Tag

, , ,

LA NATURA NECESSARIA

“Tra le labbra un vento di parole
un va e vieni che mi fotte
l’allegria, la bocca
-un involucro scarlatto
di noia- costretta (im)mobile
a dire sempre uguale sempre
lo stesso dolore, sbava
serrata (in)sofferente stretta
che non -mi- sopporto più
in una gabbietta inappetente
il solito discorso.

Non è capace -IO-
di elevarsi al suono puro
che non necessita di piuma
per alzarsi in volo
e di volare essere l e g g e r a
precipitando dal cielo al suolo
e viceversa, e di nutrirsi
di carne e polvere tra polvere e vermi
spiccando dalla terra il sentiero della rima
e della nuvola baciata l’ombra densa
divorarsi il sole -per intero-.
E’ un rapace
-IO-
che si nega la natura necessaria
degli artigli (in)segnandosi al rovescio
la regola del più forte tra i più deboli
-ché siamo tutti deboli come una promessa
di quelle che (non) mantieni in silenzio
mantenendola-.

Tra le labbra è tutto impercettibile
un pigolare che non (mi) ascolto
gustando la disfatta d’ogni grammatica
esistenziale, con la fame innocente
dell’animale e con un giro d’ali
sleale alla mia colpa slegare ogni nodo
di Senso con un battito di coda
è ora più che mai di attendere
l’agonia d’ogni ragione, lo squarcio
d’un sorriso un linguaggio che (mi) trascini
di nuovo in nuovo al passato

lo stesso

che mi trascenda, una lingua
come un davanzale su cui poggiarmi
a beccare testarda e inconcludente
briciole d’Eterno
(le stesse di sempre identiche).”

Testo: Silvia Rosa

Foto: Sarah Moon

***

IN UNA GOCCIA

“Premevi forte
al centro del mio cuore
-in sogno-
con dita d’oro e lunghe
non so se fosse
per spalancarlo tutto all’illusione
di te, al pizzico molesto dell’amore,
o piuttosto
per farlo a pezzi in mille
cellule svuotate in perle in schegge
smerigliate d’ogni battito orfane
con quell’addio che nascondevi
sotto all’unghia, nell’orlo nero dell’indice,
per ferirmi -ancora- d’abbandono.
Io non avevo occhi,
ma un vestitino nuovo per la festa,
e aspettavo e stavo ferma la tua mano
in una goccia del tuo sangue
che è il mio più dolce
stretta, in pugno.

La luce mi ha scoperta che annegavo
respirando il mio respiro
agli angoli degli occhi aperti
in una goccia -cieca-
la tua assenza.”

Testo: Silvia Rosa

Foto: Sarah Moon

***

(MADRE) NOTTE

“(Mi) sogno la notte
in un circolo schiuso
di linee spezzate
-ore minuti secondi-
rotaie all’Infinito
che non squillano -abbracci-
di arrivi e partenze svuotate
stridono, è un precipitare nell’incubo
rincorrendo(mi) immobile
(di) attese.

(Mi) addormento
nel ventre del buio
la (mia) notte dentro
si apre sembra piangere latte
dal bordo di ogni singhiozzo
di (un) tempo -amaro-
madre che non (mi) nutre
-(ti) sono al centro-
ogni sogno che inghiotto
è il sussurro stravolto
di sponda che chiama al riposo
che non (mi) accoglie

inutile fuggire l’alba
è un passaggio a livello
fantasma di ruggine che si (s)compone
nel giorno, che (si) impone
in coincidenza del corpo -una torsione-
la (s)veglia il (rin)tocco
(un) cambio (di) direzione:

e (mi) accarezzo da sola
(al)l’argine di me stessa -io-
la meta.”

Testo: Silvia Rosa

Foto: Sarah Moon

***

AL TUO COSPETTO

“Al tuo cospetto
che mi sei Padre finalmente
-come volevo-
immobile io cresco
d’indifferenza e solitudine.
Non sono più quella
bambina ma una donna -così dici-
eppure l’impotenza
che mi lievita dentro e mi implode
di rabbia in un verticale silenzio
è la stessa identica di quando
aspettavo (sperando) dalla finestra
il Suo ritorno e il Cielo, il cielo era bianco
un innesto scorticato di pelle
con tante nuvole, quante,
che le contavo come adesso conto
i giorni le settimane i mesi (gli anni?)
che ci separano.

