LA NATURA NECESSARIA
“Tra le labbra un vento di parole
un va e vieni che mi fotte
l’allegria, la bocca
-un involucro scarlatto
di noia- costretta (im)mobile
a dire sempre uguale sempre
lo stesso dolore, sbava
serrata (in)sofferente stretta
che non -mi- sopporto più
in una gabbietta inappetente
il solito discorso.
Non è capace -IO-
di elevarsi al suono puro
che non necessita di piuma
per alzarsi in volo
e di volare essere l e g g e r a
precipitando dal cielo al suolo
e viceversa, e di nutrirsi
di carne e polvere tra polvere e vermi
spiccando dalla terra il sentiero della rima
e della nuvola baciata l’ombra densa
divorarsi il sole -per intero-.
E’ un rapace -IO-
che si nega la natura necessaria
degli artigli (in)segnandosi al rovescio
la regola del più forte tra i più deboli
-ché siamo tutti deboli come una promessa
di quelle che (non) mantieni in silenzio
mantenendola-.
Tra le labbra è tutto impercettibile
un pigolare che non (mi) ascolto
gustando la disfatta d’ogni grammatica
esistenziale, con la fame innocente
dell’animale e con un giro d’ali
sleale alla mia colpa slegare ogni nodo
di Senso con un battito di coda
è ora più che mai di attendere
l’agonia d’ogni ragione, lo squarcio
d’un sorriso un linguaggio che (mi) trascini
di nuovo in nuovo al passato
lo stesso
che mi trascenda, una lingua
come un davanzale su cui poggiarmi
a beccare testarda e inconcludente
briciole d’Eterno
(le stesse di sempre identiche).”
Testo: Silvia Rosa
Foto: Sarah Moon
***
IN UNA GOCCIA
“Premevi forte
al centro del mio cuore
-in sogno-
con dita d’oro e lunghe
non so se fosse
per spalancarlo tutto all’illusione
di te, al pizzico molesto dell’amore,
o piuttosto
per farlo a pezzi in mille
cellule svuotate in perle in schegge
smerigliate d’ogni battito orfane
con quell’addio che nascondevi
sotto all’unghia, nell’orlo nero dell’indice,
per ferirmi -ancora- d’abbandono.
Io non avevo occhi,
ma un vestitino nuovo per la festa,
e aspettavo e stavo ferma la tua mano
in una goccia del tuo sangue
che è il mio più dolce
stretta, in pugno.
La luce mi ha scoperta che annegavo
respirando il mio respiro
agli angoli degli occhi aperti
in una goccia -cieca-
la tua assenza.”
Testo: Silvia Rosa
Foto: Sarah Moon
***
(MADRE) NOTTE
“(Mi) sogno la notte
in un circolo schiuso
di linee spezzate
-ore minuti secondi-
rotaie all’Infinito
che non squillano -abbracci-
di arrivi e partenze svuotate
stridono, è un precipitare nell’incubo
rincorrendo(mi) immobile
(di) attese.
(Mi) addormento
nel ventre del buio
la (mia) notte dentro
si apre sembra piangere latte
dal bordo di ogni singhiozzo
di (un) tempo -amaro-
madre che non (mi) nutre
-(ti) sono al centro-
ogni sogno che inghiotto
è il sussurro stravolto
di sponda che chiama al riposo
che non (mi) accoglie
inutile fuggire l’alba
è un passaggio a livello
fantasma di ruggine che si (s)compone
nel giorno, che (si) impone
in coincidenza del corpo -una torsione-
la (s)veglia il (rin)tocco
(un) cambio (di) direzione:
e (mi) accarezzo da sola
(al)l’argine di me stessa -io-
la meta.”
Testo: Silvia Rosa
Foto: Sarah Moon
***
AL TUO COSPETTO
“Al tuo cospetto
che mi sei Padre finalmente
-come volevo-
immobile io cresco
d’indifferenza e solitudine.
