Artemisia non risponde, la sua lontananza è senza misura, stellare. [...] L’ho indotta a sottoscrivere i gesti di una madre sola e imperfetta, di una pittrice dal valore dubitoso, di una donna altera ma debole, una donna che vorrebbe esser uomo per sfuggire se stessa. E da donna a donna l’ho trattata, senza discrezione, senza virile rispetto. Trecento anni di maggiore esperienza non mi hanno insegnato a riscattare una compagna dai suoi errori umani e a ricostruirle una libertà ideale, quella che la affrancava e la esaltava nelle ore di lavoro, che furono tante. E ormai non so che cimentarla, per farla parlare, sui ricordi di una maternità infelice, il solito argomento delle donne.
«Voi che tanto sapete e insegnate delle madri e dei figli, e investigate e inventate come debbano amarsi, come si allevino per farli sani e amorosi e riconoscenti e felici…». È forse questa la risposta di Artemisia, un istantaneo riflesso, esterno alla mia intenzione, e che mi si traduce in parole. parole d’ironia non stridula ma estremamente ferma e fredda: eppure pietosa. Il suono della saggezza distante. Non presumo più dell’aiuto di una presenza amica, ma accolgo questo viso e lo leggo con la patetica accoratezza di chi si confessa vinto. Non si può, riconosco, richiamare in vita e penetrare un gesto scoccato da trecento anni: e figuriamoci un sentimento, e quel che allora fosse tristezza o letizia, improvviso rimorso e tormento, patto di bene e di male. Mi ravvedo; e dopo un anno che le rovine son rovine, né mostrano di poter essere di più o di meno di tante altre antiche, mi restringo alla mia memoria corta per condannare l’arbitrio presuntuoso di dividere con una morta di tre secoli i terrori del mio tempo. Piove sulle rovine che ho pianto, e intorno a loro i suoni avevano un ovattato sgomento che il primo colpo di badile ha dissipato per sempre. Le due tombe di Artemisia, quella vera e quella fittizia, sono adesso uguali, polvere respirata. Sappiamo, una volta di più, di esser poveri, la perseveranza conviene ai poveri. Per questa ragione, non più esaltata, ma in segreta espiazione, la storia di Artemisia continua.
[tratto da Anna Banti, Artemisia]

Scoprii Artemisia da ragazza, proprio nel romanzo di Anna Banti, di cui in casa c’era una prima edizione. Mi innamorai di entrambe e mi colpì, anche se non avevo allora molta esperienza, quanto di Artemisia ci fosse in Anna e viceversa. Più avanti lessi il saggio di Longhi, “Gentileschi padre e figlia” e capii come Artemisia fosse così presente e familiare nell’anima della Banti. Il romanzo della Banti, oggi poco ricordato (e grazie, davvero grazie Rossella per averlo fatto parlare ancora) è invece ancora la cosa più bella che sia stata scritta su Artemisia. La tragedia della guerra e della perdita del manoscritto della Banti son tutte in queste parole che riporti.
Nel corso della mia attività ho poi tradotto “La passione di Artemisia” della Vreeland e davvero mi piangeva il cuore nel vedere questa artista raffinatissima e complessissima ridotta a una casalinga americana, a una casalinga disperata, che si lava i panni da sola in casa e prepara la cena al marito. L’autrice pensava che su Artemisia non fosse mai stato scritto nulla….
E invece, con che timore, con che delicatezza la Banti si accosta all’anima di quella donna antica, che ha lasciato di sé nella sua arte il dramma personale e di un’epoca.
Grazie