli&#8221; nelle strutture del Rizzeddu. Persone presenti durante le operazioni di sgombero hanno dichiarato che il Dott. La Spina, consulente della Procura, conosceva già quanto sarebbe accaduto.</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>A.P. Come è lo stato della salute mentale in Sardegna?</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>G.T. Di forte criticità! Fino a gennaio 2009 eravamo impegnati (Regione, familiari, operatori, società civile) in un importante processo globale di trasformazione delle pratiche e dei luoghi della salute mentale (a cui tutta l&#8217;Italia guardava con grande interesse e speranza), nell&#8217;ottica della salute mentale di comunità auspicata dalle leggi regionali e nazionali, dalla Comunità Europea e dall&#8217;Organizzazione Mondiale della Sanità. Questo processo si è interrotto bruscamente (e traumaticamente) con la guida di Antonello Liori all&#8217;Assessorato Regionale alla Sanità, il più forte oppositore (quando era consigliere regionale) del processo di cambiamento. Si è iniziato con il chiudere i centri di salute mentale già attivi sulle 24 ore e bloccando la realizzazione di quelli già programmati, si sono rilegittimate le pratiche coercitive e le persone hanno ripreso ad essere internate negli ospedali psichiatrici giudiziari. Inoltre si è negata qualunque  forma di partecipazione democratica sciogliendo la Commissione Regionale Salute Mentale e costituendo un &#8220;gruppo tecnico&#8221; di sostegno all&#8217;Assessore composto da chi il cambiamento non lo voleva affatto!</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Noi però non ci arrendiamo e continuiamo a batterci perchè siano restituiti diritti e possibilità alle persone che vivono l&#8217;esperienza della sofferenza mentale e speranza ai familiari. Ciò che è accaduto a Sassari e la grande solidarietà che si è costruita attorno alla vicenda delle donne e degli uomini buttati fuori dalle loro case ci dice che è possibile, che la società è in grado di reagire e pretendere uguali diritti per tutti.</strong></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/gliocchidiblimunda.wordpress.com/992/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/gliocchidiblimunda.wordpress.com/992/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/gliocchidiblimunda.wordpress.com/992/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/gliocchidiblimunda.wordpress.com/992/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/gliocchidiblimunda.wordpress.com/992/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/gliocchidiblimunda.wordpress.com/992/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/gliocchidiblimunda.wordpress.com/992/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/gliocchidiblimunda.wordpress.com/992/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/gliocchidiblimunda.wordpress.com/992/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/gliocchidiblimunda.wordpress.com/992/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/gliocchidiblimunda.wordpress.com/992/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/gliocchidiblimunda.wordpress.com/992/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/gliocchidiblimunda.wordpress.com/992/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/gliocchidiblimunda.wordpress.com/992/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gliocchidiblimunda.wordpress.com&amp;blog=10849831&amp;post=992&amp;subd=gliocchidiblimunda&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>le pietre che ti inchiodano alla grazia</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Aug 2011 22:19:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gliocchidiblimunda</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’è una casa dove sta una donna aragonese che prende per mano chi si avvicina alla sua soglia. Quella donna è una madre, una forza della natura ma ancora non lo sa. I denti erano in fila. Come giuramenti di straordinaria tenacia erano pronti. Tutti in fila a domandare cosa ne sarebbe stato della loro [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gliocchidiblimunda.wordpress.com&amp;blog=10849831&amp;post=983&amp;subd=gliocchidiblimunda&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_988" class="wp-caption alignnone" style="width: 463px"><a href="http://gliocchidiblimunda.files.wordpress.com/2011/08/rune.jpg"><img class="size-full wp-image-988" title="rune" src="http://gliocchidiblimunda.files.wordpress.com/2011/08/rune.jpg?w=1000" alt=""   /></a><p class="wp-caption-text">Rune Guneriussen</p></div>
<p style="text-align:justify;">C’è una casa dove sta una donna aragonese che prende per mano chi si avvicina alla sua soglia. Quella donna è una madre, una forza della natura ma ancora non lo sa.</p>