Non sono più quella
bambina ma una donna -così dici-
eppure l’impotenza
che mi lievita dentro e mi implode
di rabbia in un verticale silenzio
è la stessa identica di quando
aspettavo (sperando) dalla finestra
il Suo ritorno e il Cielo, il cielo era bianco
un innesto scorticato di pelle
con tante nuvole, quante,
che le contavo come adesso conto
i giorni le settimane i mesi (gli anni?)
che ci separano.
Al tuo cospetto
che mi sei Maestro
-di Niente- io cresco
di delusione e incertezze.
E non imparo -come volevo-
il segreto che si annida
nella coda luminosa del verso
ma piuttosto il peso specifico
di ogni puntino di sospensione
a metà del tuo discorso,
il suono tagliente
-ogni volta uguale e diverso-
del punto e a capo che segue
al tuo no conclusivo, la carezza
ruvida del punto interrogativo
che mi si stringe al collo in un cappio
di attese di domande d’insicurezza.
Al tuo cospetto
io cresco daccapo ritrovandomi
piccola a parlare con un Amico
Immaginario (il mio aveva un nome buffissimo
e non era né maschio né femmina)
ribelle (troppo) umano,
come fossi di fronte a me stessa
guardandomi di sbieco dentro
e mi sembro così autentica -e tu così vero-
che finisco per crederti sempre
dimenticandomi Io
in un vuoto di gesti e di senso,
in Assoluto senza nessuna via d’uscita,
che la tua (non) presenza -una calda voce
fuori campo- rischiara spietata
indicando gli spigoli vivi il vertice
il limite del nostro dialogo
a virtuale distanza più intimo
d’Amore (e) poetico.”
Testo: Silvia Rosa
Foto: Sarah Moon
***
(NELL’) ASSEDIO
“Il battito asciutto della fuga
quando restavo immobile,
l’attrito con cui di trasparenze
innocue in una farsa
(mi) sprofondavi
nella culla -fredda- del mio nome,
a strapiombo su me stessa,
quando chiamavi l’ora
al crocevia di una domanda
d’ordine e nervatura tesa
ed erano coriandoli
al suolo appiccicoso
i miei passi inconsistenti
il fiato che si condensava
in brina di silenzi
mi si fosse incrinata appena
la corsa a spasmi di terrore
fossi caduta in un vortice turchino
che mi avesse scoperta
una falda affilata di dolore
un brano acuto di voce
-almeno uno- da infilare all’occhiello
come un bottone ricucito al varco
tra le mie ginocchia
tra l’asola stretta della bocca
tra gli schizzi di pioggia sporca
-non (c’)ero-
non c’era dove andare
nell’assedio che fin nel midollo
mi facevi tremare.”
Testo: Silvia Rosa
Foto: Sarah Moon
***
NON POSSO (NON) CHIUDERE GLI OCCHI
“Non posso (non) chiudere gli occhi
per protegger(mi) la venatura d’Azzurro
tenue che si nasconde nel fondo
rappreso di ombre d’oggetti di addii
ricolmo, una geometria spicciola la cornea,
di lune smangiate a spicchi d’aurora
un arabesco, un riflesso di tendini e d’ossa
in f r a m m e n t i
-è un mistero come non si dissolvano
di lacrime nel maremoto che li scuote fino
allo spasmo ultimo di desiderio, fino alla luce-
così r a r e f a t t i
da perdersi nel solletico di ciglia al rovescio
che (s)copre i denti di nuvole
e agghiaccia le labbra
di ogni incertezza al turbine.
Perdonami.
Se non ti guardo (è) per non vederti
per non cercarti ti cerco
con la bufera di lettere
morte che mi si agita in bocca
come un meraviglioso balocco
-la mia girandola di accuse-,
non posso (non) chiudere gli occhi
quando ti offro vulnerabile esposto
il mio corpo, ché possiede
il talento più autentico
l’attitudine sincera allo scacco:
questo gioco richiede di vita
una prova una promessa che
chi abita il Sogno elude e tradisce
annacquando (per un’Altra s-vista)
in un ghirigoro il sangue
d’inchiostro Celeste.”
