tu che mi parli tu che non mi ascolti – riflessioni su un’assemblea   2 comments

Sarah Moon

[di alessandra pigliaru]

Ho sempre creduto che la vendetta non sia solo un impeto passionale che fa digerire la collera. Oltre lo sconquasso e il collasso fisiologico c’è invece una precisa modalità attraverso cui la vendetta si compie. C’è una vendetta, per esempio, che pare inconsumabile giacché prende vita – e si organizza – solo nel pensiero. E non si tratta di un semplice prodromo alla strategia vendicativa ma un esatto modo di meditare e di stare al mondo; di farla danzare quella vendetta e di nutrirla tutti i giorni come fosse una bestiola mai addomesticabile. E poi aspettare, già soddisfatte/i tuttavia, perché nel pensiero abbiamo già inflitto e chiesto il conto. Infinite volte e in assoluta libertà. Si tratta solo di andare alla ricerca di quello spazio vischioso e gelato che è la vendetta senza posa. E improvvisamente la si riconoscerà: è proprio lei, quella familiare bestiola che si materializza all’occorrenza in un feticcio a cui sottoporre lo nostre angherie. Quando mi capita di assistere a giornate amare come queste, non posso fare a meno di notarla quella bestiola selvaggia che fa capolino da parole spietate pronunciate. A volte sussurrate perché i livori, quelli vecchi, percorrono fenditure assai oscure. Non si dicono mai per intero perché non amano la completezza, e nemmeno la trasparenza; preferiscono macerare. A quella famosa bestiola piace infatti il crogiuolo, non sa che c’è un tempo per tutto e che quando si accetta di stare nel logorio quel crogiuolo ad un certo punto diventa insopportabile perché va a male. Non posso negare che tutto ciò mi appaia nella sua delittuosità, in effetti. Cioè è come vedere mani colme di semi che, non so se distrattamente o consapevolmente, invece di posarsi su di un terreno madido e fecondo si scambiano per spazzatura e si gettano via. Questa storia del gettar via è sintomo di enorme imperizia . Soprattutto in politica, soprattutto nella politica delle donne. Bisognerebbe stabilire una volta per tutte cosa si vuol metter in scena: i propri risentimenti mai detti e mai risolti o i desideri di relazione. Tra i desideri potrebbe essercene uno efficace: mettere a frutto il conflitto avendo la capacità di dipanarlo. Soprattutto credo si debba nominare quel desiderio, sia esso mimetico o meno, ed esplicitarlo. Sostituire cioè il faticoso agonismo della vendetta con la passione politica della costruzione di un progetto. La vendetta infatti non guarda al futuro, la passione politica invece si. Almeno dovrebbe.

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2 Commenti a tu che mi parli tu che non mi ascolti – riflessioni su un’assemblea

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  1. Il pensiero della vendetta è consolatorio, lenisce l’affronto, a prescindere se poi si compia o meno, è un classico sentire durante un litigio la frase: ma non finisce qui!!
    Non so se guarda al futuro o meno, sono inesperto nel consumare fredde vendette, le uniche rivalse avute sono arrivate per caso, ancor meno conosco la passione politica, vorrei averla… un po’ come Montanelli avrebbe voluto avere la Fede, ma sono cose che partono da dentro, come un dono.

  2. Ebbene, non vi è mai capitato di sentirvi incapaci di esprimere un concetto in maniera perfettamente aderente al vostro pensiero.

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