<p style="text-align:justify;">I denti erano in fila. Come giuramenti di straordinaria tenacia erano pronti. Tutti in fila a domandare cosa ne sarebbe stato della loro giovinezza. Ma a mordere proprio non ce l’hanno fatta. La guerra ha avuto tenerezza e li ha risparmiati. Erano bianchi e intatti, come l’osso che la reggeva al suolo. Un trambusto di terra e vento che trapassava il dono di sé. Attenzione alle spine, poi ti pungi e non sai perché. Invece alle carezze sole devi rispondere. Sai che non ti ho riconosciuta, ti scambiavo per quella solita ciarla che si nasconde in un volto qualunque. Invece no. Perché la chiacchiera non svetta, tu si invece. Solo si deve essere attrezzate per il viaggio sai, per la cosa giusta da dire e per il freddo di lassù.<span id="more-983"></span></p>
<p style="text-align:justify;">La bambina riposava bocconi nella ghiaia. Era agghindata per la festa buona quando il padre non venne a portarla via. In quelle giornate innamorate di devozione, non era così che si sarebbe dovuta nominare. Donne di marine intanto si agitavano e chiedevano perdono per il disarmo della ingenuità. Per quel mostrarle come antenate manchevoli. Nella cruna di figliolanze troppo gracili. Vittoria sì. Del candore, in cielo come in terra. C’è da augurartelo di cuore. Davanti alla maestria e dietro l’impossibilità di entrare nel vertice della parola.</p>
<p style="text-align:justify;">Dobbiamo essere grati. A tutti i mondi possibili ma occuparci di questo che resta e che è il migliore. Così si dice. Perché i sampietrini in fila in fila sono parole disegnate con il gesto impetuoso di chi preferisce il qui ed ora. Così come i cappotti che non tornano, quelli regalati sullo stipite di un dolore, di un ricciolo rossastro che si arrampica su. E ancora su, molto in alto. Perché quell’amore per la parola non è mai consueto. È un filo che si tende da un rilievo di inverno che non cade mai uguale.</p>
<p style="text-align:justify;">Così attende di aprirsi allo sguardo dell’altro. Ché l’amore è una bestia e non ammette moderazioni. Vi prego no. È un avvitarsi inesatto semmai, sui precipizi altrui. Tu sei tu, e non solo nel fondo, e la poesia si fa carne. C’è da avere paura della sola banalità, della sciocca litania di chi pretende di interpretarti.</p>
<p style="text-align:justify;">Il piccolo blu e il piccolo giallo si sono presi per mano.</p>
<p style="text-align:justify;">Preferisce l’innocenza delle cose raccontate. Perché quelle non possono barare, come i sogni di quando l’occhio si annacqua disorientato. Non sa ascoltare, forse sarà pur così, ma quella forza è come un mare da bandiera rossa. Mica ti ci immergi, lo ammiri da lontano con la sapienza di una ricamatrice. Certo puoi armarti, di croci piccole e scomode da conficcare fin dentro la gola. E vedere se la voce ti cambia, se quel nodo gordiano lo sputi finalmente e ti dici solo.</p>
<p style="text-align:justify;">La campana suona per chi la ascolta, per chi si fa distrarre. Chi ha l’ardore non si interrompe, procede invece dritto e esatto, come una mano che ha segnato tutta la parabola poetica ed etica della sua esistenza. Per chi vede l’altro e lo sa battezzare. Consapevole. Perché non c’è bisogno di ispirazione, hai ragione, la parola piuttosto spira, ti soffia sul collo: o rispondi o la corda si stringe. E non sarà certo la poesia a salvare. Te lo puoi scordare. Sarai tu piuttosto che ti sarai spalancato gli occhi. E allora guarda quanta gioia c’è, complicata o no. Guarda quanti si pronunciati, a casa mia &#8211; per esempio. Guarda quanto lavoro c’è da fare e quanto ancora hai da imparare da quelle pietre affastellate nelle case basse che ti inchiodano alla grazia. E all’ordine della parola.</p>
<p style="text-align:justify;">[A.P.]</p>
<p style="text-align:justify;">*</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://gliocchidiblimunda.files.wordpress.com/2011/08/cabudanne.jpg"><img title="cabudanne" src="http://gliocchidiblimunda.files.wordpress.com/2011/08/cabudanne.jpg?w=489&#038;h=89" alt="" width="489" height="89" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Ho trascorso tre giorni magnifici. Sono stata a Seneghe per il <strong><em>Settembre dei poeti</em></strong>. Ho deciso di non scrivere il nome di nessuno però, né per le lodi né per le critiche. In ogni parola qui sopra c’è tutta la mia gioia complicata invece e parte della restituzione. Un mini-diario delle impressioni che scrivo a me stessa.