Testo: Silvia Rosa
Foto: Sarah Moon
***
M’avete rubato perfino il mio vuoto; voi lo conoscete e io no…io voglio scegliermelo da me il mio inferno, voglio guardarvi ad occhi spalancati e lottare a viso scoperto. [Jean-Paul Sartre]
La consapevolezza di poter essere ciò che si decide di essere e che “i possibili” sono infiniti, ci conduce di fronte all’abisso che si apre tra noi e noi stessi e tra noi e il mondo. Questo sentire la libertà come costitutiva di noi stessi ci fa trascendere ogni esistente. Siccome ogni apprensione della realtà ci pone davanti all’indeterminato, al nulla, questa apertura verso il non-essere, ci spinge a uscire da noi stessi. Sfuggo a tutto ciò che sono – scriveva Sartre – perché tutto ciò che sono è trascendenza. Quel particolare atteggiamento per il quale la coscienza dirige la negazione verso se stessa, e non verso l’esterno, viene detto malafede: è mimetizzarsi in ciò che non si è, nascondersi nel travestimento di se stessi che si ferma all’essere in-sé della direzione della coscienza; ciò è conseguenza di quello straniamento nei confronti del mondo e di noi stessi; la malafede, in questo senso, è la denuncia nei confronti di un mondo che non se ne fa niente della nostra personale sincerità; allora tanto vale essere qualcosa d’altro, tanto vale evadere nell’ambiguità che non crea problemi.
Eppure nella malafede intesa come travestimento, si custodisce qualcosa di prezioso: quel nocciolo, infinitesimale ma pulsante, dell’insopprimibile desiderio di (innanzi al Tutto) essere-per-sé. Il segreto diventa un diritto, un ritrarsi che è, propriamente e nel modo del soggetto, avere pudore. Ritrarsi nel segreto significa preferire di no e prof-ferire quel no. Nella filigrana di quello sguardo mancato siamo-per-noi. In quell’interstizio di puro nulla si avverte lo iato rievocando la parabola della relazione con-altri che ci sviscera sulla graticola infernale dell’essere-guardati, scrutati e mai compresi. Il corpo di cui Sarah Moon ci parla è la tavola somatica di quest’esitazione. Dire di no è, per l’immagine, non pronunciare verbo e ammettere al contempo la scelta di aver parte al linguaggio attraverso il segno. Il segreto si dilata qui nel pudore e nella vergogna del tocco. Con la mano sul volto si assiste al gesto lento e gravido dell’occhio che diventa icona del suo stesso nascondimento. L’occhio diventa pupilla del mondo, di un mondo da cui difendersi, da cui mantenere la giusta distanza. In questo gesto-volto-occhio-mondo, che perde la via di fuga, i soggetti di Sarah Moon compongono la sottrazione dell’incondizionato che, esitante, si-fa nel corpo. Attraverso il segreto si manifesta la testimonianza di una gravità senza specie né moto alcuno; un’attesa che della speranza ha già fatto a meno da tempo. Non solo: il segreto come principio del pudore è un’omissione per proteggersi dal furto del mondo e dell’altro. Il senso del corpo, come di se stessi, non sta dunque fuori ma dentro di noi, nella medesima assenza che si fa conforto nel verso della nudità. Di quale nudità si va teorizzando, quella dermatica oppure quella scoscesa dell’essere illimitatamente/originariamente liberi? Difficile dirlo perché Sarah Moon sembra rivolgersi ad entrambe le posizioni e mai contemporaneamente.
