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Sarah Moon

[in risposta alla riflessione di Michela Marzano, che ringrazio]

La scrittura è il corpo del desiderio. Un paiolo bucato che sfila ragioni e rimossi per ricucirli nella storia. Prima di tutto la nostra personale. L’insopprimibile senso di darsi giustizia, di contare finalmente il tempo che è trascorso dalla nostra nascita e comprendere di poter nascere altre volte per mano nostra, questo è scrivere, per me. Con quella stessa mano che raduna e dipana. Affinché possa diventare una pratica, semplice per molte e molti che hanno dimestichezza con le parole e che ne conoscono gli esercizi, la scrittura necessita di un’altra confidenza, quella in cui incontriamo noi stesse attraverso uno specchio per aprirci al terzo, allo sguardo dell’altro. È un teatro panico, a volte, quando non si accettano le lontananze che ci bisbigliano il passo. Così la chiarezza e il tentativo di farci comprendere possono diventare trappole votate al consenso che sottrae spazio all’autenticità. Un tentativo che spesso ci fa piccole e indifese e che non ci sa riconsegnare nulla. La scrittura è il corpo del desiderio, quello anarchico in cui ogni cosa ha un’esatta e crudele disciplina e quello solo apparentemente più misurato che obbedisce alla luce perché ne ha prima distinto l’ombra. Di parola in parola, la prima che svetta è sempre Io che dico me stessa e che riesco a darmi del Noi.

Tutto questo e molto altro nella libertà di saperci prossime alla moltitudine di cui siamo fatte.

(alessandra pigliaru)

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