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/gliocchidiblimunda.wordpress.com/983/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/gliocchidiblimunda.wordpress.com/983/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/gliocchidiblimunda.wordpress.com/983/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/gliocchidiblimunda.wordpress.com/983/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/gliocchidiblimunda.wordpress.com/983/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/gliocchidiblimunda.wordpress.com/983/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/gliocchidiblimunda.wordpress.com/983/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/gliocchidiblimunda.wordpress.com/983/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/gliocchidiblimunda.wordpress.com/983/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/gliocchidiblimunda.wordpress.com/983/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/gliocchidiblimunda.wordpress.com/983/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/gliocchidiblimunda.wordpress.com/983/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/gliocchidiblimunda.wordpress.com/983/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/gliocchidiblimunda.wordpress.com/983/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gliocchidiblimunda.wordpress.com&amp;blog=10849831&amp;post=983&amp;subd=gliocchidiblimunda&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>La poetica della rêverie</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Aug 2011 11:49:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gliocchidiblimunda</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption alignnone" style="width: 560px"><a href="http://gliocchidiblimunda.files.wordpress.com/2011/08/girls-underwater-by-erin-mulvehill-2.jpg"><img class="size-full wp-image-977" title="Girls-Underwater-by-Erin-Mulvehill-2" src="http://gliocchidiblimunda.files.wordpress.com/2011/08/girls-underwater-by-erin-mulvehill-2.jpg?w=1000" alt=""   /></a><p class="wp-caption-text">Erin Mulvehill</p></div>
<p style="text-align:justify;">Quando, sognando a lungo in solitudine, ci allontaniamo dal presente per rivivere i primi tempi della nostra vita, ci vengono incontro numerosi visi infantili. Nei primi anni di vista abbiamo la sensazione di essere in molti, ed è solo attraverso il racconto degli altri che cominciamo a renderci conto nella nostra unità. Ascoltando la nostra storia narrata dagli altri finiamo, anno per anno, per somigliarci, combinando tutti i nostri esseri nell&#8217;unità del nostro nome. Ma la rêverie non racconta. Esistono rêverier così profonde, che ci aiutano a scavare in noi stessi, liberandoci dalla nostra storia, persino dal nostro nome. Le solitudini d&#8217;oggi ci restituiscono alle prime solitudini. Queste solitudini infantili lasciano delle tracce indelebili nell&#8217;animo. Tutta la vita è sensibilizzata dalla rêverie poetica, che conosce il prezzo della solitudine. Il bambino sperimenta l&#8217;infelicità a causa degli uomini. La solitudine può lenire le sue pene. Quando il mondo umano lo lascia in pace, il bambino si sente figlio del cosmo. Quando è padrone delle sue rêveries sogna ciò che avverrà in seguito, sperimentando la felicità dei poeti. Come non cogliere la comunicazione tra la solitudine del sognatore e le solitudini dell&#8217;infanzia? Non a caso, in una rêverie tranquilla, ci incamminiamo spesso lungo la strada che ci conduce alle nostre solitudini infantili. Lasciamo alla psicoanalisi il compito di guarire le infanzie mai vissute rimediando alle sofferenze puerili che opprimono la psiche di tanti adulti. Per ricostituire in noi una solitudine liberatrice possiamo servirci di una poetico-analisi, in grado di restituirci tutti i privilegi dell&#8217;immaginazione. La memoria è un campo di rovine psicologiche, un rigattiere di ricordi. Tutta la nostra infanzia deve essere reimmaginata, recuperandola nelle nostre rêveries di bambino solitario. <span id="more-976"></span></p>
<p style="text-align:justify;">[...]</p>
<p style="text-align:justify;">Quando fantasticava in solitudine, il bambino sperimentava un&#8217;esistenza senza limiti. La sua rêverie non costituiva semplicemente una fuga dalla realtà, ma lo aiutava a spiccare il volo. Vi sono rêveries infantili che esplodono come fuochi d&#8217;artificio.</p>
<p style="text-align:justify;">[...]</p>
<p style="text-align:justify;">Un eccesso di infanzia è un inizio di poema. Chi si prenderebbe gioco di un padre che per amore del figlio va «a caccia della luna»? Ma il poeta non si ritira di fronte a questo gesto cosmico. Sa, nella sua ardente memoria, che quello è un gesto infantile. Il bambino sa che la luna, grandioso uccello biondo, ha il nido in qualche angolo della foresta. Così, le immagini infantili, immagini che un poeta ci dice create da un bambino, sono per noi manifestazioni dell&#8217;infanzia permanente. Sono immagini della solitudine. Mostrano la continuità delle rêveries della grande infanzia e delle rêveries d&#8217;un poeta.</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ff0000;"><strong>[Testo tratto da Gaston Bachelard - La poetica della rêverie]</strong></span></p>
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		<title>Elena Pulcini &#8211; Invidia. La passione triste</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Aug 2011 15:26:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gliocchidiblimunda</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
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		<category><![CDATA[Luciana Tufani]]></category>