Il corpo nudo, ricorda Jean-Luc Nancy, non è aperto: né ferito, né operato, né dissezionato. Non dà accesso a nient’altro che a sé. Non invita a frugare alla ricerca di energie segrete o di fonti nascoste. È esso stesso segreto e nascosto, ostentatamente nascosto (dérobé) e misteriosamente sottratto allo sguardo stesso al quale si offre nudo. Ma nudità è anche ciò che l’altro ci infligge spogliandoci del nostro corpo, tentando di dissezionare appunto quella tavola somatica per elencarne le tremanti parti. La mano che spezza la bocca avverte qui che il segreto è, in quell’istante irripetibile, al riparo. E noi con lui.
Testo: Alessandra Pigliaru
Foto: Sarah Moon
***
La natura necessaria
Testo e Voce: Silvia Rosa
Video: Nelson Pinna
***
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Scatti per voci sole. Francesca Woodman










una fotografa, Donna che cattura imago, una poeta, Te e Donna, che cattura sensazioni ed emozioni in una sorta di contrappasso tra tra foto immaginifiche e scrittura densa…. poi in pvt una mia interrogazione..
Grazie per il passaggio, Roberto
Silvia avrà modo di intervenire presto.
Un caro saluto.
Alessandra.
…una piuma leggera ma “toccante” che scuote l’animo,assopito!…la bocca : un involucro scarlatto di noia…una lingua come un davanzale …briciole d’eterno…Un’artista completa ,che affronta la realtà “di petto” ed offre immagini molto particolari che si abbinano alle dense espressioni del suo poetare.Complimenti
meraviglia…meraviglia ascoltarti anche….
Poesia dentata, che divora…giunge al cuore delle cose.
Anche Alessandra… e la sua visione…
Incantata…
sono colpita da immagini e versi che formano un percorso denso, molto particolare
lo approfondirò con calma
tutto questo è molto interessante, un’opera sola il testo le immagini l’impaginazione, quanto si deve oggi chiedere alle “scritture”…
i miei complimenti a tutti… segnalerò, segnalerò…
-elio
Grazie, Silvia. Come un viaggio sotto un’armatura…
Roberto, Rosa, Irene, Elina, Elio: GRAZIE di cuore! Sono felice che questo lavoro abbia suscitato la vostra attenzione e il vostro gradimento.
Tengo moltissimo al progetto di “Scatti per voci sole” e confesso che finora, oltre a Francesca Woodman, Sarah Moon – a cui la puntata è dedicata – è l’artista le cui immagini hanno fatto vibrare più intensamente e nel profondo le corde della mia emotività.
Grazie anche a tutti coloro i quali si sono soffermati -e si soffermeranno- a leggere.
Alessandra: un GRAZIE speciale PER TUTTO ed un BRAVA per l’originale interpretazione degli scatti della Moon che ci hai regalato.
E GRAZIE anche a Nelson Pinna, autore del video, nonché carissimo amico
))
Un saluto a tutti
Grazie a Roberto, Rosa, Irene, Elina, Elio e Lucia. A chi è approdato per la prima volta qui un caloroso benvenuto e un doppio grazie per esservi soffermati su questo post che prosegue il lavoro di Silvia e mi intorno alle immagini e al corpo femminile. Devo dire che concordo con Silvia riguardo l’emozione suscitatami da Sarah Moon (pari solo alla Francesca Woodman, è vero).
Un ringraziamento speciale va a Silvia e Nelson (viva Nelson Pinna!) perchè questa volta, senza nulla togliere alle precedenti, mi sembra che ci sia una particolare intesa, un vociare corale. Tra le poesie di Silvia sono particolarmente legata a “La natura necessaria”; credo si tratti di un picco di rara bellezza che raggiunge un valore estetico eccellente nella commistione e nella resa immaginifica proposte da Nelson. La voce di Silvia, metallica e straniante qui, mi ha irrimediabilmente colpito.