Al tuo cospetto
che mi sei Maestro
-di Niente- io cresco
di delusione e incertezze.
E non imparo -come volevo-
il segreto che si annida
nella coda luminosa del verso
ma piuttosto il peso specifico
di ogni puntino di sospensione
a metà del tuo discorso,
il suono tagliente
-ogni volta uguale e diverso-
del punto e a capo che segue
al tuo no conclusivo, la carezza
ruvida del punto interrogativo
che mi si stringe al collo in un cappio
di attese di domande d’insicurezza.

Al tuo cospetto
io cresco daccapo ritrovandomi
piccola a parlare con un Amico
Immaginario (il mio aveva un nome buffissimo
e non era né maschio né femmina)
ribelle (troppo) umano,
come fossi di fronte a me stessa
guardandomi di sbieco dentro
e mi sembro così autentica -e tu così vero-
che finisco per crederti sempre
dimenticandomi Io
in un vuoto di gesti e di senso,
in Assoluto senza nessuna via d’uscita,
che la tua (non) presenza -una calda voce
fuori campo- rischiara spietata
indicando gli spigoli vivi il vertice
il limite del nostro dialogo
a virtuale distanza più intimo

d’Amore (e) poetico.”

Testo: Silvia Rosa

Foto: Sarah Moon

***

(NELL’) ASSEDIO

“Il battito asciutto della fuga
quando restavo immobile,
l’attrito con cui di trasparenze
innocue in una farsa
(mi) sprofondavi
nella culla -fredda- del mio nome,
a strapiombo su me stessa,
quando chiamavi l’ora
al crocevia di una domanda
d’ordine e nervatura tesa

ed erano coriandoli
al suolo appiccicoso
i miei passi inconsistenti
il fiato che si condensava
in brina di silenzi

mi si fosse incrinata appena
la corsa a spasmi di terrore
fossi caduta in un vortice turchino
che mi avesse scoperta
una falda affilata di dolore
un brano acuto di voce
-almeno uno- da infilare all’occhiello
come un bottone ricucito al varco
tra le mie ginocchia
tra l’asola stretta della bocca

tra gli schizzi di pioggia sporca
-non (c’)ero-
non c’era dove andare
nell’assedio che fin nel midollo
mi facevi tremare.”

Testo: Silvia Rosa

Foto: Sarah Moon

***

NON POSSO (NON) CHIUDERE GLI OCCHI

“Non posso (non) chiudere gli occhi
per protegger(mi) la venatura d’Azzurro
tenue che si nasconde nel fondo
rappreso di ombre d’oggetti di addii
ricolmo, una geometria spicciola la cornea,
di lune smangiate a spicchi d’aurora
un arabesco, un riflesso di tendini e d’ossa
in  f r a m m e n t i
-è un mistero come non si dissolvano
di lacrime nel maremoto che li scuote fino
allo spasmo ultimo di desiderio, fino alla luce-
così  r a r e f a t t i
da perdersi nel solletico di ciglia al rovescio
che (s)copre i denti di nuvole
e agghiaccia le labbra
di ogni incertezza al turbine.

Perdonami.

Se non ti guardo (è) per non vederti
per non cercarti ti cerco
con la bufera di lettere
morte che mi si agita in bocca
come un meraviglioso balocco
-la mia girandola di accuse-,
non posso (non) chiudere gli occhi
quando ti offro vulnerabile esposto
il mio corpo, ché possiede
il talento più autentico
l’attitudine sincera allo scacco:
questo gioco richiede di vita
una prova una promessa che
chi abita il Sogno elude e tradisce
annacquando (per un’Altra s-vista)
in un ghirigoro il sangue

d’inchiostro Celeste.”