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		<description><![CDATA[[Elena Pulcini  Invidia. La passione triste Il Mulino, Bologna, 2011 pagine 170 - € 15] recensione a cura di Alessandra Pigliaru Esiste uno sguardo obliquo che, nell’ombra, non può confessare la propria malevola invidia. L’occhio dell’invidioso si cela e si avvita sul desiderio frustrato di chi si sente inferiore. Non si può scendere a patti [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=gliocchidiblimunda.wordpress.com&amp;blog=10849831&amp;post=971&amp;subd=gliocchidiblimunda&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://gliocchidiblimunda.files.wordpress.com/2011/08/pulcini.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-972" title="pulcini" src="http://gliocchidiblimunda.files.wordpress.com/2011/08/pulcini.jpg?w=1000" alt=""   /></a></p>
<p><strong>[Elena Pulcini  </strong>Invidia. La passione triste Il Mulino, Bologna, 2011 pagine 170 - € 15]</p>
<p>recensione a cura di <em>Alessandra Pigliaru</em></p>
<p style="text-align:justify;">Esiste uno sguardo obliquo che, nell’ombra, non può confessare la propria malevola invidia. L’occhio dell’invidioso si cela e si avvita sul desiderio frustrato di chi si sente inferiore. Non si può scendere a patti con il proprio vuoto, quel gorgo che lento ci domanda dell’inadempienza alla quale siamo stati predestinati; ecco che invidiare significa vivere il <em>desiderio mimetico</em> così da spiare la vita altrui attendendone il rovesciamento. <em>Invidia. La passione triste</em> (Il Mulino 2011) è il nuovo saggio di Elena Pulcini che, con mano esatta ed endoscopica, ci traghetta ancora una volta nell&#8217;arcipelago imprevedibile delle passioni svelandocene la perigliosa cartografia. Passione relazionale per eccellenza <em>che presuppone la commensurabilità</em>, l&#8217;invidia è prossima al <em>rodimento</em> e non attende piacere alcuno se non per quella particolare <em>gioia maligna</em> che spesso si manifesta dinanzi alla rovina altrui. Definita <em>passione triste</em>, l&#8217;invidia è un dispositivo che trascina verso il baratro del proprio fallimento e denuncia una singolare pratica secondo cui l&#8217;altro non aiuta a costruire la nostra identità ma al contrario ci è di ostacolo. Nella storia del pensiero occidentale, l&#8217;invidia ha conosciuto rappresentazioni sontuose e precise dal mito alla letteratura, dall&#8217;iconografia alla filosofia; fin dagli albori della civiltà greca dove l&#8217;invidia degli dei, che prevedeva la <em>nemesi</em>, si pone come soglia relativa alla <em>hybris</em>, la passione triste conduce ad un inevitabile confronto sia con noi stessi che con gli altri. Depositandosi nella storia, si trasforma nella trattazione biblica e percorre il medioevo fino ad arrivare alla contemporaneità. <span id="more-971"></span>Lo statuto dell&#8217;invidia assume così rilievi morali differenti; in tal modo Pulcini ci ricorda come il ritratto dell&#8217;invidioso sia stato notevolmente discusso nelle riflessioni di Scheler, Nietzsche, Klein passando per Smith, Tocqueville e molte/i altre/i. Capace com&#8217;è di declinarsi in diverse espressioni, l&#8217;invidia si apre al risentimento, sorta di cortocircuito rancoroso che intossica esizialmente chi lo prova. Disponendosi all&#8217;impulso vendicativo, che è teso a digerire la collera o, nella fase più estrema, all&#8217;azione violenta, il desiderio è votato allo scacco ossessivo. Nell&#8217;ambivalenza distruttiva dell&#8217;invidia vediamo infatti come essa, passione sociale tra le più sfuggenti e insidiose, abbia a che fare con l&#8217;amore di sé e del prossimo, con la giustizia e la libertà, con l&#8217;ira e la paura ma anche con la spinta competitiva fino a degenerare in rischiosa nevrosi dell&#8217;uguaglianza, corrispondente al livellamento, in cui le differenze scompaiono. Ecco che Pulcini attraverso la teoria della passione traccia le <em>patologie</em> di una contemporaneità bulimica favorita dalla compulsione di voler avere sempre di più che mal si misura con quella parte oscura che non ci pone mai al riparo come soggetti invidiosi e invidiati. Nel prezioso affresco offertoci, le pagine dedicate al rapporto tra invidia e femminilità, segnate dolorosamente da zone d&#8217;ombra e complesse derive, ci interrogano profondamente. Ma le passioni, Pulcini ci suggerisce, si combattono con le passioni; quella più adatta per disinnescare l&#8217;invidia è certamente l&#8217;autenticità che, prima di essere strategia emotiva, è restituzione della nostra storia personale e del nostro desiderio; è possibilità di sondare noi stesse/i inter(n)amente e riconoscere l&#8217;altro attraverso lo sguardo che da obliquo diventa finalmente grato e simmetrico, risonante.</p>
<p>*</p>
<p>fonte: <a href="http://www.tufani.net/baronessa-emmuska-orczy/item/185-leggere-donna-n-152.html" target="_blank"><strong>Leggere Donna, n° 152 &#8211; luglio settembre 2011</strong></a></p>
<p>grazie a Luciana Tufani e al suo straordinario lavoro, sempre.</p>
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