A tutti voi un abbraccio, sperando di ri-leggervi presto
Alessandra*
COMUNICAZIONE DI SERVIZIO:
WordPress mette automaticamente in moderazione qualsiasi commentatore invii per la prima volta il proprio commento in questo blog. Non vi spaventate e/o stranite dunque se i commenti non saranno visibili subito…i misteri della tecnica non mi consentono di risolvere questo inghippo ma passo spesso da queste parti, così non temete: sarete liberati al più presto
Grazie e scusate, la tecnica non è mia intima amica
un progetto concreto, un lavoro egregio, è un’interessante commistione di arte, arte visiva, poesia e filosofia. un abbraccio a tutti ma uno grande e particolare alla cara Alessandra. antonella
Antonella che piacere leggerti
E grazie, il tuo apprezzamento mi è particolarmente caro, un abbraccio anche a te :*
Tra poesia “onesta” e diario confessionale si muovono questi testi (in)segnati in grafie immaginifiche, alla ricerca di equilibrio affamato, di anime, in un basso continuo sentimentale che a volte diviene troppo teatrale, retorico, rischiando il sentimentalismo; meglio “la natura necessaria” delle cose, la videovoce dell’autrice che attraversando il rumore morde il silenzio.
Gianpaolo, grazie per esserti soffermato e per aver scritto ciò che pensi in merito al lavoro collettivo di questa parte di Scatti. Una tua personale opinione naturalmente in cui non ritrovo niente di ciò che ci ha mosso (parlo per me ma credo di poter parlare anche per Silvia). Per dire che le intenzioni sono ben diverse da ciò che spesso arriva (in generale): gli effetti collaterali, potrei azzardare, del circolo ermeneutico. Ti ringrazio dell’attenzione che ci hai dedicato, rifletterò su ciò che scrivi.
Un caro saluto.
Alessandra
Ho già avuto modo di apprezzare la poesia di Silvia e il lavoro con Alessandra che trovo davvero pregevole e alto: per cui non posso che rinnovare i miei complimenti a entrambe e sperare che questo lavoro un giorno possa essere pubblicato. Grazie. Un caro saluto, Lucianna
Grazie cara Lucianna, per il tuo apprezzamento e per il tuo passaggio qui. Un caro saluto, alessandra*
Un viaggio e(di)pico che raduna frammenti di parole e immagini sotto l’unico comune segno del gesto (o gesto del segno). Forse la mia impressione è distorta dalla lettura dei nomi delle autrici dei testi e delle foto, però entrambi (i testi e le immagini) ereditano dalle autrici la loro femminilità.
Luigi
Caro Luigi, intanto benvenuto. Parlare non è mai neutro, così scriveva Irigaray diversi ann addietro e io credo sia ancora vero. Non so se l’aver notato questo tratto di femminlità sia ragione di debolezza, per quanto mi riguarda è motivo distintivo del lavoro di Scatti per voci sole che muove esattamnte da uno sguardo femminle verso la femminilità del corpo.
Un caro saluto e grazie per l’attenzione.
Alessandra*
Ciao Stefania, ermeneuticamente e per nascita eroica sono fuori da ogni circolo, ero indirizzato strettamente ai testi poetici. Il lavoro tra le Arti non può che avere il mio consenso, sono tra le operazioni più interessanti e hanno una ragione futura. Silvia, ho apprezzato il tuo lavoro e lo considero superiore agli altri, in effetti si nota la maggiore attenzione fino al dettaglio minimo, ti ho scritto perchè i commenti troppo buoni non ti migliorano, nascondono insidie per la creatività e per l’atto poetico in sè.Secondo me la questione schizoformale quando eccede non permette al lettore di leggere il testo in maniera fluida, ma a continui singhiozzi e riprese, per questo funziona molto di più la lettura video che bypassa queste interruzioni, per farla breve si rischia il gioco fine a se stesso, poi è ovvio che le parole sono formate da altre parole eccetera…quindi secondo me dovresti inserirle quando sono strettamente necessarie, cruciali. Per quanto riguarda il concetto del sentimentalismo, mi riferisco alle retoriche della sofferenza “di sofferenza e