Testo: Silvia Rosa

Foto: Sarah Moon

***

M’avete rubato perfino il mio vuoto; voi lo conoscete e io no…io voglio scegliermelo da me il mio inferno, voglio guardarvi ad occhi spalancati e lottare a viso scoperto. [Jean-Paul Sartre]

La consapevolezza di poter essere ciò che si decide di essere e che “i possibili” sono infiniti, ci conduce di fronte all’abisso che si apre tra noi e noi stessi e tra noi e il mondo. Questo sentire la libertà come costitutiva di noi stessi ci fa trascendere ogni esistente. Siccome ogni apprensione della realtà ci pone davanti all’indeterminato, al nulla, questa apertura verso il non-essere, ci spinge a uscire da noi stessi. Sfuggo a tutto ciò che sono – scriveva Sartre – perché tutto ciò che sono è trascendenza. Quel particolare atteggiamento per il quale la coscienza dirige la negazione verso se stessa, e non verso l’esterno, viene detto malafede: è mimetizzarsi in ciò che non si è, nascondersi nel travestimento di se stessi  che si ferma all’essere in-sé della direzione della coscienza; ciò è conseguenza di quello straniamento nei confronti del mondo e di noi stessi; la malafede, in questo senso, è la denuncia nei confronti di un mondo che non se ne fa niente della nostra personale sincerità; allora tanto vale essere qualcosa d’altro, tanto vale evadere nell’ambiguità che non crea problemi. Eppure nella malafede intesa come travestimento, si custodisce qualcosa di prezioso: quel nocciolo, infinitesimale ma pulsante, dell’insopprimibile desiderio di (innanzi al Tutto) essere-per-sé. Il segreto diventa un diritto, un ritrarsi che è, propriamente e nel modo del soggetto, avere pudore. Ritrarsi nel segreto significa preferire di no e prof-ferire quel no. Nella filigrana di quello sguardo mancato siamo-per-noi. In quell’interstizio di puro nulla si avverte lo iato rievocando la parabola della relazione con-altri che ci sviscera sulla graticola infernale dell’essere-guardati, scrutati e mai compresi. Il corpo di cui Sarah Moon ci parla è la tavola somatica di quest’esitazione. Dire di no è, per l’immagine, non pronunciare verbo e ammettere al contempo la scelta di aver parte al linguaggio attraverso il segno. Il segreto si dilata qui nel pudore e nella vergogna del tocco. Con la mano sul volto si assiste al gesto lento e gravido dell’occhio che diventa icona del suo stesso nascondimento. L’occhio diventa pupilla del mondo, di un mondo da cui difendersi, da cui mantenere la giusta distanza. In questo gesto-volto-occhio-mondo, che perde la via di fuga, i soggetti di Sarah Moon compongono la sottrazione dell’incondizionato che, esitante, si-fa nel corpo. Attraverso il segreto si manifesta la testimonianza di una gravità senza specie né moto alcuno; un’attesa che della speranza ha già fatto a meno da tempo. Non solo: il segreto come principio del pudore è un’omissione per proteggersi dal furto del mondo e dell’altro. Il senso del corpo, come di se stessi, non sta dunque fuori ma dentro di noi, nella medesima assenza che si fa conforto nel verso della nudità. Di quale nudità si va teorizzando, quella dermatica oppure quella scoscesa dell’essere illimitatamente/originariamente liberi? Difficile dirlo perché Sarah Moon sembra rivolgersi ad entrambe le posizioni e mai contemporaneamente.

Il corpo nudo, ricorda Jean-Luc Nancy,  non è aperto: né ferito, né operato, né dissezionato. Non dà accesso a nient’altro che a sé. Non invita a frugare alla ricerca di energie segrete o di fonti nascoste. È esso stesso segreto e nascosto, ostentatamente nascosto (dérobé) e misteriosamente sottratto allo sguardo stesso al quale si offre nudo. Ma nudità è anche ciò che l’altro ci infligge spogliandoci del nostro corpo, tentando di dissezionare appunto quella tavola somatica per elencarne le tremanti parti. La mano che spezza la bocca avverte qui che il segreto è, in quell’istante irripetibile, al riparo. E noi con lui.

Testo: Alessandra Pigliaru

Foto: Sarah Moon

***

La natura necessaria

Testo e Voce: Silvia Rosa

Video: Nelson Pinna

***

post correlati:

Scatti per voci sole. Introduzione

Scatti per voci sole. Francesca Woodman

Scatti per voci sole. Josephine Sacabo

Scatti per voci sole. Man Ray

About these ads