solitudine…di delusione e incertezze” o al già detto, al già sentito “Se non ti guardo (è) per non vederti/per non cercarti ti cerco” o “dimenticandomi Io, in un vuoto di gesti e di senso,in Assoluto senza nessuna via d’uscita”.La maggior parte della poesia ufficiale mi annoia, la trovo alquanto sterile, fatta da professorini e vallette che impostano su tali retoriche e sul saccheggio mascherato da amore per i “padri”(e non solo) la lora carriera letteraria e la loro brama di visibilità, sembrano tutti delle brutte copie di qualcun’altro, detesto il gioco deficiente dell’iperletterarietà delle neoavanguardie pseudopolitiche e del vuoto e delle vittime inconsapevoli che hanno creato, i lettori in primis, che hanno creduto, vista la mediocrità dilagante, di divenire essi stessi poeti, per non parlare del sottobosco dei arroganti poetacci che sporcano con deliri masturbatori la democraticissima rete con i vari autoblog, su cui è meglio stendere un velo pietoso. E intanto i grandi morti non morti si rivoltano nelle tombe, posso sentirli.L’artista vero non può essere complice di questo scempio e di questo mercatino effimero e mortale, meglio la solitudine e la viva scomparsa, meglio danzare con l’universo come i buchi neri.Scrivere il mai visto, sperimentare l’inaudito, andare a capo. Gianpaolo G. Mastropasqua
Immagino che tu, Gianpaolo, ti riferisca a me che Stefania non sono ma bensì Alessandra (nonchè coautrice del post). Mi spiace contraddirti ma samo tutti irrimediabilmente immersi nel ircolo ermeneutico e nei suoi effetti collaterali: è una condizoione dalla aquale non possiamo esimerci nel momento in cui decidiamo di scrivere e di mostrare ciò che scriviamo. Intendevo questo e non le più prosaiche conventicole, evidentemente. Del resto scusa se sono intervenuta credevo che avessi peccato anch’io di sentimentalismo e “diario confessionale” e mi sono permessa di azzardare una riflessione ma comprendo bene la tua posizione che è squisitamente poetica e alla quale risponderà Silvia Rosa (che è appunto poeta). Aggiungo solo che sei fortunato a sentire i grandi morti non morti, una visitazione che non tutti possono permettersi di vantare.
Un caro saluto e grazie per il commento attento e circostanziato.
Alessandra*
Lucia, Antonella, Lucianna, Luigi grazie di aver letto e dei vostri interventi.
Caro Giampaolo, è vero, rispetto ad altre puntate del progetto ho provato a sperimentare di più, soprattutto dal punto di vista formale, perchè le immagini a cui ho dato ‘voce’ hanno suscitato in me una modalità quasi schizofrenica di interpretarne il senso. Ecco per esempio l’(ab)uso delle parentesi, che in una poesia in particolare -(Madre) Notte- permette due letture diverse.
So che quello di giocare con le parole alla ricerca di un significato altro può trasformarsi in un esercizio sterile, e che diventa di difficile lettura un testo troppo elaborato in modo *schizoformale*: un’altra persona di cui mi fido molto mi ha detto lo stesso, che questa volta le mie poesie risultano piacevoli/comprensibili se lette a voce da me (come nel video), un po’ meno se ci si confronta solo con lo scritto, che sì, è complesso, parecchio.
Ma sai, per me questo progetto degli Scatti è un poco un laboratorio creativo, e quindi mi permetto di fare esperimenti, di ricercare modalità espressive nuove, anche per capire come usare le mia ‘voce’, quanto posso spingermi oltre senza ‘stonare’, insomma, per mettermi alla prova utilizzando registri stilistici differenti.
Per quanto riguarda il sentimentalismo, sì, il pericolo è sempre in agguato. I versi che ora mi citi confermo che possono risultare come qualcosa di retorico nonché di già sentito, però vanno inseriti all’interno di un testo in cui il loro significato si connota del senso che io voglio dare a(l) tutto, ed è questo che fa poi la differenza, che risulta originale o meno, aldilà della singola espressione estrapolata da esso.
Del resto si lavora con parole che sono state dette/scritte infinite volte, e mi pare davvero impossibile non imbattersi mai in qualcosa che in qualche modo non sembri già “conosciuto”. Anche se si leggono solo i Grandi (morti).
(Sull’omologazione imperante però ti do ragione. E’ uno spauracchio che mi fa tremare).
Quanto all’autobiografismo (credo che la tua espressione “diario confessionale” si riferisca a questo aspetto): c’è molto di mio, è ovvio, del resto non saprei scrivere qualcosa che non sento sulla mia pelle, ma tento sempre di leggere le immagini per come si presentano, e quel che scrivo è una commistione fra il mio essere e l’essere della protagonista della foto (come io lo percepisco/interpreto).
Il discorso sui commenti troppo buoni, credimi, mi trova perfettamente d’accordo.
Io cerco sempre riscontri che mi facciano maturare e migliorare, ma sono poche le persone che si soffermano a dare consigli in tal senso, che attraverso osservazioni critiche mi permettono di scoprire che cosa non funziona nel mio lavoro.
Perciò sappi che ti ringrazio moltissimo per il tuo generoso intervento e penso che questo sia interessante non solo per me -che imparo dalle critiche, appunto-, ma un po’ per tutti quelli che ci leggono e vedono esposte osservazioni, le tue, che toccano anche le questioni più generali e importanti del far Poesia. Condivisibili o meno che esse siano.
Dunque grazie Giampaolo,la prossima volta cercherò di non esagerare col formalismo…per il sentimentalismo, però non posso promettere nulla…potrebbe scapparmi qua e là un’espressione del genere, mea culpa…
Rinnovo i miei saluti a tutti:-)
Silvia
Ringrazio Alessandra (non Stefania, non Stefania, pardòn!) per quest’amore trasversale e traducente tra le Arti e per le scelte attuate nel blog che confermano un’allargamento extra-letterario (finalmente!) del fare. Chissà se prima o poi qualcuno riuscirà nonostante la scrittura a sforare i recinti dell’ermeneutica!Ringrazio Silvia per aver ascoltato in profondità il mio esprimere crudo, una “crudeltà” necessaria, evidentemente i tuoi versi non mi sono risultati indifferenti, tutt’altro. Non si può non ricercare, non avere una tensione sperimentale, altrimenti l’Arte non sarà mai tale, altra cosa è lo sperimentalismo da cui bisogna stare in guarda, specie quando si sa scrivere ed è molto facile lasciarsi prendere la mano. A buon rendere dunque, un saluto, G.
Leggendo queste poesie si nota un tentativo di sperimentare un linguaggio innovativo; le parole sembrano fluire senza posa, oppure intrecciarsi, dando spesso vita a un gioco di assonanze. Ma mi sembra che comunque il lettore non venga distratto, perché primeggia il “dire” della poetessa, sul semplice “poetare” formale. Ed è una dote essenziale… sono poesie che rileggerò,
ma volevo inserire lo stesso, qui, la mia riflessione. Un saluto
Giuseppe
Scatti per voci sole: un progetto complesso, tra filosofia, arte e poesia. Da alcuni mesi, mi ero ripromesso di soffermarmi, di assaggiare con calma, di leggere-visionare con attenzione. Avevo già apprezzato (e apprezzo) il lavoro poetico di Silvia Rosa e gli intensi album fotografici proposti su Facebook. Immergersi, stasera, in questa trama fittissima di versi, immagini, suoni e interpretazioni, è stato come bere uno di quei bicchieri di primitivo scuro, forte, profumato… Mi gira la testa… Ah la passione delle donne, la loro pelle ebbra di teorie pulsanti, le loro notti orfane e lancinanti, i dolori, i pudori, i baci sanguinosi… Ritornerò, certamente ritornerò a leggere gli occhi chimerici e screziati di Blimunda. Grazie per le succulenti libagioni. La prossima volta cercherò di essere più analitico, più preciso.